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Julien Gracq - Mattioli 1885, Fidenza 2009 - pp.137
Nel 1976, all’età di sessantasei anni, Julien Gracq (1910-2007) decise che era giunto il momento di visitare Roma. Da uomo di Lettere, il viaggio nella Città Eterna era per Louis Poirier (questo il suo vero nome) carico di aspettative. E, si sa, quando le aspettative sono tante, è raro che non si rimanga almeno un po' delusi. "Intorno ai sette colli" è un’opera sulla disillusione, sulla sottile malinconia che sopraggiunge quando si scopre un luogo diverso da come lo si era immaginato. Un sentimento che, nel caso dell’autore, rimase inalterato per tutti e dodici gli anni in cui questo diario di viaggio decantò in un cassetto prima di raggiungere la scrivania dell'editore, nel 1988. La lettura del volume è decisamente sorprendente. Un po' dispiace, è innegabile, constatare come la bellezza di Roma non abbia entusiasmato un animo sensibile come il suo, o leggere della marginalità e della timidezza provinciale dell’Eterna, eppure è difficile non amare questo libro.
E impossibile non sorprendersi di fronte alle sue metafore e confronti inediti, capaci di mostrarci Roma come non l’abbiamo mai vista. Più che descrivere la città, Gracq ha disegnato dei veri e propri quadri onirici, in cui il Colosseo non è tanto una rovina, quanto "un fossile monumentale smisurato" e nei quali "San Pietro è un colosso dalle spalle strette". Immancabili sono i paragoni con le bellezze di Francia, dai quali Roma esce quasi sempre perdente. Sebbene infatti la Colonna Traiana sia più nobile della colonna di Place Vendôme, via Margutta non fa pensare al Montparnasse di Picasso o di Pascin "ma ai versanti posteriori di qualche sobborgo Saint-Germain un po' sciupato" e Piazza di Spagna a un abbozzo in piccolo delle scalinate di Montmartre e della folla a passeggio per la Place du Tertre.
Parole non meno acide spettano al Tevere, che non merita neanche di essere chiamato fiume; al Vittoriano ("torta a più piani del re baffuto") e alla Piazza del Campidoglio, "fiera ma sfortunatamente avvilita dalla statua equestre priva di grandeur di Marc’Aurelio che cavalca a pelo come il garzone di un mugnaio". Fortunatamente, in questa città, "in cui tutto si accatasta, s’incastra e si contamina" qualcosa si salva: l’Aventino con la chiesa dei Cavalieri di Malta, le pose baudeleriane dei gatti sui tronchi delle colonne dei Fori e la superba Piazza Navona, il cui splendore riesce a fargli scrivere un appassionato: "mi estasiava sia caderci dentro quando non la stavo cercando, sia smarrirmi tutte le volte che vi avevo un appuntamento".
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