30 gennaio 2010

Vancouver accende la fiaccola


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VANCOUVER – Nel 2009 il centro studi del settimanale britannico The Economist l'aveva definita città più vivibile del pianeta, ora sotto i suoi grattacieli sta per accendersi la fiaccola delle ventunesime Olimpiadi e dei decimi Giochi paralimpici invernali. Non c'è dubbio che Vancouver, capitale della Columbia Britannica, nell'estremo ovest canadese, stia ponendosi sempre più al centro dell'attenzione mondiale, nonostante una posizione alquanto remota. Eppure è davvero una città tutta da scoprire, così come i dintorni. Vancouver sorge sul mare e conta poco più di seicentomila abitanti, che però passano i due milioni con la contea. Una città che fa rima con diversificazione, vera figlia del melting pot canadese. Non solo le razze, ma anche le parlate sono infatti le più varie: nonostante la Columbia Britannica sia nella parte anglofona del Canada, il 52% degli abitanti di Vancouver ha una lingua d'origine diversa da quella di sua maestà. Per conoscerla meglio, occhi puntati dunque al 12 febbraio e al 12 marzo, giorni di avvio dei Giochi olimpici e delle Paralimpiadi.


Il nome lo deve a George Vancouver, capitano della marina britannica nel XVIII Secolo e primo esploratore di queste coste. Si tratta sicuramente di una città commerciale: uno dei maggiori porti dell'Oceano Pacifico e terzo polo cinematografico del Nord America, dopo Los Angeles e New York, questo grande centro dell'estremo ovest è diventato col tempo una delle capitali di servizi del Canada. Oggi i vancouverites, come si chiamano da queste parti, possono godersi non solo una città davvero all'avanguardia per bellezze urbane, servizi e quantità di verde pubblico, ma anche uno spettacolare paesaggio circostante tra le profonde insenature, dove le Montagne Rocciose canadesi digradano verso il mare. Gay friendly come poche, la città canadese vanta inoltre strutture di accoglienza ed eventi all'avanguardia per le coppie e i single omosessuali. Il cuore di Vancouver può essere considerato Stanley Park, polmone verde di 400 ettari percorso da sentieri e vialetti in cui fanno bella mostra anche gli elementi culturali delle popolazioni originarie dell'area, come i totem dei nativi Salish e Nootkan. Nel parco si trova anche l'acquario cittadino, il più grande del Canada. Il parco si può inoltre percorrere in bicicletta o con particolari carrozzelle trainate da cavalli.

Da non perdere una passeggiata a Robson Street e una sosta in uno dei tipici caffè o per una cena nei ristoranti più trendy. A Granville Island, sul False Creek, invece si può passeggiare nelle strette stradine, visitare gli innumerevoli negozietti e ammirare il più pittoresco mercato della città. Ma da qui si godono anche le migliori vedute della skyline del centro. E a proposito di skyline, vale sicuramente la pena fare un salto in cima al Vancouver Lookout, la torre panoramica alta 130 metri da cui si spazia con lo sguardo sulla struttura della città, figlia dell'abbraccio fra acqua e terra. Un altro luogo dove perdere tempo passeggiando e - perché no? - abbandonarsi allo shopping è il quartiere di Gastown, con i suoi mille negozietti tentatori. L'anima multiculturale di Vancouver si può invece apprezzare con una visita al Dr. Sun Yat-Sen Classical Chinese Garden il primo vero giardino tradizionale costruito fuori dalla Cina e intitolato a uno dei padri della Cina postimperiale del Novecento. Il giro culturale della città si completa con la Vancouver Art Gallery che ospita collezioni di arte contemporanea canadese e internazionale, fra cui quella della pittrice locale Emily Carr (1871-1945).

Ma Vancouver è anche e soprattutto la magnificenza dei suoi dintorni. Bastano pochi chilometri infatti per ritrovarsi immersi nella natura selvaggia. Intorno alla città sono presenti più di una decina di parchi provinciali, fra cui il Pinecone Burke, o l'immenso Golden Ears. A Grouse Mountain si possono praticare sci e altri sport invernali, mentre d'estate questa diventa la meta ideale per il trekking e il parapendio. Da non perdere una visita al Refuge for endangered wildlife per vedere da vicino gli orsi grizzly. Un'altra meta imperdibile è il ponte sospeso di Capilano, una passerella immersa nella foresta che fa parte di un percorso... fra le cime degli alberi. E poi, volendo passare qualche giorno fuori città, la gita più suggestiva è quella sulla Vancouver Island, un lungo lembo di terra che protegge la città dall'Oceano Pacifico, mettendola al riparo nello Stretto di Georgia. Proprio all'estremità settentrionale dello stretto, che cambia il nome in Regina Carlotta, presso la cittadina di Port Hardy, è possibile avvistare centinaia di orche. L'osservazione dei delfinidi bianchi e neri si effettua fra maggio e ottobre, ma dà il meglio nel mese di luglio. Oltre alle orche, lungo le coste della Vancouver Island si possono anche incontrare megattere e balene grigie.

25 gennaio 2010

Città estreme: sulla via per Capo Nord


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CAPO NORD - E' la porta per il Polo Nord. Da qui si passa e si staziona prima di raggiungere Capo Nord, a 71° latitudine Nord, il top dell'Europa continentale. Honningsvåg è una cittadina tranquilla, immersa nella luce del sole a mezzanotte, durante l'estate e quando non è offuscato dalle nuvole. Da centro per la pesca a meta turistica, il capoluogo dell'isola di Mageroy si è rifatto il look dopo essere stato distrutto dai bombardamenti nella Seconda guerra mondiale. Il porto, uno dei più importanti del Finnmark, la regione norvegese al confine con la Finlandia, è ancora il cuore nevralgico di Honningsvåg: qui getta l'ancora anche l'Hurtigruten, il mitico postale che fa il giro dei fiordi, qui le navi che solcano il gelido Mar Glaciale fanno rifornimento, qui approda la maggior parte dei turisti diretti a Nordkapp, ovvero l'ultima propaggine di terraferma prima dell'immensità dell'Artico.

A Honningsvåg ci si arriva anche con l'aereo o via terra, essendo collegata da un tunnel sottomarino alla terraferma per circa sei chilometri. Curiosamente dista quasi gli stessi chilometri dal Polo Nord, 2110, e dalla capitale Oslo, 2119. Honningsvåg è ben oltre il Circolo Polare Artico, d'estate non vede mai tramontare il sole e d'inverno per due mesi e mezzo non lo vede sorgere mai. Per questo durante la stagione "calda" si anima di iniziative, concerti e spettacoli. I suoi alberghi si riempiono e i visitatori invadono le sue strade. Dominata dalla chiesa del 1884, unica risparmiata dalla guerra, la città ha una storia antica: i primi abitanti di quest'area risalgono infatti all'8000 a.C. Il mare è stato la principale fonte di cibo per questi prestorici antenati dei norvegesi e la pesca è tuttora una fonte determinante di guadagno, dato che le tempurature dell'acqua del mare sono più miti di quanto ci si possa aspettare a questa latitudine e in gennaio arrivano a una media di -4°C. Al contrario, a soffrire è la flora: tolta qualche specie rarissima artica e superprotetta, gli alberi raramente arrivano ad essere più alti di quattro metri e così i giardini delle villette di Honningsvåg appaiono brulli come tutta la natura circostante.

Dalla città partono le escursioni per Capo Nord, il promontorio roccioso di 307 metri a strapiombo sul mare che è stato chiamato così dall'esploratore inglese Richard Chancellor, nel 1533. Per arrivare a questa ambita meta si attraversa un'interminabile e desolata landa, resa viva solo da alcuni accampamenti lapponi e dalle renne che brucano i pochi cespugli. Alla fine appare una costruzione grigia come tutto quello che lo circonda: è il modernissimo Visitor Centre con un museo, una mostra storica, ristorante-bar e negozio. Fuori c'è l'attrativa più inseguita dai circa 200 mila turisti che visitano NordKapp ogni anno: un'enorme terrazza che dà sul Mar Glaciale Artico e al centro un mappamondo gigante che fa da sfondo abituale per le foto. Se si è fortunati e si riesce a vedere il sole di mezzanotte, l'impatto è eccezionale con tutto il mondo tinto di rosso e rosa. Se invece si trovano le nuvole o, peggio, la pioggia sferzante, non resta che ammirare la forza della natura e il vento gelido che soffia intorno. In qualsiasi condizione meteo, però, lo sguardo si perde, la mente va alle isole Svalbard, le ultime e remote terre prima dell'Artico, e agli esploratori dell'estremo nord come Umberto Nobile. E anche agli orsi bianchi, che lì vivono liberi e padroni, mentre a Honningsvåg sono diventati attrazioni per turisti, impagliati e fintamente aggressivi, pronti a dare il benvenuto nei tanti hotel e ristoranti.

21 gennaio 2010

Cuba, una volta non basta


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L'AVANA - Si rischia davvero di sacrificare l’imparzialità parlando di Cuba. Ma è un rischio che si può correre, oltretutto sarebbe impossibile non farlo perché questa meravigliosa isola ha così tanto da dare che non basterebbe un unico viaggio per conoscerla davvero. Un viaggio che vogliamo far iniziare dalla capitale, L’Avana, la cui struggente decadenza entra dentro il visitatore per restare impressa nella memoria, coi suoi colori e la sua vivacità. Nella parte vecchia, La Habana Vieja, la vita è fuori, nelle strade, nei vicoli poco illuminati la sera che alle nostre latitudini trasmetterebbero una sensazione di fastidio, paura, mentre qui sembra che nulla di male possa accadere.

Ben presto ci si sente quasi a casa, i suoni dei televisori e delle radio accese nelle case, quando queste, la sera, si illuminano e le strade si svuotano, diventano familiari, diventano un sottofondo a cui ci si abitua con piacere. Girando il centro storico ammirando i vecchi palazzi, si può visitare la cattedrale, la Plaza de Armas e il suo bellissimo mercatino all’aperto di libri usati, il Castillo della Real Fuerza e la calle Obispo, la via dei negozi che arriva fino al Capitolio, oggi sede di un museo. Obbligatoria una sosta all’hotel Ambos Mundos, dove visse Ernest Hemingway, per visitare la sua stanza, conservata intatta, e l’Hotel Florida, anch’esso frequentato dallo scrittore americano. Immancabile una tappa alla Bodeguita del Medio a sorseggiare un mojito. Per conoscere i segreti dei sigari cubani bisogna invece visitare la vecchia Fabrica de Tabacos, dietro al campidoglio, e approfittate dei prezzi accessibili per bere qualcosa o cenare sulle terrazze degli hotel di lusso, come il Saratoga, con vista proprio sul campidoglio, o l’Hotel Nacional, frequentato in passato anche da Fidel Castro. In taxi fatevi portare in Plaza de la Revoluciòn, la sera è molto meglio, a fotografare i due simboli rivoluzionari la cui enorme effigie campeggia su due grattacieli: il Che e Camilo Cienfuegos.

Per conoscere i cubani il consiglio è quello di alloggiare nelle casas particulares, le case dei cubani autorizzate dallo stato e aperte ai turisti. Il primo vantaggio è naturalmente il prezzo, uguale per tutti (ma dipende dalle zone di Cuba) e molto basso, attorno ai 22-25 euro per due persone in camera doppia. Per la colazione, abbondante, sana e ricca di frutta, si aggiungono al massimo tre euro a testa. Le case particular sono pulitissime e hanno spazi comuni che raccontano tempi lontani. Le porcellane e i cristalli radunati nei salotti, un po’ alla rinfusa, sono perfetti nelle sale ariose delle case coloniali, che fanno viaggiare nel tempo e con la fantasia. Per prenotare le case in tutta l’isola basta rivolgersi al proprietario, che si premurerà di chiamare altri proprietari nelle destinazioni prescelte. Nelle case si può inoltre cenare o pranzare, sentendosi dei veri re gustando aragoste preparate e servite dai componenti della famiglia, che se vorrete conoscere meglio scoprirete essere ingegneri, medici, architetti. Basta muoversi e vivere così per un paio di giorni e non ci si sente più semplici turisti. Molti turisti, visitando Cuba, scelgono le sue spiagge, il comfort dei lussuosi villaggi vacanze venduti in un pacchetto che include volo, soggiorno e la formula all inclusive, cioè hotel, buffet e bevande a volontà 24 ore su 24.

Ma si dovrebbe evitare di sacrificare l’isola e i suoi miti, la sua storia, solo per il relax sulla sabbia. Dalla capitale i collegamenti in autobus con Viazùl, verso l’ovest, sono molto frequenti e ben organizzati. Ci vuole tempo, l’autostrada non copre l’intera isola, ma vale la pena osservare i paesaggi e la vita nei campi e nei villaggi che scorre davanti mentre ci si sposta. Dall’Avana, verso ovest si raggiunge in poche ore la regione di Pinar del Río, dove ammirare la vallata di Viñales e la natura che caratterizza questa zona. Verso oriente invece, a circa cinque ore di viaggio, si arriva a Trinidad, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Questa città, un vero gioiello che racchiude dentro di sé secoli di storia - fu fondata infatti nel XVI Secolo - ha la particolarità di trovarsi tra le montagne, con la vicina Sierra dell’Escambray, e il mare, a pochi minuti di auto. Qui un’intera giornata andrebbe dedicata a girovagare senza meta per il centro storico di Trinidad, piccolo e magico. La sera, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, non cala il silenzio insieme alla notte, ma le luci fioche delle vie, sembrano avere ancora più vivacità grazie alla musica che risuona dalle case e dai locali. La vita sociale è molto importante per i cubani e basta poco tempo per accorgersene. Da Trinidad ci sono autobus che partono ogni giorno per Varadero, la popolare località turistica piena di grandi alberghi di lusso, oppure per Santiago, nella parte orientale dell’isola.

Sempre da Trinidad si raggiunge Santa Clara, dove si trova il mausoleo di Che Guevara. Per raggiungerlo però non ci sono autobus, ma solo tour organizzati o taxi e auto private, che attraversano la sierra dell’Escambray, lungo strade dissestate che tagliano la foresta. Da Camagüey e Holguin, a est di Trinidad, si raggiungono le località sulla costa settentrionale. Atterrano qui infatti i voli charter che portano i turisti verso i cayos (Cayo Coco, Cayo Guillermo e Cayo Romano), oppure a Santa Lucia e Guardalavaca. Il mare caraibico e la sabbia bianca sono un paradiso per gli amanti di immersioni e snorkeling, grazie alle meraviglie offerte dalla barriera corallina. Gli hotel della costa offrono, come a Varadero e sui cayos, la formula tutto incluso, mentre non mancano le case particular, assenti invece a Varadero. Santa Lucia è una località molto frequentata e ha il vantaggio di avere prezzi più bassi rispetto alle popolari destinazioni turistiche. Si raggiunge in taxi da Camagüey, un viaggio di circa due ore nella campagna quasi deserta, dove si vedono per chilometri e chilometri fattorie e allevamenti di bovini. Le province orientali di Cuba offrono località come Baracoa, che però resta fuori da un itinerario se il tempo è poco.

Questo villaggio tanto amato e dalla vita notturna molto vivace si raggiunge da Santiago o da Guantanamo, nota per la base militare americana. La coloniale Santiago protetta dalle montagne della Sierra Maestra (la rivoluzione è praticamente iniziata qui), accoglie il visitatore con un’esplosione di voci, confusione, motorini e auto continuamente in movimento. Non poteva che venire da questa città lo scatenato carnevale che si tiene in luglio, a suon di musica, un leit motiv che caratterizzerà tutto il viaggio a Cuba. Sempre a Santiago, nel centro storico, c’è la Casa de la Trova, il tempio della musica, e nelle sue vicinanze si trovano anche botteghe di vecchi libri e stampe. Per restare in tema, al cimitero di Santa Ifigenia si può a rendere omaggio a Compay Segundo e a José Marti, un altro grande rivoluzionario cubano ed eroe nazionale, che lottò per l’indipendenza dagli spagnoli alla fine dell’800. Vale la pena inoltre visitare la caserma Moncada, assaltata senza successo nel 1953 da Fidel Castro e dai suoi uomini nel primo tentativo di rivoluzione. Nonostante finì nel sangue, l’azione servì a far conoscere al paese la determinazione del líder máximo che, arrestato e processato, pronunciò nel suo lungo discorso di autodifesa la celebre frase "la storia mi assolverà".

Rovereto e la Vallagarina tra natura e buon gusto


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ROVERETO - Rovereto è un punto di incontro. Nel suo centro storico, ancora miracolosamente intatto, con i suoi palazzi, con i giardini all’italiana e con le sue corti, il turista ci passa per diversi motivi. Chi ama il Trentino trova nello splendido territorio della Vallagarina l’ambiente ideale per una vacanza full immersion nella natura. Le maestose Dolomiti svettano infatti poco più a nord e l’inverno brentonico non è solo sci, ma anche slittino, pattinaggio e passeggiate con le racchette da neve al chiaro di luna. Rovereto infatti dista solo 25 chilometri dalle piste del Monte Baldo e dalla località sciistica di San Valentino che, con le sue piste che guardano il lago, regalano al discesista uno spettacolo davvero emozionante. Il 23 gennaio l’Azienda per il Turismo propone la manifestazione Golosaveva 2010, sei chilometri di percorso con ciaspole o sci con cinque soste golose in malga che daranno la possibilità di assaporare cibi regionali (formaggi, canederli in brodo, stracot con polenta, strudel e torte) accompagnati dai loro famosissimi vini.

Per gli amanti della natura l’altopiano di Brentonico è conosciuto dai botanici di tutta Europa per la ricchezza delle sue specie floreali. La riserva naturale di Bes-Corna Piana è habitat naturale di centinaia di fiori e piante protette, tanto che nella stagione della fioritura si possono ammirare alcune antichissime specie endemiche sopravvissute alle glaciazioni. Il turista più curioso e accanito è invece quello che di Rovereto assapora il gusto storico-culturale. Prima tappa il Mart (Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto) inserito tra i settecenteschi palazzi di Corso Bettini e affacciato su una piazza completamente ricoperta da una cupola di Cristallo. I suoi 14.500 metri quadri sono suddivisi su quattro piani, con una collezione permanente di più di centomila opere a cui si aggiungono importanti esposizioni temporanee in grado di richiamare da tutta Europa pubblico e appassionati di arte contemporanea. C’è tempo fino al 25 aprile 2010 invece per la personale dedicata al pittore trentino Eugenio Prati, con opere dedicate al Simbolismo, al Verismo e alla Scapagliatura. Da non perdere per nessun motivo il Museo Storico della Guerra, oggi uno dei più completi in Italia per quanto riguarda materiali, armi, reperti e documenti video e fotografici sulla Prima guerra mondiale. Una chicca: sentire i cento ritocchi in memoria dei caduti della Campana della Pace, la più grande campana del mondo che oggi ha trovato dimora sul Colle Miravalle, a monte della città della Quercia.

C’è poi anche chi a Rovereto va per castelli percorrendo la Strada del Vino e dei Sapori. D’altronde tutto ciò che subito salta all’occhio del turista sono le mura merlate e i bastioni di qualche rocca, come quelle del Castello di Avio o quelle ancor più maestose di Castel Beseno o quelle della stessa rocca di Rovereto. Un giro all’interno di questi manieri è consigliato davvero, non solo per la posizione panoramica che occupano, ma per la storia che si vive al loro interno, caratterizzata da un passato intriso di drammatiche contese e affascinanti leggende. Binomio cultura e gusto anche per gli affiatati gourmet che avranno numerose occasioni per gustare i sapori raffinati e genuini dei prodotti locali, ma soprattutto dello Chardonnay, del Pinot, Cabernet, Merlot, Moscato e Müller Thurgau, rinomati vini per cui il Trentino è famoso. Una sosta merita l’azienda agricola De Tarczal per degustare il famoso Marzemino e la cucina tipica della stessa vineria. Un suggerimento per chi desidera godersi anche un fine settimane con coccole e relax: pernottare nel nuovissimo Hotel Nerocubo un "business and design hotel" dove ogni piano è dedicato a una mostra di pittura contemporanea, con camere eleganti, ma essenziali e un centro benessere che propone un particolare trattamento con impacco di arnica in Vasca Nuvola, oltre che sauna, bagno turco e una serie di massaggi dedicati alla rivitalizzazione di tutto il corpo.

I viaggi di Luca Jurman


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Arrangiatore e interprete dei venti brani contenuti nell’album "Live in Blue Note Milano" dal 4 dicembre in tutti i negozi, Luca Jurman ha fatto sold out nel jazz club milanese. L'artista è anche l’inventore del Vocal Classic, innovativo metodo di insegnamento di canto che sarà pubblicato entro l’anno. Inizialmente affermatosi come vocalist di artisti nazionali e internazionali, nel 2001 Jurman diventa direttore e arrangiatore musicale del tour mondiale di Laura Pausini, ricevendo la nomination ai Latin Grammy Awards 2002 per la produzione vocale nel disco antologico "The best of Laura Pausini". La sua carriera si evidenzia anche nel settore pubblicitario come autore e interprete di oltre 300 jingles, nel teatro, dove ha curato la direzione musicale del musical "Grease" con Lorella Cuccarini, in qualità di supervisore artistico insieme ad Arturo Brachetti del musical "Peter Pan", di Maurizio Colombi e come attore nel film "Ricordati di me" di Gabriele Muccino. Ma la sua vera passione resterà sempre la musica, tanto che, dopo il primo lavoro di sole cover arrangiate in chiave soul pubblicato nel 2004, esce nel 2008 con l’album "Back to" che ne evidenzia la spiccata predilezione verso il genere R&B, soul e motown. Nel dicembre 2009 esce il terzo doppio cd live le cui venti tracce sono state registrate nel tempio milanese del jazz e pubblicate da Nar International. Latitudine X lo ha incontrato direttamente al Blue Note.

Come si prepara mentalmente un musicista quando deve intraprendere un viaggio?
Ho sempre una valigia pronta da sdoganare in un altro territorio, ma, se non si tratta di un viaggio di puro piacere, la scelta cade d’inverno in una località sciistica e d'estate in una località marittima, dove comunque posso sempre dedicarmi ad attività come lo snorkeling o il nuoto. Mentalmente mi preparo al riposo mentale più totale, prediligendo mete turistiche e poco frequentate perché desidero vivere il viaggio come un momento di stacco dal mio lavoro, che comporta sempre un’intensa attività sociale.

Hai scelto una meta di viaggio dedicata alla musica?
Ho scelto la Cina, molti anni fa non tanto per apprendere un nuovo territorio musicale ma per superare impatti emotivi ed emozionali. Volevo provare a vivere un'esperienza completamente in solitudine. Ho fatto tutto il percorso della Muraglia Cinese. Cercavo la mia essenza e i profumi della vita. È chiaro che da quel viaggio ne è scaturita anche un'esperienza che poi ho applicato alla musica. Ma si è trattato comunque di un percorso interiore. Come confronto musicale per ascoltare e conoscere una diversa realtà musicale ho scelto invece New York.

Cosa non dimentichi di mettere nella valigia?
Il computer. Dentro c'è la mia vita, artistica e personale.

Un musicista può trovare fonti di ispirazione viaggiando?
Assolutamente sì. Una delle più forti fonti ispirazioni per la mia creatività è la natura e le sensazioni che da questa scaturiscono. Sono necessari degli stimoli esterni per poter vivere queste emozioni e trasformarle in musica. Il viaggio ti porta sempre alla creazione di un qualcosa di nuovo.

19 gennaio 2010

Il Partenone


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Mary Beard - Laterza, Bari 2006 - pp. 197

L’abbiamo visto per anni sui libri di scuola, studiato come esempio eccellente di tempio della Grecia del V secolo. L’abbiamo visitato sfidando il caldo e l’irregolarità dei gradini dell’acropoli e ci siamo fatti fotografare insieme a lui, proprio come tutti i turisti del mondo. Ma cosa ricordiamo del Partenone? Per rispolverare vecchie nozioni e incamerarne tantissime nuove si consiglia la lettura di quest’opera di Mary Beard, docente universitaria di Storia antica dell’Università di Cambridge e autrice di vari testi sulla cultura classica. Per quanto i titoli della studiosa siano particolarmente altisonanti e la trattazione notevolmente approfondita, il libro si presenta come lettura piacevole e accessibile a tutti, merito soprattutto del linguaggio semplice, condito, in molti casi, con una buona dose di ironia.

Nel volume viene ripercorsa tutta la storia di questo patrimonio dell’umanità, dalla fase del suo progetto a opera di Fidia su indicazioni di Pericle ("se dovessimo dar retta a Plutarco, Fidia starebbe a Michelangelo come Pericle al papa Giulio II"), fino all’ultimo, eterno, restauro, iniziato nel 1983. In questo arco temporale lunghissimo, il Partenone è stato adibito a tesoreria durante la guerra con i Persiani (479 c. C.), convertito in chiesa (Nostra Signora di Atene, 450), in moschea (1460), usato come deposito di munizioni dei turchi ottomani in guerra contro Venezia (1687) e, per questa ragione, bersaglio di rovinose cannonate. Quindi è stato privato di un numero impressionante di sculture (1799-1803), è stato smembrato, spogliato, ricostruito (inizio del XX Secolo) e demolito (1844).

La storia di Atene è stata da sempre molto movimentata. Tuttavia, nonostante il Partenone ne sia stato sin dall’inizio al centro dell’attenzione, ancora oggi permangono dubbi sulla sua funzione originaria, sull’interpretazione del fregio, sulla disposizione delle sculture nel frontone e sul fatto se sia stata la vergine (parthenos) Atena a dare l’appellativo a tempio, o il tempio alla dea. Il libro affronta anche l’antica e nota controversia tra il British Museum, che conserva gran parte dei marmi del Partenone e la Grecia, che li rivorrebbe a casa. Ma la particolarità del volume, l’ingrediente che lo differenzia dai numerosi altri sull’argomento, è l’indagine sulla ricezione del tempio nel mondo moderno e contemporaneo, che ci fa scoprire come, mentre Virginia Woolf, di fronte alla grandiosità del monumento si sentì quasi mancare, Winston Churchill "avrebbe desiderato vedere qualche colonna in più rimessa in piedi".

Palladio


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James S. Ackerman - Einaudi, Torino 1998 (I ediz.1966) - pp. 98

Considerata la monografia per eccellenza su Palladio (1508-1580), l’opera di Ackerman, agile (nemmeno 100 pagine), ma allo stesso tempo completa, è un vademecum prezioso. Prezioso non solo per gli specialisti del settore, ma anche per chi, in procinto di partire per o di ritorno da un viaggio a Venezia, Verona, Vicenza, Padova e l’area del Brenta, desideri conoscere meglio colui che, da più di cinque secoli, in quelle zone ha lasciato tracce tanto profonde da esserne diventato una sorta di sinonimo. Il testo, seguito da un corposo apparato fotografico, cui l’autore rimanda costantemente, è diviso in cinque parti: una parte biografica, che illustra le vicende che portarono il giovane Palladio dalla bottega di un lapicida di provincia fino ai circoli più esclusivi della Vicenza umanistica.

Seguono tre parti dedicate rispettivamente alle tipologie architettoniche che il maestro realizzò (ville, edifici pubblici e palazzi, architettura religiosa), e una finale in cui, riferendosi ai progetti realizzati e a quelli contenuti nei palladiani "Quattro libri dell’architettura", Ackerman spiega i principi architettonici del maestro. Quegli stessi principi che resero Palladio famoso, richiesto, immediatamente riconoscibile e presto imitato. Anche se mai eguagliato. Indubbiamente influenzato dallo stile del Bramante, dall’ordine rustico di Giulio Romano, da quello gigante di Michelangelo, forte dello studio di Vitruvio e intriso di suggestioni padane e lagunari, Palladio seppe creare uno stile nuovo allo stesso tempo antico, funzionale, ma anche armonioso. In una parola sola: originale ("il fatto di risiedere a Venezia non lo rese più veneziano; fu invece Venezia a diventare più palladiana").

L’acclamato architetto di Villa Barbaro (Maser), della Rotonda (Vicenza) e della serenissima chiesa di San Giorgio Maggiore ebbe anche lui una croce e delizia: il Palazzo della Ragione (o Basilica) di Vicenza, il cui ampliamento e consolidamento gli procurarono sì un successo improvviso e una pioggia di commissioni di palazzi, ma anche grattacapi e lungaggini che si protrassero ben oltre l’anno della morte del maestro. La frase: "L’armonia di Palladio fu soltanto un geniale prodotto dell’Umanesimo, che un architetto di grande sensibilità seppe usare con incomparabile efficacia; per il fatto di essere stata accettata da tante generazioni successive, quest’armonia ha assunto nella pratica dell’architettura un ruolo che appare ormai insostituibile".

Intorno ai sette colli


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Julien Gracq - Mattioli 1885, Fidenza 2009 - pp.137

Nel 1976, all’età di sessantasei anni, Julien Gracq (1910-2007) decise che era giunto il momento di visitare Roma. Da uomo di Lettere, il viaggio nella Città Eterna era per Louis Poirier (questo il suo vero nome) carico di aspettative. E, si sa, quando le aspettative sono tante, è raro che non si rimanga almeno un po' delusi. "Intorno ai sette colli" è un’opera sulla disillusione, sulla sottile malinconia che sopraggiunge quando si scopre un luogo diverso da come lo si era immaginato. Un sentimento che, nel caso dell’autore, rimase inalterato per tutti e dodici gli anni in cui questo diario di viaggio decantò in un cassetto prima di raggiungere la scrivania dell'editore, nel 1988. La lettura del volume è decisamente sorprendente. Un po' dispiace, è innegabile, constatare come la bellezza di Roma non abbia entusiasmato un animo sensibile come il suo, o leggere della marginalità e della timidezza provinciale dell’Eterna, eppure è difficile non amare questo libro.

E impossibile non sorprendersi di fronte alle sue metafore e confronti inediti, capaci di mostrarci Roma come non l’abbiamo mai vista. Più che descrivere la città, Gracq ha disegnato dei veri e propri quadri onirici, in cui il Colosseo non è tanto una rovina, quanto "un fossile monumentale smisurato" e nei quali "San Pietro è un colosso dalle spalle strette". Immancabili sono i paragoni con le bellezze di Francia, dai quali Roma esce quasi sempre perdente. Sebbene infatti la Colonna Traiana sia più nobile della colonna di Place Vendôme, via Margutta non fa pensare al Montparnasse di Picasso o di Pascin "ma ai versanti posteriori di qualche sobborgo Saint-Germain un po' sciupato" e Piazza di Spagna a un abbozzo in piccolo delle scalinate di Montmartre e della folla a passeggio per la Place du Tertre.

Parole non meno acide spettano al Tevere, che non merita neanche di essere chiamato fiume; al Vittoriano ("torta a più piani del re baffuto") e alla Piazza del Campidoglio, "fiera ma sfortunatamente avvilita dalla statua equestre priva di grandeur di Marc’Aurelio che cavalca a pelo come il garzone di un mugnaio". Fortunatamente, in questa città, "in cui tutto si accatasta, s’incastra e si contamina" qualcosa si salva: l’Aventino con la chiesa dei Cavalieri di Malta, le pose baudeleriane dei gatti sui tronchi delle colonne dei Fori e la superba Piazza Navona, il cui splendore riesce a fargli scrivere un appassionato: "mi estasiava sia caderci dentro quando non la stavo cercando, sia smarrirmi tutte le volte che vi avevo un appuntamento".

12 gennaio 2010

Rivers State, il forziere della Nigeria


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Rivers treasure base of the nation" ("Il Rivers State è il forziere della nazione"): è la scritta riportata sulle autovetture immatricolate in questo che è uno dei nove stati che compongono il Delta, una delle regioni più ricche della Nigeria. Più che a una nazione, per la Nigeria, bisogna pensare a un gigante dove vive quasi un sesto della popolazione di tutta l’Africa. Un paese grande circa tre volte l’Italia con 150 milioni d’abitanti, che per la maggior parte vivono sotto la soglia di povertà. Indipendente dal 1960 vanta una storia degna del peggio di questo continente: colpi di stato a ripetizione, brogli elettorali e corruzione endemica.
"Da quando la società civile è stata debilitata da decenni di governo militare, i nigeriani usano liberamente l’espressione 'colonialismo interno' come la più immediata per descrivere la perdurante soppressione della volontà popolare, una coordinata rimozione democratica che funziona grazie a una ristretta cricca egemone, determinata a mantenere il controllo della nazione" (Wole Soyinka, 12 luglio 2009). La "cricca" a cui fa riferimento il Premio Nobel per la letteratura è l'élite militar-civile che controlla oggi il potere politico ed economico di un paese che è il primo esportatore di greggio dell’Africa e l’ottavo al mondo. La quasi totalità del petrolio nigeriano arriva dalla regione del delta del fiume Niger, una zona dove l’inquinamento ha reso sterile una terra fertilissima e prive di vita acque pescosissime. Terre abitate da circa 30 milioni di persone, provenienti da 40 differenti etnie. Qui il business delle concessioni petrolifere alle grandi multinazionali, che vede protagonista anche l’italiana Eni, produce l’80% del Pil della Nigeria. Ma nel Delta, dei proventi di mezzo secolo di esportazione, non sono arrivati nemmeno gli spiccioli.

Girando per le trafficatissime strade di Port Harcourt, capoluogo del Rivers State impressionano le code mostruose nei pressi dei distributori di benzina, che spesso sono vuoti. È il paradosso nigeriano: producono petrolio, ma non sono in grado di raffinarne per il mercato interno. Quindi esportano greggio e reimportano benzina: inevitabile che i prezzi salgano alle stelle. Chibuike Rotimi Amaechi è governatore del Rivers State dal 2007. Dinamico, sicuro di sé, con un sorriso un po' alla Eddie Murphy, è dedito a quell’operazione che nel marketing si chiama rebranding: cambiare la nomea che il Delta ha acquisito in questi anni. Port Harcourt non deve più essere solo sinonimo di violenza (la città è tappezzata da una sorta di pubblicità progresso con cui 'si sconsigliano' rapimenti, violenze e affiliazioni a dubbie sette para-religiose). Un'operazione di pulizia che da una parte procede con le ruspe che, senza tanti complimenti, stanno radendo al suolo interi slum e dall’altra, cercando di mantenere una promessa, secondo cui lo sviluppo futuro passa attraverso l’istruzione e finanzia la costruzione di 50 nuovi istituti scolastici nella regione.

È nell’ambito di questo processo di rebranding che il governatore ha sponsorizzato lo Ion International Film Festival, celebratosi a Port Harcourt nel dicembre scorso. Un festival itinerante partito da Los Angeles, transitato da Dubai nel 2008, e arrivato un anno dopo nella capitale del Rivers State. Dal 2007 è gestito dal Farmani Group di Hossein Farmani, businessman iraniano trapiantato negli States e grande intrecciatore di charity, cultura e soldi. La mission ufficiale del festival era quella di promuovere il cinema indipendente e di costruire la pace (o almeno provare a farlo) attraverso l'arte. Obiettivo perseguito con successo grazie alla professionalità della squadra che ci ha lavorato. A partire dalla direzione artistica, affidata a Catherine Ruelle, francese, profonda conoscitrice del cinema africano. Pellicole provenienti dall’Europa, dall’America, dall’India, da tutta l’Africa, con ovviamente grande spazio alla cinematografia made in Nollywood, la risposta 'nera' a Hollywood e a Bollywood. Dopo il petrolio e il business religioso, con un fatturato di 250 milioni di dollari e 300 mila addetti, è la terza industria della Nigeria. Ogni settimana quasi trenta nuovi film fanno la loro comparsa nella giungla urbana nigeriana.

La base logistica di Nollywood è Lagos, la capitale economica del paese. In questa sorta di ragnatela umana di oltre 15 milioni di abitanti c’è spazio per una sorta di Beverly Hills tropicale: la penisola di Lekki, scelta dalle star per le loro residenze. Il quartiere di Surulere, invece, ospita le società di produzione e le nuove dinastie di Nollywood. Una geografia che ha nelle bancarelle e nelle stradine inestricabili di Idumota la macchina da soldi che diffonde ai quattro angoli del paese centinaia di film ogni anno. Qui la pellicola non esiste, si lavora solo in digitale e tutto viene diffuso tramite dvd: saltando completamente il circuito delle sale cinematografiche i produttori nigeriani sono stati capaci di raggiungere un pubblico sempre più ampio e variegato. Comprati ad Idumota, i film vengono poi rivenduti nei mercati di tutte le più grandi città del continente africano, superando in parte i conflitti linguistici ereditati dal passato coloniale e contribuendo a creare così un universo di riferimenti culturali comuni capaci di tagliare trasversalmente le frontiere tracciate dalla politica. L’incontro, a Port Harcourt, con registi e attori di Hollywood, come Giancarlo Esposito e Daryl Hannah, e Bollywood, come Adnan Siddiqui e Masumeh Makhija, ha consentito un interscambio e una possibilità di sviluppo a una cinematografia 'giovane' come quella nigeriana.

Il clima informale che favoriva approcci e incontri con registi, produttori e star cinematografiche, unitamente ad appositi workshop intelligentemente inseriti nel programma del festival, hanno consentito a mondi molto lontani - per mezzi economici e tradizioni culturali - di entrare in contatto e potersi, vicendevolmente, evolvere. Pescando tra le numerose sezioni in cartellone - corto e lungometraggi, documentari, video, lavori di animazione, più una sezione dedicata ai lavori di giovani studenti nigeriani - mi permetto una segnalazione per un paio di lavori, extra-nollywoodiani, che meriterebbero di arrivare quanto prima nelle nostre sale. La prima è per "From a whisper", del keniano Wanuri Kahiu, una pellicola - premiata per la categoria lungometraggi - che racconta una storia legata all'attentato di Nairobi dell’agosto 1998 all’ambasciata americana. La seconda è per uno strabiliante musical, firmato dalla regista senegalese Dyana Gaye, ambientato durante un viaggio in taxi tra Dakar e Saint Louis. L’elenco completo dei lavori premiati a Port Harcourt è su www.ionfilmfestival.com.

Cinque domande a...Enrico Vanzina


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Enrico Vanzina, classe 1949, forma col fratello Carlo un’inossidabile coppia di registi e sceneggiatori. I primi passi dietro la macchina da presa li ha mossi come aiutante del padre Stefano, meglio noto come Steno. Nel 1976 ha iniziato la carriera di sceneggiatore che lo ha portato a firmare più di ottanta film con molti dei più famosi registi italiani, fra i quali Dino e Marco Risi, Alberto Lattuada, Mario Monicelli e Nanni Loy. Insieme a Carlo ha realizzato alcuni dei maggiori successi degli anni Ottanta e Novanta, lavorando con un grandissimo numero di attori italiani, tutti molto quotati. Nel corso del 2009 ha firmato la sceneggiatura del film "Un'estate ai Caraibi", sempre insieme al fratello, che invece ne ha curato la regia.



Come si prepara per un viaggio?
In realtà non mi preparo mai, amo i viaggi casuali. A meno che non si tratti di lavoro, i miei viaggi veri sono last minute della mia coscienza. Non viaggio mai d’estate perché in questa stagione di solito lavoro, ma negli altri periodi sì e a volte sono capace di dire a mia moglie il venerdì: "Fai la valigia, si parte per il weekend". Il viaggio mi allunga la vita e per quando sarò più anziano voglio più bandierine piantate sulla mia mappa.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Per anni mi sono portato di tutto, all’insegna del "non si sa mai". Poi ho imparato il piacere di viaggiare leggerissimo.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Il primo viaggio fatto dopo l’esame di maturità. Avevo diciotto anni ed era un coast-to-coast negli Stati Uniti. Me lo regalò mio padre, per me allora una traversata mitica.

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
Sicuramente Bob Dylan. Qualsiasi cosa.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
È stato un trauma, ma in realtà e per fortuna non l’ho assaggiato. Mi trovavo a Hong Kong, dove mio padre stava girando con Bud Spencer un film su Piedone. Noi tre fummo invitati a pranzo da alcuni produttori locali. E la prima portata che ci servirono fu una testa di scimmia col cranio scoperchiato e il cervello da mangiare così, ancora al suo posto. Proprio come nel film di Indiana Jones. Scappammo!

8 gennaio 2010

Una reggia senza pensieri per sua Maestà


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POTSDAM - Un nome francese, Sans-souci, per la reggia tedesca "rivale" di Versailles. Proprio come tutti i re e gli imperatori, anche Federico II Hohenzollern, detto "il Grande", ha voluto gareggiare in architettura con il palazzo del Re Sole. Ma essendo uno spirito pratico, il re di Prussia, sul trono fra il 1740 e il 1786, ha preferito una bella villa a una costruzione imponente e dedicare le sue attenzioni migliori al parco sontuoso. Sans-Souci è già dal nome rivelatore: senza pensieri, giusto un'abitazione per passare le vacanze al riparo da troppe preoccupazioni. Lussuosa, certo, in fondo sempre di reali si tratta. Ma il palazzo a un piano è spartano rispetto ai vari Schönbrunn o Versailles. È piuttosto una grande villa dove ospitare amici e familiari in un'atmosfera intima e in totale relax e dove dare più importanza al giardino imponente. Oggi la residenza di Federico II è diventata la meta d'attrazione principale di Potsdam, un antico villaggio a pochi chilometri di distanza da Berlino, dove frotte di turisti accorrono per visitare il capolavoro architettonico del Settecento, risparmiato dalle bombe della Seconda guerra mondiale.

La cittadina è entrata nei libri di storia anche per la conferenza del 17 luglio 1945 che decise la suddivisione di Berlino in quattro zone di occupazione. Inoltre, il famoso muro, simbolo della guerra fredda, lambì Potsdam che possiede il "ponte delle spie", usato per scambi di agenti prigionieri tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Caduto il muro, anche la cittadina è tornata all'antico splendore e il Palazzo ha ripreso vita. Probabilmente ne sarebbe contento proprio Federico II che amava talmente tanto questo posto da trasformarlo da residenza estiva in corte stabile. Lo fece progettare dall'architetto Georg Wenzeslaus Von Knobelsdorff tra il 1745 e il 1747, come luogo di riposo e ozio, ma il disegno e ogni piccolo dettaglio portano lo zampino del re di Prussia, tanto che lo stile viene chiamato Rococò fedriciano. Federico II voleva un palazzo intimo dove vivere e soprattutto dove fosse possibile uscire in giardino da qualsiasi punto. Le porta finestre si aprono tutte sull'immenso spazio verde a gradoni, che, come detto, è la caratteristica della "reggia". Era proprio il parco la passione del re: ha voluto persino un frutteto tropicale, terrazze, serre e agrumeti. Federico II amava passeggiare con i suoi levrieri italiani, suonare il flauto e tessere rapporti con i filosofi illuministi: scrisse opere con il suo amico Voiltaire, suggerì composizioni a Johann Sebastian Bach, che ospitò anche a Sans-Souci. Nonostante Federico II sia passato alla storia come re soldato e fosse sempre in guerra con l'acerrima nemica Maria Teresa d'Asburgo, arciduchessa regnante d'Austria, o come padre della patria per la ristrutturazione politica e sociale della Prussia del tempo, il sovrano preferiva occuparsi di musica, letteratura, arte, sostare nell'amata reggia e occuparsi del suo amato parco. Federico morì qui il 17 agosto 1786, dopo 46 anni di regno e all'età di 74 anni. Volle essere sepolto vicino alle tombe degli adorati cani, in un terreno comune vicino alla loggia del castello. Ma il suo erede, Federico Guglielmo II, ordinò diversamente: la salma finì nella chiesa di Potsdam. Anche se nel 1991, è riuscito a essere riportato a casa dai suoi levrieri che giacciono ancora all'ombra dello splendido gazebo del parco. È il giardino l'attrazione principale di Sans-Souci.

L'ingresso è molto scenografico: dal palazzo si arriva subito ad un primo gradone e da qui comincia una serie di terrazze, larghe e comode, che portano alla tenuta vera e propria. Un impressionante colpo d'occhio su quello che volle il re: i vigneti con piante provenienti da Portogallo, Italia e Francia, oltre che dalla Renania. Non solo uva per Federico II, ma anche tantissimi fichi, banane, peschi, oltre a serre di meloni e agrumi di ogni tipo, per un totale di tremila alberi da frutto. Al centro del parco una lunga e dritta strada di due chilometri e mezzo che collega tutte le fontane, le costruzioni per gli ospiti, il gazebo, le serre e quant'altro. Federico fece erigere numerosi templi ed edifici stravaganti nello stesso stile rococò del palazzo. Come la Casa cinese del te, un padiglione che mischia elementi rococò con influenze orientali. O come la grande fontana con allegorie e statue di marmo rappresentanti Venere, Mercurio, Giove, Marte e Minerva e i quattro elementi della natura. I successori di Federico II ampliarono ulteriormente il parco al punto che oggi ricopre circa 500 ettari di terreno, comprende altri castelli, tra cui quello di Cecilienhof dove si svolse la Conferenza di Potsdam con il presidente Usa Harry Truman, il leader sovietico Stalin e il premier inglese Clement Attlee per decidere il futuro dell'Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Ovviamente il clou del parco è il palazzo vero e proprio, dipinto di giallo, lungo 97 metri e alto 12, ornato da 88 cariatidi, dominato da una cupola verde dove è impresso a lettere dorate il nome della reggia: quasi a ricordare che questo è un luogo di svago, senza pensieri.

L'interno è costituito solo da una dozzina di stanze, e nemmeno tanto sontuose, ma rispecchiano il carattere del sovrano e la sua idea di una villa comoda e pratica. Si respira un'aria familiare, molto intima, passando per sale, tutte con pavimenti e soffitti decorati. Si può facilmente immaginare il re immerso nelle sue appassionate conversazioni di letteratura e filosofia con gli ospiti, magari lo stesso Voltaire, nella biblioteca circolare. Questa è illuminata da finestre alte fino al soffitto, ha un imponente camino e il pavimento a raggiera in legno. Le librerie che costeggiano le pareti sono in legno di cedro e bronzo dorato, ornate da cartigli con stemmi. Interessante è anche la "sala del re" con la scrivania dove Federico passava molto del suo tempo e il letto dove morì. Il clou della reggia tuttavia è la sala dei ricevimenti ispirata al Pantheon di Roma, arricchita da molti quadri del pittore preferito dal re, il francese Antoine Watteau, e decorata con marmi di Carrara. Federico II era un mecenate e un collezionista, ma parecchi dei suoi oggetti d'arte sono finiti in vari musei tedeschi. Rimangono i quadri e statue collocate nella lunga e imponente galleria, forse la zona più lussuosa del palazzo. Ma sicuramente quello che rimane più impresso di Sans Souci sono le alte vetrate che si aprono sul giardino in un panorama mozzafiato: esattamente quello che voleva sua Maestà.

Cinque domande a... Luca Toni


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Luca Toni, campione del mondo e centravanti della nazionale italiana, ha esordito in serie A nel 2000 con il Vicenza, passando poi al Brescia, dove ha giocato al fianco di Roberto Baggio. Nel 2003 si è trasferito a Palermo per mettere a segno 30 gol in 45 gare. Nel 2005 con grande amarezza dei tifosi rosanero ha lasciato la Sicilia per approdare a Firenze. Dopo aver vinto la Coppa del Mondo nel 2006 è stato ingaggiato dal Bayern di Monaco e in Germania ha conquistato la folla diventanto in breve tempo capocannoniere della Bundesliga 2007/2008. È di pochi giorni fa il grande rientro in Italia: nel prosieguo del campionato 2009/2010 il bomber vestirà la maglia della Roma.


Il viaggio più bello che ha fatto?
Tra i tanti viaggi che ho fatto, anche e soprattutto con la squadra e la Nazionale, direi che le Maldive sono un posto davvero speciale per me. Forse perché mi piacciono gli sport acquatici, diving, nuoto e lì è un paradiso. Il mare è meraviglioso, mi comunica una grande sensazione di quiete e di distensione.

Che cosa le hanno lasciato questi luoghi?
Una profonda sensazione di pace. Di solito arrivo alla fine della stagione sempre molto stanco, gli impegni tra coppe, campionato e Nazionale sono sempre molto intensi, stressanti e quello che cerco è la calma, il silenzio, la tranquillità e le Maldive mi comunicano proprio questo: relax.

Il cibo più strano o particolare che ha mangiato?
Sicuramente avrò mangiato cose particolari, soprattutto in Giappone, magari pesci che noi in Europa non conosciamo. Comunque erano molto buoni. Ma se ho mangiato cibi strani preferisco non sapere cosa fossero.

Se dovesse stilare una colonna sonora del posto che l'ha colpita di più, che musica sceglierebbe?
Di solito carico il mio iPod con tutte le canzoni che mi piacciono, quindi non c’è una colonna sonora specifica. Mi piace ascoltare Nek, Ligabue, Vasco, e poi dipende sempre dai momenti, dagli stati d’animo. Ad esempio uno degli artisti stranieri che adoro è Bruce Springsteen.

L'albergo più accogliente dove ha dormito o quello che le è rimasto più impresso?
Devo dire che ho sempre avuto la fortuna di dormire in grandi alberghi, visto il lavoro che faccio, tuttavia ricordo una vacanza in Thailandia. Non ne ricordo il nome, ma l’albergo era di una bellezza incredibile.

Foto C. Mangiarotti per Gossipnews.it

7 gennaio 2010

Koh Samui, elefanti e farfalle sull'isola


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KOH SAMUI - Non solo palme e spiagge. Koh Samui ha un entroterra altrettanto ricco di attrazioni, dai numerosi templi alle cascate e alla fauna locale. Un luogo che sa di Paradiso terrestre, dove il tempo scorre lento e dove la gente è sempre sorridente. Un incanto recentemente squarciato da un incidente aereo che ha portato l'isola thailandese agli onori, in questo caso tristi, delle cronache: un aereo è uscito di pista, schiantandosi contro la torre di controllo, a causa della pioggia e provocando la morte del pilota. Tragedie a parte, è proprio lo scalo aeroportuale il biglietto da visita più originale di Samui: frequentatissimo dai tanti voli giornalieri che lo collegano a Bangkok, è un susseguirsi di giardini, palme, tapis roulant e banchi per il check-in sotto tetti di bambù. Un modo originale e ben integrato con la natura per dare il benvenuto ai visitatori di questo gioiello del golfo della Thailandia.

Per vederlo al meglio basta affittare un motorino e seguire la lunga strada asfaltata che costeggia tutta la sua estensione. Una spiaggia dopo l'altra: da quelle più amate dai turisti, con palme, ristorantini sull'arenile e ombrelloni di paglia per riposarsi, a quelle più tranquille, riservate magari ai vari resort dell'isola, spettacolari nel loro silenzio, con i cani che passeggiano sulla riva e i massaggiatori pronti ad offrire un relax al meglio della tradizione thai. Comunque sia, da fare attenzione alle maree che quando si ritirano fanno emergere granchi e rocce. Sicuramamente la spiaggia più frequentata è a Chaweng, piccolo borgo che la notte si trasforma in un chiassoso ritrovo, tra ristoranti, negozi e schiamazzi di mille motorini e auto. Un po' troppo per chi cerca il contatto con la natura. Meglio a Lamai, seconda cittadina dell'isola, anche questa una trafila di negozi e bar illuminati, ma meno caotica di Chaweng e dall'aria più hippy, senza contare che la spiaggia è migliore di quella della "rivale".

All'estremità meridionale di Lamai c'è una delle tante attrazioni naturali: due rocce erose dal mare e dal tempo, chiamate Hin Yai e Hin Ta, ovvero grande padre e grande madre, che hanno la forma dei genitali maschili e femminili. Abbandonata la costa ricca di bungalow in legno, villaggi e mercatini di spettacolari frutti tropicali, l'interno di Koh Samui merita alcune escursioni. Al nord, c'è il tempio del Buddha gigante, Wat Phra Yai, con una statua di quindici metri, posto su un isolotto a cui ci può arrivare tramite un ponte sospeso. Senza contare i numerosi templi, buddisti ma anche induisti, sparsi per l'isola, come il il Wat Khunaram, che conserva la mummia di un monaco morto oltre venti anni fa durante la meditazione. Più gioioso è invece Laem Sor Pagoda, una pagoda d'oro che sprizza bagliori lucenti nel cielo. Ma è a contatto con la natura che a Samui si fanno le esperienze più interessanti. Come con le monumentali cascate Namtok Na Mueang.

Fanno un doppio salto e ci si può arrivare a piedi, tramite una gita nella giungla, tra fiori di mille colori, le immancabili palme da cocco e altissime piante lussureggianti, o meglio ancora a dorso di elefante, un passaggio estremamente comodo e divertente, soprattutto quando il "guidatore" invita pochi e selezionati "ospiti" a mettersi direttamente sul collo, dietro le orecchie, dell'elefante. Altre cascate, meno spettacolari e più pratiche da raggiungere, visto che si può farlo anche in auto, sono le Namtok Hin Lat. Qui, nel laghetto sottostante al salto dell'acqua, ci si rinfresca con un piacevole bagno tra i rumori della natura incontaminata. Samui è il regno degli animali: non solo elefanti, ma anche scimmie e serpenti, con cui temerari locali fanno uno spettacolo per i turisti. E poi l'acquario con i pesci locali, il mini zoo, triste peraltro, con le tigri, ma soprattutto il "giardino delle farfalle". Un'enorme serra dove vivono centinaia di farfalle di ogni forma, tinta e dimensione, che si avvicinano ai visitatori e si lasciano fotografare nella loro maestosità o svolazzano sopra le loro teste. Sono proprio le farfalle e gli elefanti, insieme all'ospitalità della gente e alla tranquillità isolana, a lasciare un ricordo speciale di Samui.

Come arrivare
Dall'Italia è possibile arrivare a Bangkok con un volo diretto Thai Airways da Roma e Milano. Da Bangkok si può effettuare un volo interno fino a Koh Samui o in alternativa arrivarci via terra. In questo caso bisogna scendere fino a Don Sak, dove partono i traghetti per l'isola. La cittadina si trova a una sessantina di chilometri a est di Muang Surat Thani, circa 700 km a sud della capitale.

Diari di viaggio, Magalli: le mie luci a New York


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Quella di essere un grande viaggiatore è una caratteristica poco nota di Giancarlo Magalli (nella foto con Adriana Volpe). E in effetti il Giancarlo nazionale è più famoso com uomo di spettacolo, anche dietro le quinte. Ha scritto infatti molto per il teatro e il cabaret e tra le sue opere si ricordano "Romoleide" e, in collaborazione con Pippo Franco, le commedie: "Il naso fuori casa", "Belli si nasce" ed "È stato un piacere", nelle quali ha anche recitato come coprotagonista. Come sceneggiatore cinematografico ha, tra gli altri, scritto i film: "La gatta da pelare", "Due strani papà", "L'incarico (The Assignment)" e "Yougottabekidding". È inoltre autore di molte trasmissioni televisive, a partire dal famoso "Non Stop", "Patatrac", "Pronto Raffaella", "Pronto, chi gioca?". Sono anche suoi i programmi: "Sotto le stelle", "Galassia 2", "Lady magic" e "Tutto compreso". Il conduttore ha tanti hobby, come quello dei computer e della tecnologia. Attualmente è tornato al timone di "I fatti vostri", la storica trasmissione di Michele Guardì su Raidue, tutti i giorni dal lunedì al venerdì, dalle 11:00 alle 13:00.

"Non ho un viaggio del cuore in particolare, dato che mi piace partire spesso. In alcuni luoghi vorrei ritornare, altri invece non mi attirano, come il Sudamerica, dove non sono mai stato. Amo molto gli Stati Uniti, li ho visitati almeno un'ottantina di volte, sono quaranta anni che ci vado almeno una volta l'anno. Soprattutto a New York, dove ho anche una casa. E' una metropoli che cambia in continuazione e ti affascina sempre, c'è qualcosa di nuovo da vedere ogni volta anche se uno la conosce. La prima volta si fa il turista e si visitano i soliti monumenti come la Statua della Libertà o l'Empire State Building; la seconda cominci a notare altre attrazioni. Ad esempio, quest'estate sono stato per la prima volta alla "Morgan Library", un posto di cui i turisti non sanno nemmeno l'esistenza, anzi a volte non lo sanno neppure i newyorkesi. E' una città talmente effervescente che c'è sempre una mostra o
una manifestazione diversa ogni volta che uno ci mette piede.

In questi anni l'ho vista cambiare: ci sono ristoranti e boutique che chiudono e altri che aprono, magari diventano trendy per un periodo e poi ne nascono altri. Attualmente il quartiere più alla moda è il "Meat Packing District", con le casette a schiera dei primi del secolo e i vecchi magazzini della carne. Anche se io trovo ancora molto vivo e interessante Soho. Ovviamente di tutte le volte che sono stato a NY quella che mi ha colpito di più è stata dopo l'11 settembre 2001. C'era un clima di mestizia, con i locali deserti, nessuno che faceva la coda nei ristoranti o nei negozi. E' stato triste, ma il sindaco dell'epoca Giuliani è stato bravo a risollevare la città. Anche se "Ground Zero" è rimasto un luogo spettrale e demoralizzante: ancora non ci hanno costruito niente, nonostante i progetti, e credo che ci vorrà molto tempo prima che rinasca".

20 dicembre 2009

Speciale Natale in Africa


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Etiopia - Il maggior Paese cristiano d'Africa, confessione copta, festeggia il proprio Natale, noto come Ganna, il 7 gennaio. Le celebrazioni, in alcuni casi, si tengono ancora nelle antiche chiese scavate nella roccia. La notte della vigilia si resta fuori fino all'alba cantando e pregando, mentre la mattina del 7 gennaio si celebra il servizio religioso e si trascorre poi in festa il resto della giornata. Il pranzo natalizio prevede il doro wat a base di pollo, servito sul piatto di pane injera. Nella tradizione copta etiope non è molto radicato lo scambio natalizio di doni, anche se si sta diffondendo ultimamente.


Egitto - Paese musulmano con una presenza cristiana forte, anche qui di confessione copta. E anche qui si festeggia il 7 gennaio, pur se le celebrazioni iniziano a fine novembre. Per quaranta giorni non si mangia carne né latte, l'astinenza finisce il 6 gennaio, giusto in tempo per il giorno dopo quando alle celebrazioni religiose, alcune persino trasmesse dalla tv di Stato, si unisce il pranzo sontuoso con il fatta, piatto tradizionale a base di carne e riso. Da alcuni anni trionfano gli alberi di Natale, solamente artificiali.


Ghana - Ogni occasione è buona per fare festa. Così il Natale si colora di chiese addobbate, musica, processioni e parate per le strade. La gente va a trovare parenti e amici che vivono nei villaggi lontani. Per il pranzo natalizio si usa mangiare riso, pollo, agnello e molta frutta di ogni genere. Nelle famiglie cristiane si fa l'albero, decorando un mango.



Kenya - Le poche chiese cristiane vengono addobbate in stile locale: fiori coloratissimi e alberi di mango trasformati in "abeti" natalizi. Le famiglie festeggiano a pranzo, mentre i bambini girano di casa in casa alla ricerca di doni e dolci. Il piatto che non manca sulle tavole è un arrosto di capra chiamato nyama choma.




Nigeria - Paese dalle mille etnie, qui il Natale si festeggia solo nelle regioni dove sono presenti i cristiani. Tuttavia questi non sono pochi, considerando che nel censimento religioso del 1999 toccavano i 56 milioni, pari al 40% della popolazione totale. La tradizione più radicata rimane il pranzo di famiglia con tutti i parenti.




Sudafrica - Il Natale, nella nazione più meridionale del continente, cade durante le vacanze estive in virtù delle stagioni invertite rispetto all'Europa. Il 25 dicembre diventa così una scusa per fare una gita fuoriporta o per passare una giornata al mare.



Zimbabwe - Per Natale, qui chiamato Kisimusi, i grandi regalano doni ai bambini. Anche qui il pranzo è al centro delle feste: più famiglie di parenti e amici si riuniscono per preparare le pietanze che vanno dal porridge all'arrosto di capra, alle verdure e agli immancabili dolci.

Gerusalemme, spirito e potenza


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GERUSALEMME - Su Gerusalemme sarebbe doveroso scrivere qualcosa di potente, perché questa è la sensazione che si prova, visitandola. E non è necessario compiere un viaggio religioso per sentirsi improvvisamente a contatto con la propria spiritualità. È quasi come camminare in punta di piedi e sussurrare quando non si deve fare rumore. Ci si adegua, semplicemente. Ci si adegua a un luogo che trasuda storia, come tanti, è vero, ma solo Gerusalemme ci obbliga a fare un cammino anche dentro noi stessi. L’ideale sarebbe visitarla da mercoledì a domenica, facendo in modo di trovarsi là nelle giornate di preghiera di musulmani, ebrei e cristiani, cioè venerdì, sabato e domenica, avendo già avuto il tempo di ambientarsi. La città vecchia è di fatto divisa nei quartieri musulmano, cristiano ed ebraico, per cui non sarà difficile decidere come visitarla al meglio.

Le luci di Gerusalemme e i suoni all’interno delle mura sono quasi commoventi. Al tramonto, mentre il cielo diventa rosato, gli ultimi raggi di sole si specchiano sull’oro della Cupola della Roccia - che insieme alla moschea di Al Aqsa domina la spianata delle moschee, o Monte del Tempio - e tutto intorno risuonano i canti dei muezzin dai minareti, che si sovrappongono alle campane delle chiese. Per entrare nella città vecchia si passa attraverso le porte costruite lungo le mura volute da Solimano il Magnifico nel XVI Secolo. La Porta di Damasco conduce dritto al quartiere musulmano, con le sue irresistibili botteghe di spezie e i mercati distribuiti in un immenso e caotico bazar, che si spegne al tramonto, quando improvvisamente le persone e le merci scompaiono e restano solo le luci e le pietre antiche. E come d’incanto sembra che il tempo, i secoli, non fossero mai passati. Al confine col quartiere ebraico si trova, lo ricordiamo, il Monte del Tempio, dove cioè fu edificato il primo tempio ebraico, mille anni prima della nascita di Cristo. La Cupola della Roccia sorge sulla lastra di pietra sacra sia all’Ebraismo che all’Islam. Sacra perché qui sarebbe il punto in cui Abramo stava per uccidere suo figlio Isacco, e sempre qui, secondo la tradizione, Maometto salì al cielo per raggiungere Allah.

Al Monte si accede dal Muro Occidentale, ossia il Muro del Pianto, dove ogni giorno, ma specialmente al sabato, si radunano migliaia di ebrei in preghiera, rigorosamente divisi nei settori maschile e femminile. Una meta di pellegrinaggio molto importante per tutti gli ebrei, dove è necessario osservare rispetto nell’abbigliamento e nel comportamento, come praticamente in tutta la città vecchia. Il cammino lungo le strette vie porta al quartiere cristiano, dove sono custoditi i luoghi santi che ricordano la vita di Gesù. La basilica del Santo Sepolcro è costruita proprio sul luogo in cui sarebbe avvenuto il calvario, quindi dove Cristo è stato crocefisso, e dove è poi morto e risorto. La basilica fu fatta edificare da Elena, la madre dell’imperatore Costantino, 300 anni dopo la morte di Gesù. Appena fuori dalla porta di Jaffa, lasciandosi alle spalle il Muro del Pianto, si raggiunge la Cittadella (Torre di Davide), da cui si può continuare, passeggiando, o prendendo un taxi, fino al Monte degli Ulivi che si trova proprio sulla collina di fronte.

La moderna Gerusalemme invece colpisce per il gran numero di giovani che si radunano la sera nelle vie del centro per vedere gli artisti che si esibiscono in strada, mentre tutto intorno si trovano numerosi ristoranti e bar con spazi all’aperto. Nella città nuova va visitato l’Israel Museum, per conoscere cinquemila anni di storia, e il Santuario del Libro, dove sono custoditi i Rotoli del Mar Morto. Ci si deve spingere invece fuori dal centro per visitare lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto inaugurato nel 2005. Un pellegrinaggio nella storia e nella spiritualità, passa necessariamente anche attraverso altri luoghi santi, come la Basilica della Natività, a Betlemme, nei territori palestinesi. Un autobus conduce da Gerusalemme fino al muro che divide la Cisgiordania da Israele e dopo i controlli dei soldati israeliani si prosegue per Betlemme, ma per arrivarci si deve prendere un taxi palestinese fino alla basilica e alla Piazza della Mangiatoia. Il tragitto non è lungo è offre la possibilità di vedere da vicino le due opposte realtà che convivono nei luoghi più sacri della nostra civiltà: quella degli israeliani e dei palestinesi.

17 dicembre 2009

Speciale Natale in Asia


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Giappone - Terra di contraddizioni e commercio, dove tutto viene trasformato in luci che addobbano le città, anche il Natale non poteva passare inosservato, nonostante qui non sia una festa religiosa. I centri commerciali e i negozi fanno sfoggio di un numero impressionante di Babbi Natale: i giapponesi impazziscono per questo vecchietto vestito di rosso. Lo chiamano Santa Kuroshsu e viene raffigurato con un paio di occhi anche sulla nuca, una particolarità che risale agli dei nipponici. Esiste infatti una divinità, Hoteiosho, che porta i regali ai bambini che si comportano bene e che ha come caratteristica un paio di occhi sulla nuca per controllare meglio il comportamento dei più piccoli. Insomma, i giapponesi hanno reso loro anche Santa Claus. Niente riti religiosi, niente menù speciali, ma tantissimi regali. Tutte le decorazioni natalizie, però, cominciano ad essere rimosse già dal 26 dicembre.


Filippine - Essendo il paese più cristiano dell'Asia, le celebrazioni sono abbondanti e cominciano presto. Al centro c'è la Misa de Gallo, la messa di mezzanotte che può durare fino all'alba. In giro per le città è facile imbattersi in rappresentazioni della Natività e delle peripezie della Sacra Famiglia. I festeggiamenti durano fino all'Epifania. In ogni casa delle Filippine ci sono lanterne di Natale, ossia lampade colorate e decorate. Il piatto che non può mancare è il bibingka, una torta salata di riso e verdura che va bevuto con un te particolare, il salabat.


Cina - Anche qui i cristiani sono una minoranza, ma possono festeggiare il Natale. Le celebrazioni sono esclusivamente nelle grandi città: il presepe latita, anche se una spedizione archeologica nella provincia dello Shaanxi ha rinvenuto una natività in legno risalente all'800 d.C. C'è però un Babbo Natale cinese ed è chiamato Dun Che Lao Ren.



Corea del Sud - Il clou della Festa, molto sentita dai coreani, è la messa di mezzanotte, al termine della quale si battezzano i nuovi fedeli che hanno deciso di abbracciare il cristianesimo. Le città sono animate da una serie di cori tradizionali improvvisati e il pranzo prevede una torta salata a basi di riso, il kimchi, ovvero verdure grigliate con spezie, e carni arrostite. E si scambiano i regali.


India - Le tradizioni cristiane sono mischiate a quelle del paese. Gli alberi di Natale, non essendoci abeti, sono i banani e i manghi, le cui foglie sostituiscono i tralci di pungitopo nella decorazione delle case. La Vigilia per esprimere la gioia della nascita di Gesù si mettono lumini a olio, accesi, in cima ai muri o sui tetti.



Arabia Saudita - L'Islam non riconosce il Natale ma non lo vieta neppure. I festeggiamenti cristiani sono pochissimi e legati solo agli stranieri e si svolgono in maniera privata. In Arabia Saudita non ci sono luci e addobbi natalizi. Tuttavia la reatà mediorientale è estremamente composita e risente dell'influenza di diverse culture, per cui è difficile indicare un modo univoco di festeggiare il Natale in una zona così ricca per etnie e tradizioni.


Armenia - E' tradizionale andare alla badarak, la messa di mezzanotte, durante la quale viene fatta bere ai fedeli acqua benedetta. Prima di Natale è osservata una settimana di astinenza da tutti i cibi di origine animale. Anche i cristiani ortodossi hanno un loro modo di festeggiare il Natale, con particolare attenzione alla sua dimensione più spirituale, trà di essi è infatti usanza benedire una croce e immergerla in acqua. Ogni famiglia preleverà un po' di quest'acqua benedetta e la porterà a casa per berne un sorso prima di mangiare.

Speciale: Natale in Nordamerica


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Canada - Nel rigido inverno canadese, ogni città, ogni comunità e etnia ha il suo modo di festeggiare il Natale. In comune, tutti hanno il cenone, l'albero e Babbo Natale. Un'antica tradizione, risalente a Samuel de Champlain, l'esploratore che fondò la città di Quebec nel 1608, vuole che i festeggiamenti inizino il 25 novembre, giorno di Santa Caterina e festa delle donne single. Gli addobbi natalizi, composti da corone di alloro, luci colorate e l'immancabile abete, decorano tutte le case. I bambini scrivono la letterina a Santa Claus una settimana prima del 25 per chiedere i doni, poi appendono le calze ai camini in modo che Lui possa riempirle di caramelle e cioccolatini. In alcuni paesi esiste anche la tradizione per i bimbi di andare a cantare di casa in casa le canzoni natalizie e come compenso ricevere qualche moneta, dolcetti o qualcosa di caldo da bere, tipo cioccolata. Il pranzo tradizionale ha al centro il tacchino ripieno con contorno di patate e salsa di mirtilli, anche se alcune famiglie usano preparare l'anatra arrosto. A Toronto è tradizione una corsa di Babbi Natale in costume da bagno che sfidano il gelo.

Stati Uniti - Normalmente la sera della Vigilia i bambini cantano in coro per i vicini di casa e per gli amici, bussando alle loro porte e ricevendo in dono dolcetti. Poi, prima di andare a dormire, appendono ai piedi dei loro letti le calze o la federa di un cuscino, dove Santa Claus lascerà i regali. Il pranzo del 25 è dominato dal tacchino ripieno. I festeggiamenti e gli addobbi per le strade normalmente iniziano dopo la festa di Thanksgiving, l'ultimo giovedì di novembre. Da allora ogni città grande e piccola si riempie di luminarie di qualsiasi tipo e di enormi alberi. Il centro delle feste è ovviamente New York. Il Natale nella Grande Mela diventa quasi un affare di Stato con tantissime proposte e tradizioni.

A partire dal Christmas Tree, splendente di stelle Swarovski, eretto al Rockfeller Center, punto focale della metropoli con la sua pista di pattinaggio su ghiaccio. Tutto comincia con la Macy's Thanksgiving Day Parade, la tradzionale parata che parte dalla 77a strada per arrivare alla Seventh Avenue, tra carri colorati, musica delle bande e gonfiabili giganti, tra cui un profano Spider Man. Poi è la volta dell'accensione dell'albero al Rockfeller Center: il primo fu realizzato nel 1930 dagli operai che lavoravano alla costruzione del grattacielo e da allora è diventata l'attrazione principale del Natale newyorkese. Ovviamente tutti i grandi magazzini e i negozi del centro sono illuminati e fanno a gara per mostrare la decorazione più maestosa. Per finire, insuperabile festa di Capodanno a Times Square.

La spettacolare Ball Drop, la grande palla luminosa, verrà innalzata e illuminata sin dalle sei del pomeriggio. Il conto alla rovescia inizierà alle 23.59 quando la New Year’s Ball scenderà lentamente per 60 secondi fino ad indicare l’inizio del nuovo anno allo scoccare della mezzanotte. Ma anche negli altri quartieri si festeggia alla grande. A Brooklyn le case vengono decorate con milioni di luci e pupazzi giganti raffiguranti Santa Claus, angioletti, pupazzi di neve e renne, al punto che sono diventate un'attrazione turistica.

A Staten Island si può partecipare al Candlelight Tour, un'immersione in un villaggio illuminato solo da candele, lampade a olio e focolari per rendere l'atmosfera suggestiva. Nel Bronx, attività per tutta la famiglia, da canzoni Natalizie a recite con bambini, senza farsi mancare lo shopping. Quest'anno, poi, per la prima volta a New York si aprirà al Pier 94 una fiera di artigianato, prodotti artistici e designer. Un'altra tradizione immancabile è il Radio City Christmas Spectacular: fino al 30 dicembre, tra neve e fuochi d'artificio, le celebri Rockettes presentano nuove coreografie per celebrare le festività.

15 dicembre 2009

Speciale Natale Sudamerica


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Brasile - Tantissime tradizioni per questo periodo dell'anno. Il presepe è diffuso nella zona nord-est del paese: a Olinda, cittadina dello Stato di Pernambuco, venne indrotto nel Seicento dal frate francescano Gaspar de Santo Agostinho e da allora è diventao un "must" natalizio. Il presepe è arricchito dalla presenza di alcuni zingari, che secondo la credenza locale vogliono rapire Gesù. E' Papai Noel a portare i regali ai bambini, mentre la messa di mezzanotte è preludio della Ceja de Natal, il pranzo. Nelle città più grandi vengono innalzati enormi alberi con centinai di luci e dovunque ci sono processioni e cortei, che uniscono riti sacri ad altri profani. Gli alberi spuntano ricchi di neve artificiale sulle spiagge con 40 gradi di temperatura, come a Recife.

Spunta anche increbilmente il panettone, portato in dono su slitte e renne di cartongesso. Una delle manifestazioni più famose è quella che si svolge allo stadio Maracanà di Rio De Janeiro, dove le autorità della città danno il benvenuto a Babbo Natale in arrivo sull'elicottero. In un Paese dove ogni scusa è buona per festeggiare, oltre a Natale, i brasiliani aspettano il Capodanno, chiamato passagem de ano o reveillon: è d'obbligo un bagno purificatore nell'oceano, seguendo i riti dell'antica religione candomblè di origine africana.

Argentina - E' la vigilia il giorno più importante. La famiglia si riunisce la sera e si mangia l'asado, carne alla brace, si brinda con panettone e spumante. Fino a pochi anni fa i regali li portavano i Re Magi a gennaio e i bambini lasciavano le scarpe fuori dalla porta di casa insieme ad un po' d'acqua e di erba per rifoccillare i cammelli. Ultimamente anche in Argentina i doni si scambiano a Natale. Buenos Aires comincia a essere illuminata da centinaia di luminarie e alberi artificiali a fine novembre, anche se esplode l'estate e la gente gira in maniche corte.

Bolivia - Il presepe è la tradizione dominante e si trova in tutte le case e le chiese. La notte del 24 ruota attorno alla Misa Del Gallo, al termine della quale le strade vengono cosparse di zucchero. I bambini ricevono i regali all'Epifania e la sera del 5 gennaio le scarpe dei piccoli, con dentro una lettera per i Re Magi, vengono messe fuori dalla porta di casa. Durante la cena natalizia si mangia picana, mais, carne di maiale, pomodori, cipolle, peperoni, zuppe e frutta varia.

Colombia - Tutto inizia l'8 dicembre con l'accensione delle candele. Con l'avvicinarsi del Natale se ne accendono decine in ogni casa e persino ai bordi delle strade. La noche buena, il 24, avviene lo scambio di regali, portati da Gesù Bambino, e si celebra la messa di mezzanotte. Prima di andare a dormire si mangia l'ajiaco, una zuppa di patate, pollo e mandorle, mentre la bevanda tradizionale è il sabjon, un misto alcolico di tequila, uova, latte, vino e whisky.

Cile - I bambini attendono con ansia il Viejo Pascuero, il Babbo Natale in salsa andina. Il cenone inzia alle luci dell'alba del 25, dopo la conclusione della Misa Del Gallo. Il dessert tradizionale è una sorta di pane dolce con frutta e biscotti curiosamente chiamato Pan de Pascua.

Speciale Natale Centroamerica


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Giamaica - Sull'isola delle Antille è la cosiddetta Christmas breeze, la brezza tipicamente decembrina, ad annunciare che si approssimano le feste di fine anno. In questo periodo le strade risuonano dei tamburi che accompagnano i danzatori Jonkunnu, i quali sfilano in costume e maschere e con le loro danze ripercorrono la storia del popolo giamaicano fino alle lontane radici africane. Un altro evento tipicamente natalizio della Giamaica è il Grand Market, una fiera che si svolge in tutta l'isola con stand di vari cibi come le torte di pinda (nome africano per le arachidi) e prodotti artigianali. Per tradizione durante la Vigilia di Natale alcuni mercati sono decorati con striscioni, palloncini e grandi campane e i residenti indossano costumi colorati e cappelli brillanti.

Sulle tavole non manca il tradizionale tacchino natalizio e il saltfish (baccalà) servito con ackee, il frutto nazionale dall’aspetto di una pera di colore arancione i cui spicchi vanno bolliti perché altrimenti sono velenosi. Altre specialità tradizionali natalizie sono l'arrosto di prosciutto, pollo, coda di bue o capretto al curry, accompagnato con yam dolce chiamato yampi. Come dolce natalizio viene servita la torta di frutta jamaicana, preparata con frutta inzuppata di rum e porto. Insostituibili sono anche i goongoo peas, una varietà di piselli dal sapore molto simile alle lenticchie, il breadfruit l’albero del pane servito bollito, arrostito o fritto e il sorrel wine, che è la tradizionale bevanda natalizia, di colore rosso che si ottiene dalle bacche del sorrel, un arbusto molto comune sull’isola.


Messico -I giorni precedenti al Natale sono l'occasione per una simpatica e popolare tradizione: la posada. I riti risalgono alla metà del XVI Secolo e riprendono l'arrivo a Betlemme di Giuseppe e Maria e la loro ricerca di un luogo dove alloggiare. "Dar posada" significa anche ospitare un viandante e nella tradizione natalizia si riferisce inoltre all'abitazione che accoglie i protagonisti della natività. Un corteo segue Giuseppe e Maria, che sono due bambini vestiti appositamente oppure due statue portate dai bimbi, che vanno a chiedere ospitalità in una casa. Prima di arrivare dove saranno accolti, si fermano a chiedere il permesso in altre abitazioni senza esito. In processione sfilano musicisti che suonano strumenti tradizionali, intervallati da preghiere e litanie. Giunti alla casa giusta, il gruppo domanda "posada" con un canto a cui viene risposto dall'interno della casa con un altro coro. Una volta aperta la porta, si prega tutti insieme e la famiglia ospitante offre dolci e bevande. Si chiude il festeggiamento con la famosa "pignatta", una pentola di terracotta o di cartapesta appesa ad una corda che un bambino bendato dovrà rompere colpendola con un bastone. Le pignatte sono piene di frutta, dolci e giocattoli. Questo rito si ripete anche dopo il pranzo del 25.

Costa Rica - Tanta musica anche qui per la Posada, ovvero il periodo di nove giorni che anticipa il Natale. Tamburi e suoni in ogni parte delle città, mentre il presepe, chiamato nascimiento, è al centro delle tradizioni. L'albero si sta diffondendo negli ultimi anni anche grazie alla numerosa comunità tedesca che vive in questo Paese. Il cenone di Natale è molto ricco e ruota intorno all'escabeche, uno sformato di carote, cavoli, peperoni, cipolle, piselli e aceto. Il dolce tradizionale è il navideño. I regali si scambiano a Capodanno, mentre tutto finisce il 6 gennaio con una grande parata di carri e musica.

Cuba - La noche buena, ovvero la Vigilia, è rimasta inosservata per parecchio tempo. Da qualche anno però, da quando lo Stato ha tolto il veto ai riti religiosi, sono tornate le tradizioni di origine contadina. Non mancano addobbi, alberi e presepi, nonostante le temperature calde, e si festeggia a base di banchetti fino all'alba con pietanze ricche di maiale e scorrono litri di birra.



Bahamas - Sotto il sole si festeggia il Junkanoo. Ovvero una festa che trova le origini nel periodo in cui queste isole erano abitate soprattutto da schiavi. Musica locale e tanta allegria che dura fino all'alba per un Natale poco in linea con le tradizioni occidentali.