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25 marzo 2010

Tra Zen e ciliegi a Taizo-in a Kyoto


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KYOTO - Ciliegi, iris e aceri, ma anche pietre, sassi e cascatelle. Il giardino giapponese è un'opera d'arte a sé stante. Unisce in uno stretto rapporto spiritualità, meditazione e natura e diventa un microcosmo fatto di vari elementi che creano una visione paradisiaca per gli occhi, l'olfatto e la mente. A Kyoto, poi, questa concezione Zen è verificabile in ogni angolo, strada o parco. Normalmente costruiti intorno a un tempio, i giardini della città esplodono di bellezza in ogni stagione, grazie a un attento disegno di forme e colori voluto dai giardinieri nipponici che rispettano il ritmo della natura. Come il Taizo-in. Tra fine marzo e inizio aprile c'è poi l'incanto del sakura, ovvero la fioritura dei ciliegi, che inonda viali e parchi cittadini. È il momento massimo della bellezza di Kyoto, antica capitale dell'impero per più di mille anni e nota anche come la città dei mille templi, che ha proprio come fiore simbolo quello del ciliegio. Qui a inizio primavera i petali bianchi rosati si impadroniscono di rami e alberi, insieme al rosa più forte dei pruni e a quello ricco di mille sfumature di camelie e azalee.

Il Taizo-in è situato accanto al Tempio Myoshin-ji e risale al 1337. Vanta un insieme di 47 templi decorati con dipinti della scuola Kano e molti oggetti d'arte: come la campana più antica del Giappone e il dragone dipinto sul soffitto di una delle strutture principali. Tra i templi minori aperti al pubblico vi sono il Keishun-in, noto per quattro giardini e per un albero del tè, e soprattutto Taizo-in, piccolo e delizioso. È composto da un giardino di passaggio di Kano Motonobu, famoso paesaggista del periodo Muromachi, nel Cinquecento, e da un giardino secco di Nakame Kinsaku, risalente al Novecento. Così si mettono in pratica due insegnamenti della scuola di archittettura giardiniera di Kyoto, il cuore della cultura Zen. Per giardino di paesaggio secco si intendono luoghi di meditazione accanto ai templi: sono formati da rocce scelte, senza particolare forma e collocate in un recinto di ghiaia rastrellata. Alle rocce, colui che medita può fornire l'interpretazione che desidera. Mentre per giardino di passaggio, popolari nel periodo Edo quando venivano commissionati dai signori feudali, si intende un giardino attraversato da sentieri sinuosi dove il paesaggio cambia ad ogni passo tra stagni, sentieri, sorprese e curiosità. È proprio questa parte del Taizo-in che è un trionfo della natura.

Si inizia attraversando lo stagno al centro del parco su uno dei tanti ponticelli: sulle rive a maggio esplodono gli iris e i giaggioli di ogni colore. Si continua tra sentieri tortuosi che si aprono improvvisamente in ampi spazi in un continuo gioco a nascondino tra i tronchi dei ciliegi e dei pruni in fiore. Si continua costeggiando la riva dello stagno, tra piante acquatiche e ninfee giganti, fino ad arrivare un padiglione sospeso sullo stagno da cui si ha una meravigliosa panoramica del giardino. Durante il periodo del sakura, questo lato del giardino viene illuminato per godere anche di sera dell'effetto dei ciliegi in fiore. Non solo primavera però, anche l'autunno è una stagione trionfale per il Taizo-in. Gli aceri lo tingono di toni caldi e dorati, in un tripudio di foglie rosse e gialle. In tutto questo si può vedere una delle curiosità del giardino: un bacino di pietra nascosto tra le rocce e la vegetazione. Qui l'acqua che filtra da una canna di bambù e gocciola sulle pietre, produce un suono magico e delicato, da percepire nel silenzio assoluto. Anche il giardino secco ha il suo fascino. Le rocce sono sistemate a formare un insieme che sembra un dipinto, arricchito da un elegante ponte di pietra. Lo spazio dedicato al 'moderno' in stile Zen è composto da tre piani di cascatelle che scorrono da una macchia di arbusti verdi e danno l'impressione di formare una grande cascata di montagna. Illusioni ottiche, rispetto per la natura e i suoi cicli, fiori e alberi sistemati in totale ordine anche cromatico: tutto questo porta il visitatore a restare in silenzio a contemplare il magico trionfo dell'ambiente sull'uomo.

25 febbraio 2010

Shanghai, la Cina di domani


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SHANGHAI - Futuro e passato insieme. Una metropoli tutta proiettata sulla tecnologia e lo sviluppo commerciale: se non fosse per i caratteri cinesi dei manifesti luccicanti sui grattacieli si potrebbe credere di essere in una qualsiasi delle città statunitensi. Ma per fortuna il cuore vero di Shanghai rimane legato alla tradizione, ai templi e ai giardini di una millenaria cultura. Tutto qui appare sfavillante sin dalla prima occhiata. Anche perchè i cinesi ci tengono a fare buona impressione con l'Expo, dall'1 maggio al 31 ottobre 2010. Il Centro Expo, costruito con un'architettura in linea con la tutela ambientale, è l'esempio di quanto Shanghai sia concentrata sul futuro. Dopo l'esposizione mondiale, dove confluiranno tutte le novità di idee umane e milioni di turisti, il centro riunioni per le celebrazioni, centro stampa e attività, diventerà uno degli stadi permanenti più grandi e importanti del mondo, un centro conferenze internazionale di primo livello adatto ad ospitare convegni e riunioni di ogni genere. Un classico di questa Shanghai che sembra mordere il freno e volersi imporre come metropoli all'avanguardia in tutti i sensi.


L'Expo sorge in un grande parco, nella zona più recente, sulla sponda destra del fiume Huangpu che divide in due la città. Da quelle parti c'è anche la Torre Televisiva Perla d'Oriente, diventata con i grattacieli che la circondano, il simbolo e il panorama stesso della Shanghai di oggi. Colorata, illuminata, tecnologica. Lo skyliner migliore per godere di Pudong, la zona nuova, è invece proprio l'altra sponda del fiume, costeggiata dal Bund. Uno splendido e lunghissimo lungofiume, meta ideale per una passeggiata, per prendere un caffè o assaggiare qualche specialità dai tanti chioschi che si incontrano sul lato pedonale. O per fare una foto alla statua del filosofo Cheng Yi. Ha un'aria retrò, il Bund. Sembra di essere trasportati negli anni Trenta, anni d'oro per la città cinese. Lungo il chilometro e mezzo del lungofiume, scorrono infatti edifici dagli stili diversi, molti dei quali affondano le radici in quel periodo storico. E poi negozi chic di grandi firme della moda italiana, alberghi di lusso, banche e club che in quell'epoca erano ritrovo di avventurieri e miliardari, re e ambasciatori. Un tempo il Bund era una riva fangosa, occupata dai pescatori che scaricavano la loro merce, ma tra il XIX e il XX Secolo si è trasformata nella strada più ambita della Cina. Durante la rivoluzione fu visto come un simbolo dell'occupazione straniera della città e soltanto negli anni Novanta è tornato piano piano all'antico splendore. Oggi è meta ideale per partire alla scoperta di Shanghai. Da qui, ad esempio, si può affittare una delle tante barche che fanno la spola sul fiume e godere la vista della metropoli dall'acqua. Sul Bund, proprio all'altezza della statua di Cheng Yi, sbuca Nanchino Road, ovvero la strada pedonale più trafficata e commerciale del mondo. Provare ad attraversare la via in mezzo ad una folla continua è una delle esperienze più elettrizzanti che possa fare il visitatore occidentale, senza rimanere travolto dalla multidudine umana.

Vanno tutti a fare shopping perchè questa è la Shanghai versione capitalista: un susseguirsi senza fine di negozi di abbigliamento casual, di grandi magazzini dove le commesse non spiccicano una parola di inglese ma ascoltano la musica pop straniera a tutto volume, di cartelloni formato gigante illuminati. Per fortuna, incastrato tra i grattacieli di cemento e metallo e i tanti schermi enormi, rimane qualche negozietto che vende tè e prodotti tradizionali. Altrimenti sembrerebbe di essere in una New York qualunque. Dall'altro lato della Nanchino rispetto al Bund, si trova un quartiere culturale e politico con al centro la piazza del Popolo, occupata da un grandioso parco dove la mattina gli abitanti vengono a fare pratica di Tai Chi all'ombra del Palazzo del Governo. La piazza è pure punto di ritrovo per gli appassionati di musica: qui si affaccia il Teatro dell'Opera, che spesso ha ospitato artisti italiani in concerto. Alle sue spalle, sorge il Museo di Shanghai, uno dei tre musei più belli della Cina, inaugurato nel 1997. Ospita collezioni di bronzi, di sculture e di opere risalenti alle varie dinastie, anche se la Galleria delle Ceramiche e delle Porcellane rimane il fiore all'occhiello della struttura. Il Museo, dopo tanto futuro e modernità, sarà per il turista una tuffo nel passato millenario del Paese e un'ottima base di partenza per calarsi nel cuore della città vecchia. E finalmente si respira aria di Cina, di tradizioni e solide radici. A due passi dal Bund e dal fiume, circondata dai viali Renmin Lu e Zhonghua Lu, rimane la città vecchia: una sorta di quartiere di case basse dai tetti ricurvi con le tegole rosse e le lanterne alle porte che sembra lontano anni luce dalla metropoli caotica. E' uno spazio abbastanza ridotto, comodo da visitare a piedi, un reticolato di strade e stradine da scoprire, arricchito da bazar e negozietti di ogni genere.

Da non perdere il Giardino del Mandarino Yu, splendido e immortale. È il classico giardino cinese, circondato da mura che sono serpeggiate da un drago. Fu disegnato nel 1578, su ordine del mandarino Pan Yun Duan, governatore della provincia del Sichuan, per onorare i suoi genitori. E' molto grande, ma passeggiando in un percorso prestabilito che tocca padiglioni, complessi di pietre e il laghetto con le anatre mandarine, non ci si accorge della sua vastità. Ci si perde, piuttosto, nel silenzio, nell'atmosfera capace di rilassare, nella composizione particolarmente studiata di fiori, piante e rocce. Qui è rappresentato il mondo in miniatura, secondo la tradizione cinese in un gioco di prospettive, colori, forme per dare vita all'armonia dell'universo. E' un luogo che trasuda magia e fascino: una sensazione che rimane a lungo, nonostante appena varcata l'uscita si è di nuovo immersi nel bazar e si ritorni allo spirito commerciale cinese. Anche il Tempio del Buddha di Giada ha il potere di portare in un'altra epoca. Si trova in un quarteire rumoroso e poco attraente, ma è una sosta necessaria per il visitatore alla ricerca della Cina che fu. In origine era un monastero, fu costruito nel 1882 per ospitare due statue del Buddha in giada bianca portate dalla Birmania. Chiuso fino al 1980, minacciato durante la Rivoluzione Culturale, deve la sua sopravvivenza al coraggio del bonzo che era a capo del monastero: bloccò le porte del tempio e le tappezzò di ritratti del presidente Mao, che sarebbe stato un sacrilegio violare. Così il tempio oggi è potuto tornare alla bellezza originale. Abitato e servito da monaci buddisti, è composto da tre sale centrali separate da cortili: in quella di sinista c'è il Buddha sdraiato di giada bianca lungo 96 centimetri. Finita la visita si ritorna al futuro, alla Shanghai super illuminata e dall'anima mercantile fino al midollo come nei tantissimi mercati delle pulci, brulicanti di vita e di cianfrusaglie.




Come arrivare
L'unico collegamento diretto lo effettua la compagnia di bandiera cinese Air China, che vola su Milano. In alternativa si può raggiungere Shanghai con uno scalo utilizzando le maggiori compagnie europee e asiatiche, soprattutto mediorientali.

Quando andare
Shanghai ha quattro stagioni distinte con estati e inverni lunghi e mezze stagioni brevi. Per quanto proprio primavera e autunno siano sempre i periodi migliori, la destinazione è visitabile tutto l'anno in virtù del fatto che le temperature non sono estreme neanche in estate o in inverno. Dalla fine di agosto a tutto settembre, i tifoni che passano più a sud portano sulla propria scia abbondanti precipitazioni.

7 gennaio 2010

Koh Samui, elefanti e farfalle sull'isola


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KOH SAMUI - Non solo palme e spiagge. Koh Samui ha un entroterra altrettanto ricco di attrazioni, dai numerosi templi alle cascate e alla fauna locale. Un luogo che sa di Paradiso terrestre, dove il tempo scorre lento e dove la gente è sempre sorridente. Un incanto recentemente squarciato da un incidente aereo che ha portato l'isola thailandese agli onori, in questo caso tristi, delle cronache: un aereo è uscito di pista, schiantandosi contro la torre di controllo, a causa della pioggia e provocando la morte del pilota. Tragedie a parte, è proprio lo scalo aeroportuale il biglietto da visita più originale di Samui: frequentatissimo dai tanti voli giornalieri che lo collegano a Bangkok, è un susseguirsi di giardini, palme, tapis roulant e banchi per il check-in sotto tetti di bambù. Un modo originale e ben integrato con la natura per dare il benvenuto ai visitatori di questo gioiello del golfo della Thailandia.

Per vederlo al meglio basta affittare un motorino e seguire la lunga strada asfaltata che costeggia tutta la sua estensione. Una spiaggia dopo l'altra: da quelle più amate dai turisti, con palme, ristorantini sull'arenile e ombrelloni di paglia per riposarsi, a quelle più tranquille, riservate magari ai vari resort dell'isola, spettacolari nel loro silenzio, con i cani che passeggiano sulla riva e i massaggiatori pronti ad offrire un relax al meglio della tradizione thai. Comunque sia, da fare attenzione alle maree che quando si ritirano fanno emergere granchi e rocce. Sicuramamente la spiaggia più frequentata è a Chaweng, piccolo borgo che la notte si trasforma in un chiassoso ritrovo, tra ristoranti, negozi e schiamazzi di mille motorini e auto. Un po' troppo per chi cerca il contatto con la natura. Meglio a Lamai, seconda cittadina dell'isola, anche questa una trafila di negozi e bar illuminati, ma meno caotica di Chaweng e dall'aria più hippy, senza contare che la spiaggia è migliore di quella della "rivale".

All'estremità meridionale di Lamai c'è una delle tante attrazioni naturali: due rocce erose dal mare e dal tempo, chiamate Hin Yai e Hin Ta, ovvero grande padre e grande madre, che hanno la forma dei genitali maschili e femminili. Abbandonata la costa ricca di bungalow in legno, villaggi e mercatini di spettacolari frutti tropicali, l'interno di Koh Samui merita alcune escursioni. Al nord, c'è il tempio del Buddha gigante, Wat Phra Yai, con una statua di quindici metri, posto su un isolotto a cui ci può arrivare tramite un ponte sospeso. Senza contare i numerosi templi, buddisti ma anche induisti, sparsi per l'isola, come il il Wat Khunaram, che conserva la mummia di un monaco morto oltre venti anni fa durante la meditazione. Più gioioso è invece Laem Sor Pagoda, una pagoda d'oro che sprizza bagliori lucenti nel cielo. Ma è a contatto con la natura che a Samui si fanno le esperienze più interessanti. Come con le monumentali cascate Namtok Na Mueang.

Fanno un doppio salto e ci si può arrivare a piedi, tramite una gita nella giungla, tra fiori di mille colori, le immancabili palme da cocco e altissime piante lussureggianti, o meglio ancora a dorso di elefante, un passaggio estremamente comodo e divertente, soprattutto quando il "guidatore" invita pochi e selezionati "ospiti" a mettersi direttamente sul collo, dietro le orecchie, dell'elefante. Altre cascate, meno spettacolari e più pratiche da raggiungere, visto che si può farlo anche in auto, sono le Namtok Hin Lat. Qui, nel laghetto sottostante al salto dell'acqua, ci si rinfresca con un piacevole bagno tra i rumori della natura incontaminata. Samui è il regno degli animali: non solo elefanti, ma anche scimmie e serpenti, con cui temerari locali fanno uno spettacolo per i turisti. E poi l'acquario con i pesci locali, il mini zoo, triste peraltro, con le tigri, ma soprattutto il "giardino delle farfalle". Un'enorme serra dove vivono centinaia di farfalle di ogni forma, tinta e dimensione, che si avvicinano ai visitatori e si lasciano fotografare nella loro maestosità o svolazzano sopra le loro teste. Sono proprio le farfalle e gli elefanti, insieme all'ospitalità della gente e alla tranquillità isolana, a lasciare un ricordo speciale di Samui.

Come arrivare
Dall'Italia è possibile arrivare a Bangkok con un volo diretto Thai Airways da Roma e Milano. Da Bangkok si può effettuare un volo interno fino a Koh Samui o in alternativa arrivarci via terra. In questo caso bisogna scendere fino a Don Sak, dove partono i traghetti per l'isola. La cittadina si trova a una sessantina di chilometri a est di Muang Surat Thani, circa 700 km a sud della capitale.

20 dicembre 2009

Gerusalemme, spirito e potenza


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GERUSALEMME - Su Gerusalemme sarebbe doveroso scrivere qualcosa di potente, perché questa è la sensazione che si prova, visitandola. E non è necessario compiere un viaggio religioso per sentirsi improvvisamente a contatto con la propria spiritualità. È quasi come camminare in punta di piedi e sussurrare quando non si deve fare rumore. Ci si adegua, semplicemente. Ci si adegua a un luogo che trasuda storia, come tanti, è vero, ma solo Gerusalemme ci obbliga a fare un cammino anche dentro noi stessi. L’ideale sarebbe visitarla da mercoledì a domenica, facendo in modo di trovarsi là nelle giornate di preghiera di musulmani, ebrei e cristiani, cioè venerdì, sabato e domenica, avendo già avuto il tempo di ambientarsi. La città vecchia è di fatto divisa nei quartieri musulmano, cristiano ed ebraico, per cui non sarà difficile decidere come visitarla al meglio.

Le luci di Gerusalemme e i suoni all’interno delle mura sono quasi commoventi. Al tramonto, mentre il cielo diventa rosato, gli ultimi raggi di sole si specchiano sull’oro della Cupola della Roccia - che insieme alla moschea di Al Aqsa domina la spianata delle moschee, o Monte del Tempio - e tutto intorno risuonano i canti dei muezzin dai minareti, che si sovrappongono alle campane delle chiese. Per entrare nella città vecchia si passa attraverso le porte costruite lungo le mura volute da Solimano il Magnifico nel XVI Secolo. La Porta di Damasco conduce dritto al quartiere musulmano, con le sue irresistibili botteghe di spezie e i mercati distribuiti in un immenso e caotico bazar, che si spegne al tramonto, quando improvvisamente le persone e le merci scompaiono e restano solo le luci e le pietre antiche. E come d’incanto sembra che il tempo, i secoli, non fossero mai passati. Al confine col quartiere ebraico si trova, lo ricordiamo, il Monte del Tempio, dove cioè fu edificato il primo tempio ebraico, mille anni prima della nascita di Cristo. La Cupola della Roccia sorge sulla lastra di pietra sacra sia all’Ebraismo che all’Islam. Sacra perché qui sarebbe il punto in cui Abramo stava per uccidere suo figlio Isacco, e sempre qui, secondo la tradizione, Maometto salì al cielo per raggiungere Allah.

Al Monte si accede dal Muro Occidentale, ossia il Muro del Pianto, dove ogni giorno, ma specialmente al sabato, si radunano migliaia di ebrei in preghiera, rigorosamente divisi nei settori maschile e femminile. Una meta di pellegrinaggio molto importante per tutti gli ebrei, dove è necessario osservare rispetto nell’abbigliamento e nel comportamento, come praticamente in tutta la città vecchia. Il cammino lungo le strette vie porta al quartiere cristiano, dove sono custoditi i luoghi santi che ricordano la vita di Gesù. La basilica del Santo Sepolcro è costruita proprio sul luogo in cui sarebbe avvenuto il calvario, quindi dove Cristo è stato crocefisso, e dove è poi morto e risorto. La basilica fu fatta edificare da Elena, la madre dell’imperatore Costantino, 300 anni dopo la morte di Gesù. Appena fuori dalla porta di Jaffa, lasciandosi alle spalle il Muro del Pianto, si raggiunge la Cittadella (Torre di Davide), da cui si può continuare, passeggiando, o prendendo un taxi, fino al Monte degli Ulivi che si trova proprio sulla collina di fronte.

La moderna Gerusalemme invece colpisce per il gran numero di giovani che si radunano la sera nelle vie del centro per vedere gli artisti che si esibiscono in strada, mentre tutto intorno si trovano numerosi ristoranti e bar con spazi all’aperto. Nella città nuova va visitato l’Israel Museum, per conoscere cinquemila anni di storia, e il Santuario del Libro, dove sono custoditi i Rotoli del Mar Morto. Ci si deve spingere invece fuori dal centro per visitare lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto inaugurato nel 2005. Un pellegrinaggio nella storia e nella spiritualità, passa necessariamente anche attraverso altri luoghi santi, come la Basilica della Natività, a Betlemme, nei territori palestinesi. Un autobus conduce da Gerusalemme fino al muro che divide la Cisgiordania da Israele e dopo i controlli dei soldati israeliani si prosegue per Betlemme, ma per arrivarci si deve prendere un taxi palestinese fino alla basilica e alla Piazza della Mangiatoia. Il tragitto non è lungo è offre la possibilità di vedere da vicino le due opposte realtà che convivono nei luoghi più sacri della nostra civiltà: quella degli israeliani e dei palestinesi.

17 dicembre 2009

Speciale Natale in Asia


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Giappone - Terra di contraddizioni e commercio, dove tutto viene trasformato in luci che addobbano le città, anche il Natale non poteva passare inosservato, nonostante qui non sia una festa religiosa. I centri commerciali e i negozi fanno sfoggio di un numero impressionante di Babbi Natale: i giapponesi impazziscono per questo vecchietto vestito di rosso. Lo chiamano Santa Kuroshsu e viene raffigurato con un paio di occhi anche sulla nuca, una particolarità che risale agli dei nipponici. Esiste infatti una divinità, Hoteiosho, che porta i regali ai bambini che si comportano bene e che ha come caratteristica un paio di occhi sulla nuca per controllare meglio il comportamento dei più piccoli. Insomma, i giapponesi hanno reso loro anche Santa Claus. Niente riti religiosi, niente menù speciali, ma tantissimi regali. Tutte le decorazioni natalizie, però, cominciano ad essere rimosse già dal 26 dicembre.


Filippine - Essendo il paese più cristiano dell'Asia, le celebrazioni sono abbondanti e cominciano presto. Al centro c'è la Misa de Gallo, la messa di mezzanotte che può durare fino all'alba. In giro per le città è facile imbattersi in rappresentazioni della Natività e delle peripezie della Sacra Famiglia. I festeggiamenti durano fino all'Epifania. In ogni casa delle Filippine ci sono lanterne di Natale, ossia lampade colorate e decorate. Il piatto che non può mancare è il bibingka, una torta salata di riso e verdura che va bevuto con un te particolare, il salabat.


Cina - Anche qui i cristiani sono una minoranza, ma possono festeggiare il Natale. Le celebrazioni sono esclusivamente nelle grandi città: il presepe latita, anche se una spedizione archeologica nella provincia dello Shaanxi ha rinvenuto una natività in legno risalente all'800 d.C. C'è però un Babbo Natale cinese ed è chiamato Dun Che Lao Ren.



Corea del Sud - Il clou della Festa, molto sentita dai coreani, è la messa di mezzanotte, al termine della quale si battezzano i nuovi fedeli che hanno deciso di abbracciare il cristianesimo. Le città sono animate da una serie di cori tradizionali improvvisati e il pranzo prevede una torta salata a basi di riso, il kimchi, ovvero verdure grigliate con spezie, e carni arrostite. E si scambiano i regali.


India - Le tradizioni cristiane sono mischiate a quelle del paese. Gli alberi di Natale, non essendoci abeti, sono i banani e i manghi, le cui foglie sostituiscono i tralci di pungitopo nella decorazione delle case. La Vigilia per esprimere la gioia della nascita di Gesù si mettono lumini a olio, accesi, in cima ai muri o sui tetti.



Arabia Saudita - L'Islam non riconosce il Natale ma non lo vieta neppure. I festeggiamenti cristiani sono pochissimi e legati solo agli stranieri e si svolgono in maniera privata. In Arabia Saudita non ci sono luci e addobbi natalizi. Tuttavia la reatà mediorientale è estremamente composita e risente dell'influenza di diverse culture, per cui è difficile indicare un modo univoco di festeggiare il Natale in una zona così ricca per etnie e tradizioni.


Armenia - E' tradizionale andare alla badarak, la messa di mezzanotte, durante la quale viene fatta bere ai fedeli acqua benedetta. Prima di Natale è osservata una settimana di astinenza da tutti i cibi di origine animale. Anche i cristiani ortodossi hanno un loro modo di festeggiare il Natale, con particolare attenzione alla sua dimensione più spirituale, trà di essi è infatti usanza benedire una croce e immergerla in acqua. Ogni famiglia preleverà un po' di quest'acqua benedetta e la porterà a casa per berne un sorso prima di mangiare.

9 novembre 2009

A Tel Aviv autunno con il centenario


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TEL AVIV – Un viaggio a Tel Aviv in autunno inoltrato è un'occasione per conoscere una città che si sta proponendo come la nuova meta turistica del Mediterraneo orientale, approfittando anche del clima mite. Farlo quest'anno ha poi un sapore particolare per i festeggiamenti del centenario ancora in atto che si protrarranno fino a dicembre. Fondata nel 1909 come insediamento agricolo da 66 famiglie, l'originaria Akhuzat Bayit prese poi il nome attuale l'anno seguente. Oggi Tel Aviv, soprannominata dai suoi abitanti "La città che non si ferma mai" è un centro cosmopolita attivo 24 ore al giorno, cuore dell’economia e della cultura nazionali, rigoglioso di cultura e divertimento con magnifiche spiagge, mercati tradizionali, esclusivi centri commerciali e una vita notturna frenetica.
La storia di Tel Aviv è poi ben più antica di un secolo: la sua linea di confine più a sud infatti, il porto di Jaffa (Yafo), vanta ben 5.000 anni di esistenza. L'atmosfera dell'importante compleanno poi si può ancora respirare per le strade, complice il clima mite che favorisce la vita all'aperto e la frequentazione delle spiagge. Su queste, che corrono per quasi quindici chilometri a orlare la corniche della città, le grigliate sono un rito rinnovato praticamente tutte le sere, prima di tuffarsi nella vita dei caffè e dei locali che restano aperti fino all'alba. L'anima moderna di Tel Aviv emerge dalla sua architettura che ha subito l’influenza di numerose correnti, tra cui la Bauhaus tedesca, le cui opere sono caratterizzate da forme geometriche pulite e asimmetriche, che si diffuse nella zona intorno agli anni Trenta del Novecento, concentrandosi in quelle che sono le attuali aree di Rothschild Boulevard e Dizengoff Center.

Ma esiste anche un nucleo più tradizionale, la già citata Akhuzat Bayit, che si estende da Montifiori Street a Yehuda HaLevi Street e che costituisce il nucleo storico della città, affiancato a ovest da Neve Tzedek. Questo è stato il primo quartiere ebraico esterno a Jaffa. Costituito nel 1887 e completamente rinnovato nel 1980, oggi è un luogo affascinante dove sono rimaste intatte molte delle costruzioni originali. Nei dintorni di Akhuzat Bayit, sono sorti numerosi palazzi nell’eclettico stile diffusosi qui negli anni Venti del Novecento, visibile a Nakhlat Binyamin e all’interno del "cuore della città", l’area triangolare che si estende tra Shenkin Street, Rothschild Boulevard e Allenby Street.



Agli amanti della cultura la città offre oltre 20 musei. I principali sono il Museo della Terra di Israele Eretz e il Museo d’Arte. Tra gli altri ricordiamo il Museo della Diaspora, delle Forze Armate Israeliane (Idf), il museo di Etzel, dedicato all’omonima organizzazione militare, il Museo dell’Haganah, l’istituzione da cui ebbe origine l’Esercito di Israele, il Museo della Palmach, l’élite della stessa Haganah, il Museo di Lechi, dedicato all’omonima organizzazione per l’indipendenza, e il Museo dedicato a Nachum Guttman, artista e scrittore nato in Romania, tra i primi allievi dell’Accadema di Gerusalemme, oltre che combattente nella Legione Ebraica durante la prima guerra mondiale. Tel Aviv è inoltre sede dell’Orchestra Filarmonica di Israele e della Compagnia Israeliana dell’Opera, oltre che della maggior parte di compagnie di danza e teatro nazionali. Da ricordare inoltre la casa del poeta e saggista ebreo di origine ucraina Chaim Nachman Bialik, dello statista David Ben Gurion, di Meir Dizengoff, protagonista del sionismo, il vecchio cimitero in Trumpeldor Street e la casa-museo dell’artista Rubin Reuven.

Un viaggio a Tel Aviv non può inoltre prescindere da una visita all'adiacente Jaffa. Le sue case di pietra e gli stretti vicoli ospitano oggi il pittoresco quartiere degli artisti e il centro turistico. Tra le sue attrazioni, vi è Gan HaPisga, il Summit Garden, con i suoi ristoranti, le gallerie, la passeggiata lungo il mare e le mura della città vecchia, il porto di pesca e il centro turistico nella vecchia corte. Vi sono anche alcuni importanti luoghi della cultura cristiana, tra cui la chiesa di San Pietro, del XVII Secolo, la casa di Simone il conciatore e la tomba di Tabitha, la donna che Pietro resuscitò dalla morte. Nei dintorni di Jaffa si trovano la torre dell’orologio di epoca ottomana, un vivace mercato delle pulci, e il quartiere di Ajami.




Appuntamenti d'autunno:

Danza
Il 16 e il 17 novembre Tel Aviv rinnova il suo appuntamento con il Festival della Danza. Giunto al suo terzo appuntamento, la manifestazione si inserisce ancora una volta nelle celebrazioni per i cento anni dedicati alla città più cosmopolita e moderna di tutta Israele. Si esibiranno ben 34 differenti compagnie provenienti da 16 differenti Paesi, tra cui l’Hubbard Street Dance Chicago, la Barak Marshall e la Compagnia Nazionale di Balletto Spagnola.
Info

Arte attraverso la città
Dal 9 settembre 2009 Tel Aviv e Jaffa hanno lanciato una biennale d’arte internazionale, principale evento artistico tra i festeggiamenti del centenario. La kermesse comprende decine di spettacoli, mostre e istallazioni, in varie parti della città. Artisti israeliani e stranieri saranno rappresentati in questo evento che dovrebbe far parte della scena dell’arte mediterranea, insieme alle biennali di Istanbul e Atene. Ingresso gratuito.

2 novembre 2009

I fiori dei samurai: Kanazawa


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KANAZAWA - Geishe, samurai, feudatari: basta poco per riportare la mente al glorioso passato del Giappone. Il tutto concentrato in una delle poche città che si sono conservate al meglio del periodo Edo. Kanazawa è una perla dell'arcipelago nipponico, chiamata la "piccola Kyoto" per la magnificenza dei suoi quartieri dove si respira un'aria retrò. Sfuggita alle bombe della seconda guerra mondiale, questa città dal clima rigido in inverno, situata sulla costa del Mare del Giappone, è legata indissolubilmente ai simboli del passato.
Basta un giro nel quartiere delle geishe, Higashi-Chayamachi: una via romantica, costellata da vecchie okiya (le abitazioni che ospitavano le ragazze destinate a diventare geishe) e da nuovi locali in stile Edo, porta alla Casa Shima, visitabile. Qui è possibile scoprire il mondo segreto delle geishe, come vivono, come intrattengono, come si vestono e truccano, quali strumenti suonano e come sono le loro stanze. Un'esperienza più unica che rara. Se le geishe attirano ancora l'immaginario collettivo, i samurai non sono da meno. E Kanazawa offre anche la possibilità di visitare una loro casa, nel distretto Nagamachi, delimitato da stradine e piccoli giardini. Appena si entra in questa abitazione si viene accolti dall'armatura minaccaiosa di un guerriero: una visione che fa pensare a quanta paura facessero così bardati ai loro nemici, soprattutto se associata a una delle tante spade collezionate in un'altra stanza della casa.

Per il resto, invece, l'abitazione incuote serenità, con il bellissimo giardino con laghetto con le adorate carpe a nuotare pacifiche, mentre un percorso in legno delimita le acque. Evidentemente anche i samurai aveva bisogno di ritrovare la pace dopo le battaglie. In questi quartieri antichi, vivono ancora gli artigiani di un tempo, dediti alla produzione delle ceramiche e delle sete dai raffinati disegni. Un tocco di originalità in un Giappone votato al futuro ma che non dimentica le tradizioni millenarie. Ma l'attrazione principale di Kanazawa è il giardino Kenrokuen. Un insieme armonico di pietre, fiori, alberi, cascate, laghetti, stagni e ruscelli, la cui acqua vi arriva ancora oggi da un lontano fiume attraverso un complesso sistema idraulico costruito nel 1632.

Il giardino è una delle meraviglie del Paese del Sol Levante, in particolare durante la fioritura dei ciliegi a fine marzo e degli iris a maggio: i giapponesi hanno un culto speciale per questo parco e lo visitano a centinaia in ogni stagione. Vengono per ammirare le ben 183 specie di piante, i quasi novemila alberi, la fontana più antica del Paese, un pino Karasaki secolare, la pagoda e soprattutto la casa da te Yugao-tei, l'edificio più vecchio del parco, sorto nel 1774 sulle palafitte su un laghetto, dove tuttora si può assistere alla cerimonia del te. In inverno, le piante più sensibili vengono sorrette da una specie di armatura di legno, una speciale forma conca che aiuta i rami a sopportare il peso della neve, che qui cade spesso.

Usciti dal giardino si attraversa la strada e si arriva al Castello. Costruito nel 1583, ha subito modifiche, rovine, guerre, incendi e terremoti. E' stato sede militare e universitaria. Quello che rimane è una torretta, restaurata nel 2001 usando i metodi di costruzione tradizionali, oltre ad alcuni spazi e le mura. Qui vengono i giapponesi appena sposati a fare il rituale servizio fotografico, le ragazze che adorano vestirsi con i kimono e i turisti innamorati della storia del Paese. Un tempo, il castello era chiamato "il palazzo dei mille tatami" ed era famoso per le tegole in piombo, fatte per resistere agli incendi e per poter essere fuse in proiettili nei momenti di assedio e di guerra. Nonostante le numerose vicessitudini subite nei secoli, il castello mantiene ancora vivo lo stesso spirito feudale di tutta Kanazawa.

Anche questa città dall'aspetto così storico ha il suo lato moderno. Come nella stazione, enorme e luccicante, completa di un altrettanto gigantesco centro commerciale. E come nel mercato del pesce, una costruzione dove, tra bancarelle che offrono il pescato del giorno, si può fare una pausa a tutto sushi. Freschissimo, ovviamente. Se poi si ha voglia di un po' di dolce, basta uscire sulla strada principale e ci si ritrova nell'imbarazzo della scelta per le pasticcerie. Espongono tortine, biscotti e ogni altra golosità tutte colorate, tutte imbellettate, tutte confezionate e allineate sui banconi come fossero gioielli. Attenzione, però, i dolci giapponesi hanno poco zucchero e spesso non sono così gradevoli al palato degli occidentali come lo sono all'occhio. Vale la pena un assaggio, comunque, anche perchè qui è accompagnato dall'immancabile te. In fondo, Kanazawa è sempre una città legata a doppio filo ai rituali e ai miti di un tempo.