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25 marzo 2010

Nello Yemen sulle onde dell'oceano Indiano


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SANA'A - Tanti sono i mezzi di trasporto che ci possono accompagnare in un viaggio: l’aereo, la macchina, il bus, la bicicletta e… il surf! Così imballata la nostra tavola in una scatola di cartone partiamo alla volta di Sana’a, capitale dello Yemen, per un viaggio che ci porterà dalla zona di Hawf, dove la costa oceanica dello Yemen cede il passo a quella dell’Oman, fino alla città di Mukalla. Usciti dall’aeroporto, la sensazione che si prova è di completo smarrimento, l’afa e l’umidità sembrano insopportabili; i nostri occhi europei vedono una cittadina caotica, polverosa, avvolta in una nebbia pesantissima. Incontriamo Khaled, la nostra guida, carichiamo i bagagli sul tetto della jeep, tiriamo un lungo respiro e partiamo.

Percorrendo non più di 20 km il paesaggio muta completamente, dal deserto più arido si passa alla montagna verde, la sensazione è quella di trovarsi in un posto unico. La lingua di asfalto scorre in una giungla verdissima e afosa, giriamo una collina, la nebbia si dirada, abbiamo il primo incontro con ciò che stiamo cercando: l’Oceano Indiano. Una stradina si insinua in un piccolo villaggio, sbuchiamo in un posto surreale, una spiaggia deserta, avvolta nella nebbia; proprio di fronte a noi capiamo che la lingua di terra è un minuscolo molo naturale che crea una piccola, ma lunga onda. Siamo stanchi, è tardi, non sarebbe un buon momento per entrare in acqua: gli squali sono una delle incognite che ci affligge fin dalla partenza, ma la voglia è irresistibile, lasciamo da parte ogni pensiero, ogni paura, sfiliamo le tavole ed entriamo. Il mattino seguente sono alcune voci a svegliarci, sono schiamazzi di un gruppo di ragazzini che stanno giocando a calcio vicino a noi, la voglia di rientrare in acqua si fa sentire, ma vogliamo esplorare e continuiamo scendere lungo la costa.

Il gusto per l’esplorazione ci spinge senza motivo su uno sterrato che ci conduce verso una spiaggia completamente deserta. Il mare è piatto, non c’è l’onda che cercavamo ma non importa! Il posto è da favola, ci fermiamo a respirare, a pensare, semplicemente a guardare. È in questa insenatura, a Ras Sharma, che durante la notte, veniamo svegliati da uno degli spettacoli più emozionanti che la natura possa offrirci: c’è la luna piena, la sabbia bianchissima a quest’ora, con questa luce, diventa di un blu profondo e frotte di tartarughe marine approdano sulla battigia perdendo la loro naturale agilità sottomarina, con movimenti lentissimi ma precisi, scavano enormi fosse e ripongono decine di uova, restiamo a bocca aperta. Giorno per giorno, ci rendiamo conto che in questa terra ogni posto è una scoperta, ogni situazione è unica; una semplice sosta per cercare dell’acqua potabile, diventa un pezzo di vita da tenere stretto, la nostra presenza è ovunque motivo di festa, il concetto di turista non esiste, siamo gli stranieri che vengono da un altro villaggio, la lingua è diversa, i vestiti anche, ci portiamo appresso due strani attrezzi, ma sorridiamo e questo basta a tutti.

Arriviamo a Mukalla, il primo vero contatto con una cittadina yemenita, la vita è frenetica, chiassosa, ma allo stesso tempo pacata e silenziosa. Il mercato del pesce ci rapisce: urla, contrattazioni, odori, il pesce più pregiato sui tavoli umidi e puzzolenti del mercato è lo squalo. Usciti dal mercato ci viene servito il pane più buono del mondo, preparato sul momento, il fuoco diventa rovente per scaldare il nostro cibo, non possiamo desiderare di meglio. Per un momento abbiamo la sensazione di rallentare, di percepire lo spirito intimo di questo posto. Uno dei Paesi più armati al mondo, paese nativo della famiglia Bin Laden, simbolo del fondamentalismo islamico, per noi non è stata altro che una terra di scoperta, di onde e di sorrisi. Armi ne abbiamo viste molte ma abbiamo deciso di non raccontarle, non per nasconderle o far finta di nulla, ma perché sono un’icona sbagliata, fuorviante per l’occhio occidentale; abbiamo voluto scoprire l’altra faccia dello Yemen, la faccia nascosta quella che per noi è quella di maggior valore.

25 gennaio 2010

Città estreme: sulla via per Capo Nord


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CAPO NORD - E' la porta per il Polo Nord. Da qui si passa e si staziona prima di raggiungere Capo Nord, a 71° latitudine Nord, il top dell'Europa continentale. Honningsvåg è una cittadina tranquilla, immersa nella luce del sole a mezzanotte, durante l'estate e quando non è offuscato dalle nuvole. Da centro per la pesca a meta turistica, il capoluogo dell'isola di Mageroy si è rifatto il look dopo essere stato distrutto dai bombardamenti nella Seconda guerra mondiale. Il porto, uno dei più importanti del Finnmark, la regione norvegese al confine con la Finlandia, è ancora il cuore nevralgico di Honningsvåg: qui getta l'ancora anche l'Hurtigruten, il mitico postale che fa il giro dei fiordi, qui le navi che solcano il gelido Mar Glaciale fanno rifornimento, qui approda la maggior parte dei turisti diretti a Nordkapp, ovvero l'ultima propaggine di terraferma prima dell'immensità dell'Artico.

A Honningsvåg ci si arriva anche con l'aereo o via terra, essendo collegata da un tunnel sottomarino alla terraferma per circa sei chilometri. Curiosamente dista quasi gli stessi chilometri dal Polo Nord, 2110, e dalla capitale Oslo, 2119. Honningsvåg è ben oltre il Circolo Polare Artico, d'estate non vede mai tramontare il sole e d'inverno per due mesi e mezzo non lo vede sorgere mai. Per questo durante la stagione "calda" si anima di iniziative, concerti e spettacoli. I suoi alberghi si riempiono e i visitatori invadono le sue strade. Dominata dalla chiesa del 1884, unica risparmiata dalla guerra, la città ha una storia antica: i primi abitanti di quest'area risalgono infatti all'8000 a.C. Il mare è stato la principale fonte di cibo per questi prestorici antenati dei norvegesi e la pesca è tuttora una fonte determinante di guadagno, dato che le tempurature dell'acqua del mare sono più miti di quanto ci si possa aspettare a questa latitudine e in gennaio arrivano a una media di -4°C. Al contrario, a soffrire è la flora: tolta qualche specie rarissima artica e superprotetta, gli alberi raramente arrivano ad essere più alti di quattro metri e così i giardini delle villette di Honningsvåg appaiono brulli come tutta la natura circostante.

Dalla città partono le escursioni per Capo Nord, il promontorio roccioso di 307 metri a strapiombo sul mare che è stato chiamato così dall'esploratore inglese Richard Chancellor, nel 1533. Per arrivare a questa ambita meta si attraversa un'interminabile e desolata landa, resa viva solo da alcuni accampamenti lapponi e dalle renne che brucano i pochi cespugli. Alla fine appare una costruzione grigia come tutto quello che lo circonda: è il modernissimo Visitor Centre con un museo, una mostra storica, ristorante-bar e negozio. Fuori c'è l'attrativa più inseguita dai circa 200 mila turisti che visitano NordKapp ogni anno: un'enorme terrazza che dà sul Mar Glaciale Artico e al centro un mappamondo gigante che fa da sfondo abituale per le foto. Se si è fortunati e si riesce a vedere il sole di mezzanotte, l'impatto è eccezionale con tutto il mondo tinto di rosso e rosa. Se invece si trovano le nuvole o, peggio, la pioggia sferzante, non resta che ammirare la forza della natura e il vento gelido che soffia intorno. In qualsiasi condizione meteo, però, lo sguardo si perde, la mente va alle isole Svalbard, le ultime e remote terre prima dell'Artico, e agli esploratori dell'estremo nord come Umberto Nobile. E anche agli orsi bianchi, che lì vivono liberi e padroni, mentre a Honningsvåg sono diventati attrazioni per turisti, impagliati e fintamente aggressivi, pronti a dare il benvenuto nei tanti hotel e ristoranti.

11 novembre 2009

Kurdistan, l'altro Iraq


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ERBIL – Da lontano la cittadella sulla collina sembra un enorme castello con mura merlate lunghe centinaia di metri. Oggi è quello che resta del primitivo insediamento di Erbil, città che passa per essere il più antico centro umano continuamente abitato. La capitale del Kurdistan iracheno, nota anche come Arbil, o Irbil su alcune mappe, risale all'epoca assira e conta qualcosa come settemila anni di storia. Da queste parti, tanto per restare in argomento, nella battaglia di Arbela, nel 331 avanti Cristo, l'esercito di Alessandro Magno diede il definitivo scossone all'impero persiano, mettendo in fuga le armate di Dario III. Oggi il nucleo storico della cittadella è ancora visitabile, ma è una città morta, abbandonata e in rovina, e ospita solo un paio di famiglie, tanto per la continuità storica, insieme a due musei.

Erbil è oggi la terza città irachena dopo Baghdad e Mosul. Ma è anche il cuore della zona più settentrionale dell'Iraq, facente parte della macroregione del Kurdistan, uno stato inesistente, forte solo della sua popolazione, al momento distribuita fra Turchia, Siria, Iran e lo stesso Iraq. Dopo l'invasione a guida statunitense del 2003, le sorti dei curdi iracheni, precedentemente brutalizzati da Saddam Hussein, è notevolmente migliorata. Non solo alla guida di tutto l'Iraq c'è oggi un presidente di origine curda - Jalal Talabani - ma il Kurdistan iracheno ha anche ottenuto un'autonomia sempre maggiore e gode inoltre di una relativa pace rispetto al resto del Paese ancora dilaniato dalla guerra. Per questa ragione da queste parti la gente non si definisce irachena e l'unica bandiera che si può vedere ovunque è il tricolore curdo con il sole giallo. A guardia di questa tranquillità c'è l'esercito Peshmerga, milizia locale che ha il preciso compito di tenere il terrorismo lontano dalle città e dalle strade di collegamento della regione. Non è sorprendente quindi che persino in questo improbabile angolo di mondo si stia pensando di rivitalizzare il turismo. Visitare oggi il Kurdistan iracheno è un'impresa possibile anche in proprio, con un minimo di accortezza. Il viaggio riserverà più di una piacevole sorpresa, a cominciare dall'accoglienza da parte della gente locale, cortese e curiosa verso i viaggiatori, fino alla bellezza dei paesaggi, sulle montagne che portano alla frontiera con l'Iran.

Le porte d'ingresso a questa regione sono fondamentalmente due: Erbil, raggiungibile in aereo dall'Europa, o il posto di frontiera con la Turchia, prevedendo un avvicinamento via terra. La capitale vanta un animatissimo bazar coperto, dove in alcuni momenti della giornata sembra si sia dato appuntamento l'intero milione di abitanti della città. Fra le sue stradine si trova praticamente di tutto: dal cibo all'abbigliamento tradizionale, alle minuscole botteghe degli orafi. Da visitare in città anche la rovina del minareto pendente sheikh Chooli, risalente all'XI Secolo, il grandioso parco Sami Abdul Raman, che rappresenta una picevole oasi verde e la nuova moschea Jalil Khayat. Lasciata la caotica Erbil, l'itinerario più suggestivo è lungo la cosiddetta Hamilton Road, nota presso i locali anche come Haji Omaran. Qui negli anni Venti del Novecento, l'ingegnere neozelandese Archibald Milne Hamilton aprì per conto dell'esercito britannico un tratto di strada per congiungere i possedimenti della corona in Palestina e quelli in India. E lo fece in un paesaggio spettacolare fra canyon e vette scoscese. Lungo la strada si può ammirare anche la cascata Gali Hali Beg, che forma un salto di una trentina di metri.

Percorrendo la Haji Homaran, la soluzione migliore per alloggiare è fare tappa nella cittadina di Shaqlawa, a un'ora di strada da Erbil. Grande poco più di un villaggio, Shaqlawa sta diventando rapidamente una meta vacanziera per gli stessi iracheni ed è dotata di una buona scelta di hotel e ristoranti. Un altro itinerario percorribile da Erbil, conduce verso sud, a Suleimanya. La seconda città del Kurdistan iracheno è un centro universitario e culturale molto vivo, nonostante la sua giovane età (risale solo al XVIII Secolo). La parte più piacevole sono i suoi splendidi parchi pubblici, come il parco Azadi o quello municipale, o ancora il parco Sarchnar. A nord di Erbil si può arrivare fino alla frontiera con la Turchia, visitando centri più piccoli, come Dohuk e Zakho.

5 novembre 2009

A casa sull'Isola di Pasqua


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Viaggia tantissimo, per passione e per lavoro. Sempre alla ricerca di misteri, storie e curiosità da raccontare agli spettatori di "Voyager". Roberto Giacobbo, laureato in economia e commercio, giornalista, scrittore, autore televisivo e radiofonico, presenta su Raidue il 21 settembre 2009 uno speciale di "Voyager, ai confini della conoscenza", sulla fine del mondo secondo il calendario Maya, ovvero il 21 dicembre 2012. Lo stesso argomento che Giacobbo ha sviscerato in "2012 la fine del mondo?", il suo ultimo libro, un enorme successo editoriale. A breve inizieranno anche le nuove puntate della quindicesima serie di "Voyager".
"Solo negli ultimi tempi, per realizzare il programma, ho fatto innumerevoli viaggi: ho girato le isole Bermuda in lungo e in largo, sono stato in Normandia, in Giappone, in Gran Bretagna e in Sudamerica nella mitica Tiahuanaco. Ormai vivo su un aereo! Però se c'è un posto che mi è rimasto nel cuore quello è l'Isola di Pasqua. E' l'ultimo avamposto nell'oceano abitato, uno si sente lontano dal mondo e da tutto. Lì mi è successa una cosa stranissima: di solito, nei Paesi che visito, vengo preso dalla nostalgia dell'Italia, di casa mia dove sto molto poco, della mia famiglia, di mia moglie e i miei figli.

Invece sull'Isola di Pasqua la voglia di tornare si è affievolita. L'incoscio pensava di essere a casa perchè l'interno dell'isola è tutto colline, vigne, mucche al pascolo e cavalli in libertà. Ricorda moltissimo l'Umbria e la Toscana: per questo mi sentivo a casa. Anche se ci sono tre vulcani e alcune piante non tipicamente italiani. Ma è stato davvero sorprendente. Sono anche uno dei pochissimi che ci è stato due volte perchè ho registrato due puntate del programma, andate in onda in passato.

Non è semplice visitare quest'isola sperduta nell'oceano, anche se ci sono attrezzature turistiche, come alberghi e resort. Resta un posto magico e ancora tutto da studiare. Io sono affascinato dall'archeologia e mi piace raccontare civiltà poco conosciute, a volte nemmeno scoperte come si deve. E Pasqua con le sue statue giganti, i Moai, è ancora un mistero da esplorare".

4 novembre 2009

Città estreme: Ushuaia porta del Sud



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Città estreme, alla fine del mondo e delle terre abitate. Al di là i ghiacci e il Polo. Danno un senso di avventura e di esplorazione, i loro limiti sono sconfinati e hanno un carisma particolare. Ushuaia in Argentina e Honnigsvåg in Norvegia: diverse come l'Antartide e l'Artide, come il Polo Sud e il Polo Nord, ma uguali nel far provare al visitatore quella sensazione di essere alla fine del mondo.

USHUAIA - Ci si sente davvero in fondo al pianeta Terra a Ushuaia, con le montagne che la circondano e l'acqua grigia del Canale di Beagle su cui si affaccia. Proprio sulla punta estrema della Terra del Fuoco, in Argentina, a tremila chilometri da Buenos Aires, c'è questa deliziosa cittadina, la più meridionale del mondo.

Piccola, ma in continua espansione con nuovi quartieri, grazie all'industria del turismo, Ushuaia è rannicchiata contro i monti: le strade salgono in vertiginose arrampicate e scendono a strapiombo sul mare, ricordando quasi una San Francisco in miniatura. Il cielo spesso plumbeo non le toglie fascino, anzi. Ushuaia è una cittadina gioiosa e piena di vita: nei volti degli abitanti, la maggior parte giovanissimi e figli dei coloni arrivati da altre parti dell'Argentina prima per lavorare alla prigione (ora diventata museo Marittimo) che ospitava 380 detenuti, condannati a fare i tagliaboschi fino al 1947, e poi per le trivellazioni petrolifere e per il turismo sempre più crescente. In fondo, Ushuaia, che sorge su un'isola sulla Terra del Fuoco, divisa dal continente dallo stretto di Magellano e protesa verso Capo Horn e l'Antartide, è ricca di attrazione.

Non solo perchè si trova alla fine del mondo, come ripetono a più non posso i depliant locali, ma anche perchè ha saputo sfruttare la sua posizione di città sospesa nel nulla. Nel suo porto, nella baia poco profonda alle pendici del monte Martial, sono ancorate le imbarcazioni che portano a visitare il Canale di Beagle con i suoi isolotti ricchi di fauna, dai cormorani ai leoni marini, e il faro più a sud del mondo. E' una delle tante escursioni che partono da qui, insieme al "Treno della fine del mondo", che conduce nel parco nazionale Lapataia, dove vivono indisturbati i castori. Oppure si può fare un "giretto" sul ghiacciaio più vicino o una visita a una riserva di pinguini.

Totalmente immersa in una natura primitiva, la città ha tramonti che sembrano non finire mai, luce radente, venti forti e violenti, praterie sconfinate e boschi che iniziano fuori l'abitato: Ushuaia ha qualcosa di spettrale nel suo dna. Una caratteristica che ben si coniuga con i ristoranti affollati che si affacciano sul mare dove si possono gustare le specialità del luogo, soprattutto il granchio gigante, e nella strada principale, un susseguirsi di negozietti di ogni genere che vendono l'artigianato regionale, dalla lana delle Ande ai manufatti d'argento e alla marmellata di calafate, una preziosa bacca che cresce solo in Patagonia. Tutto a prezzo speciale, perchè è un porto franco a due passi dal Polo Sud.

3 novembre 2009

Galapagos, un paradiso da conservare


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Le Isole Galapagos uno degli ultimi paradisi sulla terra, un ecosistema tanto affascinante quanto delicato. Esplorato e studiato dal celebre naturalista Charles Darwin nel 1835, l'arcipelago ha cercato di mantenere quasi intatto negli anni il patrimonio di flora e fauna. Ma il rischio di perdere tutto c’è sempre. Nel 1999 la rivista National Geographic lanciava l’allarme "Galapagos un paradiso in pericolo". Cosa è cambiato da allora?


Siamo sull’aereo che da Guayaquil ci porta all’Isola di Baltra – l’aeroporto delle Galapagos – e sorvolando l’Oceano Pacifico pensiamo che tra poco potremo finalmente atterrare su uno degli ultimi paradisi rimasti sulla terra. Giunti sull’isola la prima sorpresa è l’aeroporto che in realtà è solo una pista di atterraggio con accanto una costruzione che ricorda molto un chiosco da spiaggia. Ci vengono controllati i bagagli e quella che sembra una fastidiosa formalità, è in realtà una cosa molto importante. Per salvaguardare, infatti, il delicato ecosistema delle isole è assolutamente vietato introdurre cibo, piante, animali all’interno del Parco Nazionale. Usciti dall’aeroporto siamo condotti alla banchina e rimaniamo sorpresi nel trovare ad accoglierci sul molo una famiglia di leoni marini. A bordo di un gommone ci dirigiamo verso la nave.

È iniziata la nostra avventura fuori dal tempo e così – accompagnati dalla guida – incominciamo a visitare le isole: Sobrero Chino, Santa Cruz, Floreana… lande quasi deserte, abitate solo da tantissimi animali che sembrano sopravvissuti alla preistoria come l’iguana – uno dei simboli delle Galapagos – che con lo sguardo fiero si riposa all’ombra di un cactus. Gli animali alle Galapagos non hanno paura degli uomini e così si può osservare da vicino una Sula dalle zampe azzurre che cova il suo uovo per terra a lato del sentiero.
Assistiamo poi allo spettacolo delle fragate che gonfiano una sacca rosso accesso sotto il collo per attratte le femmine nel rituale del corteggiamento.


La mattina veniamo svegliati dai pellicani che passano davanti all’oblò della nostra cabina e sembrano volerci salutare, continuiamo la nostra esplorazione sull’isola Española con le sue lucertole di lava e i granchi rossi come il fuoco. Qui scopriamo anche la più ampia colonia al mondo di albatri che decollano dalle alte scogliere cercando di cogliere il favore del vento. Nell’ultimo giorno del nostro viaggio l’emozione più forte: la nostra guida Jeffrey ci conduce a bordo di un gommone davanti all’isolotto di Santa Fe e lì indossate le pinne e la maschera ci immergiamo. Pochi minuti dopo ci troviamo a nuotare tra le razze e gli squali che ci passano davanti con indifferenza. Siamo sul bus che ci riconduce in aeroporto e nelle orecchie abbiamo ancora un proverbio locale: "Tu oggi lasci le Galapagos, ma le Galapagos non ti lasceranno", e siamo consapevoli di aver avuto il privilegio di vivere per qualche giorno in un paradiso tanto bello quanto dedicato. Toccherà all’uomo impegnarsi per preservarlo.

Tour consigliato: Il triangolo di Darwin

21 ottobre 2009

Libano, il Paese dei cedri perduti


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E' uno dei Paesi più affascinanti del mondo e forse l'unico nella storia che ha tenuto il suo nome fin dai suoi albori: LIB NIN. Le interpretazioni sono varie, quella ufficiale si riferisce al Monte Libano e proviene dalla parola aramaica "laban" che significa "bianco come il latte". Un riferimento poetico alla neve che ricopriva le montagne e che sciogliendosi in primavera irrigava le vallate.
Per chi arriva dall'Occidente la capitale, Beirut, potrebbe apparire scioccante. Ci si ritrova nel traffico tipico del Medio Oriente, con le macchine che ingolfano le strade, talmente intasate che definirle caotiche potrebbe sembrare un eufemismo. Nonostante tutto ciò, nostante i rumori, e le macchine che strozzano le arterie stradali, ciò che colpisce maggiormente è una strana sensazione, che vi accompagnerà per tutto il viaggio. Un misto di frenesia e tristezza si insinua tra le pieghe dell'anima del viaggiatore mentre guarda attonito i libanesi che con l'incedere della vita quotidiana sembrano incarnare perfettamente il significato della parola araba inshallah che tradotto significa "se Dio vuole". La gente locale vive così: in modo frenetico e cerca di assaporare ogni attimo di vita, ogni respiro della giornata, perché "oggi ho tutto questo, domani non so".

I contrasti che animano la città sono tanti: grattacieli di vetro e cemento in stile Dubai che punteggiano la costa di Beirut inframezzata da locali di classe, e un attimo dopo, non appena girato un angolo, ci si trova di fronte alle case diroccate dai bombardamenti, crivellate di colpi, che rimango lì adagiate su se stesse, quasi a testimoniare la guerra come ferite aperte. Il Libano sta crescendo a una velocità incredibile, sotto tutti gli aspetti e in modo particolare nell’edilizia, tutto questo per attirare il ricco mercato dei paesi del Golfo nonostante, a oggi, si cerchi ancora una stabilità politica.

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Fare un viaggio in Libano vuol dire fare un viaggio nella storia: visitare la città più vecchia al mondo (o meglio l’insediamento divenuto poi città) di Byblos, arrivare fino a Baalbeck, uno dei più bei siti archeologici e meglio conservati del Medio Oriente e poi Tripoli con il suo castello, usato da tutti gli eserciti che si sono succeduti nei secoli e attualmente divenuto una caserma. Sidone con la sua fortezza dei Crociati sul mare e il famoso museo del sapone. E ancora, Tiro con i suoi siti sparsi per tutta la città e il colonnato che si affaccia sul mare, una meraviglia che lascia senza fiato se si pensa a tutto quello che è stato costruito (e anche distrutto) nei secoli.


Ma il Libano è altre tante cose, ad esempio quello forse poco conosciuto e allo stesso tempo più affascinante: il mondo sotterraneo fatto di bellissime caverne. Si chiamano le grotte di Jeita e sono in lista per diventare una delle meraviglie del mondo. Wadi Kadisha, una delle più belle e profonde valli del Paese, incastonata tra le rocce dove tra una piega e l'altra si celano alla vista bellissimi monasteri. La parte che forse lascia l’amaro in bocca è quando si arriva a Cedars, la famosa foresta di cedri, che purtroppo sta scomparendo. Oggi si cerca, attraverso un programma governativo, di ricreare un vivaio di questi alberi, che rappresentano l'emblema della nazione, tanto da comparire anche sulla bandiera. In questa pianta, che cresce molto lentamente, sembra celarsi la vera identità del Libano, il simbolo di un Paese che sta cercando in tutti i modi di risollevarsi, per dimenticare le distruzioni del passato e cercare di puntare in alto, come i grattacieli di Beirut.