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20 aprile 2010

Kaspar Capparoni: in viaggio con Leroy


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Super sportivo, amante degli animali, Kaspar Capparoni ha alle spalle una lunga carriera teatrale e tantissimi ruoli in fiction amate, da "Elisa di Rivombrosa" e "Incantesimo" a "Capri" e "Donna Detective". Ma soprattutto è il compagno di scena del cane più amato della tv, il "Commissario Rex". Kaspar ha spesso organizzato manifestazioni benefiche a favore degli animali, contro l'abbandono dei cani e per il sostegno dei canili in Abruzzo dopo il terremoto. Ha cinque pastori svizzeri bianchi e undici cuccioli e li porta con sé anche in viaggio. Kaspar tornerà a breve sul piccolo schermo con la seconda serie di "Donna Detective", in coppia con Lucrezia Lante Della Rovere, su Rai 1 dal 21 aprile.


"Non ho un viaggio speciale da raccontare. Per me sono meravigliosi solo se riesco a portarmi dietro Leroy, uno dei miei cani. Purtroppo in Italia è molto difficile, non siamo ancora un paese civile sotto questo aspetto, è difficilissimo trovare un albergo che ospiti anche animali. Non come nel resto d'Europa, dove se entri in un ristorante con un cane ti offrono subito la ciotola per lui. Da noi è ancora una rarità e io mi batto affinchè gli animali vengano accettati ovunque. Sta poi al padrone far comportare il cucciolo bene. Il cane è un membro della famiglia a tutti gli effetti e non si può abbandonarlo in strada perchè non si può andare in vacanza con lui e metterlo in una pensione costerebbe troppo. Io e Leroy abbiamo fatto tanti viaggi insieme. Lui mi ha seguito in tutte le mie tournèe teatrali, conosce i palchi più importanti di tutta Italia. Mi segue pure nelle mie spedizioni sportive, io pratico molte attività, compreso l'alpinismo. E ho nel cuore un'immagine splendida di me e lui in alta montagna. Quando parto, non dimentico mai ciotole per l'acqua, vaschette per il bagno, scatolette: quasi quasi mi servirebbe un'altra macchina per trasportare tutto quello che occorre ai mie cani. Ma meglio loro di me".

18 marzo 2010

I cavalli dell'imperatrice


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VIENNA - Vienna e i cavalli: un binomio inscindibile, fatto di eleganza e romanticismo, per secoli, tanto è vero che ancora oggi nelle vie della città ci sono i calessi trainati da magnifici animali. Ma il centro di questa tradizione è tutto nella Scuola Spagnola, la più antica accademia equestre del mondo, che ha sede nell'Hofburg, per oltre 600 anni residenza della dinastia asburgica, fino all'imperatore Francesco Giuseppe e alla sua sposa, Elisabetta, la mitica Sissi. Nel maneggio imperiale della Hofburg vengono allevati i cavalli lipizzani, simbolo di maestosità e potere, e i loro spettacoli di gala sono una delle attrattive più importanti per i turisti della capitale austriaca. Questa accademia, fondata nel 1572, è la più antica Scuola Classica d'Europa. Fu chiamata Spagnola proprio perché utilizzava cavalli di origine iberica. I capostipiti furono infatti importati dalla Spagna dieci anni prima da Massimiliano d'Asburgo.

Erano cavalli di sangue andaluso con una caratteristica inconfondibile: un mantello grigio, quasi bianco. Il mantello e l'origine erano sufficienti a farli ritenere discendenti dal cavallo bianco che, secondo la tradizione, era il preferito nientemeno che di Giulio Cesare. Un'analogia che all'imperatore Massimiliano non dispiaceva. L'esercito austriaco impiantò quindi un allevamento dove si incrociavano questi stalloni con le migliori fattrici del posto. L'allevamento, nel 1580, fu stabilito a Lipizza, oggi Lipica, in Slovenia, un villaggio di campagna vicino a Trieste che diede il nome alla razza. Da Lipizza i soggetti migliori venivano portati a Vienna e addestrati in un maneggio inizialmente in legno e poi riedificato agli inizi del Settecento in forme barocche. Questo stesso palazzo ancora oggi ospita le scuderie e il maneggio dove si può assistere agli allenamenti e agli spettacoli di gala della Scuola di Equitazione Spagnola. Senza la Scuola Spagnola di Vienna oggi forse l'equitazione di alta scuola sarebbe comparsa. Questa, detta anche scuola classica, comprende esercizi non più previsti nelle gare moderne.

Il dressage, che è la disciplina olimpica più vicina e imparentata con questa antica forma di equitazione, prevede infatti che in tutti i movimenti il cavallo mantenga il naturale contatto con il terreno. Nell'alta scuola invece il cavallo salta e si impenna sul posto: cioè esegue movimenti che gli esperti definiscono arie alte. Nei secoli scorsi questi particolari esercizi avevano un fine ben preciso: impressionare gli spettatori delle grandi parate militari e al tempo stesso far capire agli ufficiali delle altre nazioni il livello di preparazione raggiunto dalle proprie forze armate. Insomma, era un'elegante maniera di dire a cortigiani e generali: "State alla larga perchè questa è la potenza della nostra cavalleria". Tra il Settecento e l'Ottocento la Scuola raggiunse il massimo del suo splendore. In quei secoli cambiò anche il modo di montare: i cavalieri impiegavano meno forza e cercavano di sfruttare di più i movimenti naturali del cavallo con una tecnica meno violenta. Questo spiega perchè nel 1735 all'inaugurazione della nuova Scuola di Vienna fu organizzato addirittura un carosello per le amazzoni, al quale prese parte anche l'imperatrice Maria Teresa.

Altra data storica per la Scuola è il 1815, anno di un carosello in onore dei delegati del Congresso di Vienna, cioè i capi delle potenze che avevano sconfitto Napoleone Bonaparte. Le guerre furono sempre nemiche dei lipizzani. Nella zona di Lipizza si svolsero molte battaglie napoleoniche e i cavalli dovettero essere spostati in Ungheria. Poi, dopo la Prima guerra mondiale, Lipizza divenne per breve tempo italiana e i cavalli furono ancora esiliati. Ma il colpo finale lo diede la Seconda guerra mondiale: entrando in Austria gli americani trovarono i cavalli praticamente alla fame. Qualcuno già pensava di farne bistecche, quando trovarono un altro protettore: il generale George Patton, che si innamorò di questi esemplari. Diede disposizioni affinchè venissero nutriti e si adoperò di fare tornare le fattrici allo storico allevamento di Piber. Bisognò aspettare il 1955, però, per ritrovare la Scuola Spagnola a Vienna nella sua sede barocca, perfettamente restaurata dopo i bombardamenti. I cavalli sono tutti stalloni lipizzani, quasi sempre grigi e provenienti dall'allevamento federele di Piber che ha sostituito quello di Lipizza, pur sempre attivo, ma ormai in territorio sloveno.

I cavalli vengono domati molto tardi, a quattro anni, e prendono parte allo spettacolo solo dopo parecchi anni di addestramento. Si inizia con il cavallo che lavora individualmente per poi passare a eseguire le varie figure in gruppo. Poi, per i pochi soggetti che superano anche questa fase, si passa a un addestramento con la musica e le luci artificiali. Gli spettacoli infatti prevedono anche parecchie esibizioni a tempo di valzer. Durissimo è l'addestramento per il cavallo e il cavaliere che dura all'incirca dieci anni. La giornata inizia alle sei del mattino sino alla due del pomeriggio. Si parte con la pulizia di cavalli e scuderie, poi si passa alla lezione in maneggio e alla teoria che comprende veterinaria, alimentazione, bardatura, mascalcia. Altra materia di studio è la musica, poichè molte esibizioni sono accompagnate da musica classica. Le lezioni in maneggio sono la parte più importante. Qui la pratica è tutto: non esistono manuali sulla tecnica di monta adottata dalla Scuola Spagnola. Tutto è tramandato oralmente, di generazione in generazione. L'allievo diventerà cavaliere ufficiale della Scuola solo quando avrà addestrato uno stallone da sé. E quel cavallo sarà il "suo" primo cavallo con cui condividere anni e anni di lavoro e soddisfazioni.

Foto dal sito www.lipica.org

Suite dreams


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Camera, anzi, suite con vista su scenari naturali, archeologici, urbani, che catturano con forza per bellezza e suggestione. È il massimo dei sogni a cinque stelle per i viaggiatori extra lusso: amplificare il piacere della vacanza, vivendo la destinazione nel comfort (con vista) assoluto. Dalle vette andine di Machu Picchu, in Perù, alla Giordania, da Montréal al Marocco, fino a Firenze e alla Sicilia, ecco sette suite per sette differenti viste sul mondo. Alcune in città, altre immerse in una natura spettacolare. E tutte con un unico denominatore: l'eccellenza.

Machu Picchu Sanctuary Lodge - È l’unico albergo che si affaccia sulle rovine della mitica cittadella Inca. Per la sua posizione privilegiata, a 400 metri sopra il fiume Urubamba e a 50 dalla zona archelogica, il Sanctuary Lodge offre ai suoi ospiti panorami naturali d’impareggiabile bellezza, oltre al comfort di un ambiente caldo e accogliente. Dalle due suites, che sono arredate con gusto semplice e impreziosite con tessuti e legni dell’artigianato locale, si ha la vista migliore. Che oltre alle antiche vestigia comprende gli imponenti massicci del Machu Picchu e del Huayana Picchu.
Machu Picchu Sanctuary Lodge, Machu Picchu, Cuzco, Perù
Info: www.orient-express.com


Evason Ma’In Hot Springs & Six Senses Spa - Per raggiungere questo eco-resort di classe e tradizione, ultimo gioiello nato in casa Six Senses, bisogna percorrere la biblica Strada dei Re che attraversa la Giordania da nord a sud e conduce fra le più belle valli e siti del Medio Oriente. A un’ora d’auto da Amman, l’Evason Ma’In si trova incastonato in una conca rocciosa, a 264 metri sotto il livello del mare, fra le alture desertiche che dominano il Mar Morto. Dalle due royal suite, arredate con materiali naturali, legno e pietra locale, e colori caldi dall’arancio al marrone, la vista spazia fino alle luci di Gerusalemme, oltre il Mar Morto, e sulle cascate naturali di acqua termale che zampilla calda a 45°C
Evason Ma’In Hot Springs & Six Senses Spa, Madaba, Ma'In
Info: www.sixsenses.com


Lungarno Suites - Pensate per quanti vogliono provare il piacere di avere casa con vista su Ponte Vecchio e l’Arno, a Firenze, senza però rinunciare alle comodità e ai servizi di un grande albergo a cinque stelle. Le 44 suite di cui dispone il Lungarno Suites sono un’esperienza di luce e stile, dimore eleganti aperte sulle meraviglie della città: dalla terrazza-solarium della Suite Belvedere, ad esempio, si ammirano Palazzo Pitti, Forte Belvedere e San Miniato. A richiesta, un personal chef vi prepara la cena. Lungarno Suites, Lungarno Acciaiuoli 14, Firenze
Info: www.lungarnohotels.com



Caruso Hotel - Immaginate di fare un tuffo nell’infinito, sospesi tra cielo e mare. A Ravello, incanto d’arte e slow life della costiera amalfitana, il Caruso hotel offre molto di più. Ex residenza nobiliare dell’XI secolo, nel periodo del Grand Tour ospitò il gruppo di Bloomsbury. Oggi, nell’infinity pool, incastonata tra la Rocca del Belvedere e l’antica murazione che perimetrava l’acropoli di Ravello, si nuota a 350 metri sospesi tra cielo e mare, sul golfo di Salerno. Da mozzafiato la vista che si gode dalla terrazza privata dell’Exclusive Suite, tripudio di eleganza minimal e design mediterraneo, sul golfo e la costiera, tra piante di limoni e aranci.
Hotel Caruso, Piazza San Giovanni Del Toro 2, Ravello, Salerno
Info: www.hotelcaruso.com

Verdura Golf & Spa Resort - Inaugurato da pochi mesi, il resort cinque stelle, proprietà di Sir Rocco Forte, nostro signore italo-britannico dell’hotellerie di lusso, da solo vale la destinazione. Si trova lungo le coste siciliane di Sciacca, in una zona ancora preservata dal turismo di massa e prende il nome dal vicino corso d'acqua che sfocia nel Mediterraneo. Fiore all’occhiello, i due campi da golf, uno da 18 e uno da 9 buche, disegnati dall’architetto-principe del green Kyle Phillips. Dalla Ambassador Suite, un santuario di privacy, eleganza e stile, la vista infinita spazia tra cielo e mare.
Verdura Golf & Spa Resort, Contrada Verdura, Sciacca, Agrigento
Info: www.verduraresort.com



Dar Darma - A Marrakech, in Marocco, nel cuore della Medina, a due passi dalla celebre piazza Jemaa El-Fna, cuore pulsante della città, e dalla Scuola Coranica Medersa Ben Youssef. Il tuffo in uno degli eterni rendez-vous del bel mondo può iniziare da questo elegante riad di charme. In un palazzo del XVIII secolo, la dimora privata, un’oasi di eleganza ristrutturata da poco, oltre a due appartamenti dispone di quattro lussuose suite con terrazza-solarium e vista sul patio con piscina orlata di palme o sui tetti della città moresca. Superbi gli arredi, un tripudio di preziosi tappeti, lampadari e mobili d’arredo siriani, iraniani, marocchini, dispone anche di un hammam tradizionale.
Dar Darma, 11/12, Trik (rue) Sidi Bohuarba, Marrakech
Info: www.dardarma.com

Fairmont Queen Elizabeth - La suite 1742 del lussuoso hotel di Montréal non è una stanza d'albergo qualsiasi. Quarant’anni fa fu trasformato in uno dei più importanti palcoscenici della storia della musica e del costume per avere ospitato il famoso bed-in for peace di John Lennon e Yoko Ono. Per una settimana, la mitica coppia rimase a letto per promuovere la pace contro la guerra in Vietnam. L’happening calamitò l’attenzione dei media di tutto il mondo. Ogni giorno John e Yoko dal loro letto accoglievano decine di giornalisti, fotografi e intellettuali della controcultura americana che, come Allen Ginsberg e Thimothy Leary, parteciparono alla registrazione in suite dell’inno pacifista Give peace a chance. La camera-museo oggi è fra le più richieste dell’hotel.
Fairmont Queen Elizabeth, 900 Rene Levesque Blvd. W Montreal
Info: www.fairmont.com/queenelizabeth

15 marzo 2010

Dal carbone all'arte, Ruhr capitale della cultura


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ESSEN - La chiamano la Torre Eiffel della Ruhr, l’imponente torre d’acciaio, icona del passato industriale del distretto minerario tedesco e, prima ancora, gonfalone della Zollverein: la monumentale miniera degli anni Trenta alle porte di Essen, che nel 2001 l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità. È stato inaugurato qui, con la cerimonia d’apertura intitolata "Gluck Auf" (il tradizionale saluto fra i minatori tedeschi), l’anno che vede la Ruhr capitale europea della cultura 2010. È la prima volta che questo titolo viene assegnato a un’intera regione. Fino a pochi decenni fa, il bacino metropolitano della Germania nord-occidentale era famoso per le miniere di carbone, le cokerie e le acciaierie.

Oggi, grazie a una radicale trasformazione, gasometri e siti minerari sono stati trasformati in straordinari palcoscenici culturali e centri per l’arte contemporanea che costituiscono un insolito quanto affascinante panorama in bilico tra archeologia industriale e progetti urbanistici avveniristici, firmati da archistar come Norman Foster, Herzog & de Meuron, David Chipperfield, Alvaar Alto. È di Rem Koolhaas, per esempio, il modernissimo RuhrMuseum da poco inaugurato nell’ex padiglione della Zollverein dove un tempo veniva lavato il carbone: l'ex rampa di scivolo del silos è stata trasformata da Koolhas in una spettacolare scalinata illuminata da neon color rosso incandescente, che si arrampica per oltre 30 metri e porta alla sala museale che ospita una ricca documentazione sul passato della regione. Mentre è una realtà ormai consolidata già dal 1997 il Red Dot Design Museum che Norman Foster ha ricavato nell'edificio 7 del complesso minerario, quello che un tempo ospitava la caldaia: una cattedrale dell’industria, dove il simbolo della sacralità è costituito da un'auto sospesa come un dio pagano.

Nei pressi di Essen, a Oberhausen, città gemellata con la sarda Carbonia, si può ammirare un altro esempio di spazio industriale recuperato a centro espositivo e palcoscenico per installazioni e mostre di architettura: l'ex Gasometro. Edificato nel 1929, con i suoi 170 metri di altezza e un diametro di 68, è il più grande d'Europa e ospita numerosi eventi in ambito di Ruhr 2010. Nel corso dei prossimi mesi, le 53 località prescelte della regione saranno palcoscenico per circa 2.500 eventi. Fra le capitali della cultura, Duisburg è la città con il porto fluviale interno più grande al mondo: negli ultimi anni è stato recuperato a nuova vita da Sir Norman Foster con la creazione di centri residenziali, locali, gallerie. Proprio sul water front si affaccia il Museo d'arte moderna e contemporanea Kuppersmuhle: ricavato nell'ex silos e magazzino di stoccaggio di cereali, sarà ampliato su progetto degli architetti Herzog & de Meuron.

Dj Jad: la mia Havana hip hop


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Spesso nella sua musica ricorre l'idea del viaggio, come fonte d'ispirazione e come sogno. Dj Jad porta già nel nome d'arte un qualcosa di esotico: Jad in sanscrito vuol dire "pazzo". L'ex metà degli Articolo 31, al secolo Vito Luca Perrini, classe 1966, dopo un album da solista, "Milano-New York" concepito nella metropoli americana e realizzato con collaborazioni locali, è tornato in Italia. Il suo recente cd "Il Sarto", un mix tra soul e hip hop, racconta uno spaccato del nostro Paese anche grazie a molti artisti che hanno lavorato con lui. Fra questi Cor Veleno, Amir, Ensi e Dj Enzo. Dopo quattro anni di cambiamenti artistici e privati, Dj Jad si è quindi cucito addosso un'anima musicale che lo rispecchia totalmente. Nel suo curriculum anche un'altra produzione: la doppia compilation "Back on track" del 2005, realizzata con la collaborazione di firme come Missy Elliott, The Roots, Alicia Keys e Outkast.

"Io sono uno che ha sempre voluto viaggiare, perchè si impara di più andando nei posti che dai libri, che comunque servono. Partivo dal mio quartiere periferico di Milano alla volta di Londra o Parigi. Poi con il successo degli Articolo 31 è arrivata la possibilità di esibirci all'estero. In particolare, mi è rimasto nel cuore un concerto che abbiamo fatto all'Avana a Cuba nel 1999. Ci sono tanti aneddoti legati a quel viaggio che magari un giorno scriverò in un libro. È stato meraviglioso sotto ogni aspetto. Ho scoperto un popolo splendido che non ha niente; non muoiono di fame, ma non se la passano decisamente al meglio ed è comunque sempre allegro e sorridente. Ho cercato di capire questa loro caratteristica e ho scoperto che sta nel fatto che non conoscono né invidia né astio, sono sempre pronti ad aiutarsi tra loro, hanno una mentalità diversa dalla nostra che li porta a stare bene con sé stessi. Noi abbiamo fatto vita da turista: sei ai Caraibi non puoi non andare al mare. Dopo un tuffo in acqua, mi sono ritrovato circondato da belle ragazze, un paradiso per un uomo. Ma io, che sono un tipo fedelissimo, mi ero portato dietro la mia fidanzata di allora. Ovviamente abbiamo mangiato tantissimo pollo e aragoste, che però devo dire sono piene di carne ma poco saporite. Eravamo ospiti dell'Avana Libre, l'hotel che un tempo era il punto d'incontro degli americani.

Ho conosciuto il dj della discoteca che c'è al piano di sopra: gli ho regalato le mie cuffie e alcuni strumenti di lavoro, si è commosso, si è messo a piangere e io mi porto ancora nel cuore il suo sorriso che arriva oltre le orecchie. Abbiamo anche visitato una scuola di musica: era strano vedere questi ragazzi suonare in un posto senza porte e finestre, chi cantava, chi suonava le percussioni in un angolo, chi era chino sul pianoforte nel corridoio. Siamo anche stati ospiti della televisione cubana, ci siamo ritrovati in uno studio stile "Happy Days", molto colorato. Loro sono rimasti fermi agli anni Cinquanta, ma sta anche qui il fascino dell'isola. L'Havana è una città consumata, era la Las Vegas degli anni Trenta, qui venivano tutti i gangster dell'epoca come Al Capone, poi c'è stato l'embargo e tutto è cambiato. Ricordo che c'era molta attesa per il nostro concerto, avremmo dovuto suonare alle 10 in piazza Camilo Cienfuegos. Alle 8 avevo appuntamento con una persona che conoscevo e questo mi accompagna nel ghetto: povertà e miseria, case senza porte, gente 'tamarra'. Ma io non ho avuto paura, ero rilassato, anche se vestito propriamente da turista con i bermuda e il cappellino. Sentivo una vibrazione positiva, siamo stati a bere in una casa e all'improvviso mi sono reso conto che erano già le nove, avrei dovuto essere nel backstage del concerto.

Di corsa, sono arrivato in piazza e ho trovato i miei collaboratori preoccupati per me, me ne hanno dette di ogni. Ma la cosa strana era che nella piazza non c'era nessuno, era vuota e deserta. Ho chiesto a un custode, mi ha risposto che era l'ora della telenovela preferita e più famosa di Cuba. Così siamo tornati in hotel e abbiamo bevuto una dietro l'altra una serie di piña colada con il cocco fresco: e pensare che ora sono astemio! Alla fine, al momento di salire sul palco, c'è stata una sopresa: in piazza c'era una marea di gente, noi eravamo quasi ubriachi e sul palco abbiamo fatto di tutto, improvvisando parecchio. È stato un delirio. Un concerto strepitoso che mi è rimasto nel cuore, anche se la mia città preferita resta New York. Ci vado spesso, anche due volte l'anno, ci ho vissuto e lavorato, mi ha arricchito professionalmente e umanamente più del successo che ho avuto in Italia. Adoro New York perchè è il centro del mondo, un miscuglio di razze ed energie che trasmette emozioni inimitabili".

24 febbraio 2010

Cinque domande a...Noemi


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È stata una delle rivelazioni musicali del 2009. Noemi, vero nome Veronica Scopelliti, romana, è stata lanciata da "X Factor 2": dopo il talent show è stato un susseguirsi di successi per lei. Ha pubbicato un ep e un album, è arrivata prima in classifica, ha vinto un disco d'oro e uno di platino in pochi mesi e si presenta tra i big al Festival di Sanremo 2010. Noemi ha iniziato con la musica a sette anni, prendendo lezioni di piano e facendo parte del coro scolastico, ha continuato da grande facendo la corista in spettacoli teatrali e cantando in gruppi rock. I suoi demo hanno partecipato a parecchi concorsi, compreso SanremoLab, e nell'autunno 2008 è entrata ad "X Factor 2" nella categoria +25 seguita da Morgan. Una volta finito il programma, ha pubblicato "Noemi", un ep con cover e il singolo "Briciole", che è diventato una hit estiva. Ha preso parte al concerto benefico "Amiche per l'Abruzzo" e nell'ottobre 2009 ha realizzato il primo cd di inediti, "Sulla mia pelle" , il cui singolo, "L'amore si odia", è un duetto con Fiorella Mannoia che arriva altissimo in qualsiasi classifica. Ha scelto come nome d'arte Noemi perchè la madre avrebbe voluto chiamarla così alla nascita, è laureata con 110 e lode in Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo. In passato per mantenersi ha fatto anche la barista e la cameriera. Oggi al Festival di Sanremo presenta "Per tutta la vita".

Come si prepara per un viaggio?
Sono una persona abbastanza pigra, quindi per un viaggio non mi preparo mai con largo anticipo. Sicuramente però l'entusiasmo per le novità che potrei incontrare è un ingrediente importante nelle 24 ore che precedono la partenza. Visito inoltre molti siti internet dove si parla della mia destinazione, compro guide e cerco di informarmi sulla lingua. Sapersi esprimere all'estero è molto importante. Ma non cado negli stress pre-partenza, non è nella mia indole!

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Non dimentico mai un buon libro e il pc con connessione wireless.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Il primo viaggio a Londra da sola con mia sorella Arianna. Ci siamo divertite da matti e Camden Town è stata una vera e propria scoperta!!

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
"Bitter sweet symphony" dei Verve oppure gli Oasis. Aggiungerei anche i Beatles, so di cadere nell'ovvio ma sono irrinunciabili.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
In Inghilterra il cibo non è il massimo! Sicuramente la pasta scotta è un classico da provare.

Foto di Alessia Laudoni per no logo

11 febbraio 2010

Cinque domande a... Enrico Brignano


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Enrico Brignano, nato a Roma nel 1966, si forma all'Accademia per giovani comici di Gigi Proietti. Il debutto nello spettacolo avviene nel ruolo di barzellettiere nella prima edizione del programma "La sai l'ultima?" su Canale 5. Entra poi nel cast della serie tv "Un medico in famiglia" dove dal 1998 al 2000 impersona il ruolo di Giacinto. Dal 2000 passa stabilmente al teatro e al cabaret, anche se nel 2007 si rivede in televisione con la conduzione su Rai Due del quiz "Pyramid", con Debora Salvalaggio e soprattutto in "Zelig". Fra gli ultimi spettacoli teatrali figurano "Brignano, con la O", "A sproposito di noi" del 2008 e "Le parole che non vi ho detto" del 2009. Negli stessi anni recita nei film "Un’estate al mare" e "Un’estate ai Caraibi" diretto da Carlo Vanzina.


Come si prepara per un viaggio?
Mi preparo psicologicamente cercando di informarmi sul luogo tramite internet, leggendo i resoconti di chi è già stato nel posto dove voglio andare e anche su cosa - eventualmente - si rischia. Di solito scelgo mete piuttosto comode, ma voglio che siano anche suggestive. Nel viaggio deve esserci un po' di scoperta.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
I soldi. Più contanti che carte di credito, visto che queste te le possono sempre clonare. Poi i contanti li divido fra vari posti strategici per averne solo una piccola quantità a portata di mano. Inoltre non manca mai un buon libro oppure una sceneggiatura. Leggere in viaggio è un'esperienza bellissima. Una volta ad esempio ero alle Maldive e mi ero portato una biografia di Mastroianni. Finito il libro, un'altra ospite italiana dell’albergo mi lasciò "Gomorra" di Roberto Saviano che aveva appena terminato di leggere. L'ho divorato in due giorni. E poi non manca mai un piccolo vocabolario della lingua del posto.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
I primi viaggi che ho fatto da giovane, quelli che definisco "della speranza". In Sardegna con i traghetti Tirrenia ad esempio: otto ore di nave più quattro di auto dormendo sul ponte col sacco a pelo. Avevo 19 anni e partivo da Roma con gli amici. Divertimento a go-go.

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
Per quel periodo in particolare tutta la vecchia produzione di Antonello Venditti. Ai viaggi di adesso associo di più un disco di Michael Bublé.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
Una volta per aver perso una scommessa mi è toccato mangiare un insetto enorme sull’isola di Mauritius. Non so nemmeno cosa fosse, sembrava un gigantesco scarafaggio.

10 febbraio 2010

I monumenti più strani del mondo


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Sono strani, questo sì. A volte colorati, a volte dissacranti, colpiscono non solo per la forma bizzarra, ma spesso per il loro significato o perché vengono da epoche da cui non ti aspetteresti strappi nella rappresentazione di qualcosa di pubblico. In una parola sono i monumenti, quelli che compaiono in strade, piazze o musei di tutto il mondo. C'è il condottiero famoso irriso con un copricapo ridicolo, quello in sella a un cavallo morto appeso per le zampe e quello alto come un palazzo di 15 piani. Ma c'è anche l'ammonimento, il messaggio terribile e raccapricciante di statue che divorano i bambini. In Europa e nel mondo sono oggi curiosità fotografate dai turisti e un messaggio in più che giunge dalla cultura che li ospita e che li ha generati. Di seguito una carrellata, davvero mondiale, dei più significativi.


Manneken-Pis, la statua del bambino che fa pipì - Bruxelles, Belgio
Si trova nel centro storico di Bruxelles, all'incrocio tra Rue de l'Étuve e Rue du Chêne, vicino alla Grande Place, ed è il simbolo della città. Il Manneken-Pis è una statua in bronzo, alta una cinquantina di centimetri, simbolo dell'indipendenza di spirito degli abitanti della città belga. La fontana rappresenta un piccolo ragazzo che sta orinando. Le parole "Manneken Pis" significano appunto il ragazzetto che fa pipì. L'origine non è accertata, ma sono numerose le leggende che circolano sulla figura che la statua rappresenta. Fra la tante, una racconta che durante un assedio un bambino avrebbe salvato la città spegnendo la miccia di una bomba con la pipì. Un'altra, narra di un bambino perso che sarebbe stato trovato da suo padre, ricco borghese, nella posizione che lo raffigura nella statua. È tradizione offrire al Manneken-Pis degli abiti in occasioni speciali, in particolare per onorare una professione (o la squadra di calcio locale, l'Anderlecht, come nella foto). Il guardaroba attuale comprende più di seicento costumi.


La Fontana di Calder Mercury - Barcellona, Spagna
Opera dello scultore americano Alexander Calder, la fontana, eretta nel 1937, è un tributo all'antifascismo. La particolarità di questa opera d'arte è che si tratta di una fontana al mercurio, elemento notoriamente velenoso. Ospitata nella Fondazione Mirò, della quale rappresenta una delle principali attrazioni, la fontana fu realizzata per il Padiglione della Repubblica Spagnola, all’interno dell’Esposizione Internazionale di Parigi, con mercurio proveniente dalle miniere di Almadén. La scultura si erge nel giardino ed è costruita in ferro e alluminio: il liquido tossico si dirama attraverso un canale che emerge in una fontana 'mortale' di forma circolare, all'interno di un padiglione adiacente alla scultura.


La Galleria sottomarina - Grenada
Si tratta di una serie di sculture sommerse nella acque basse dell'isola di Grenada, nei Caraibi. La particolarità è che l'insieme di opere è accessibile solo ai sommozzatori, sebbene - a dire il vero - le statue possano essere viste anche attraverso i vetri posti sul fondo delle barche turistiche. Il creatore di questa opera, che rappresenta una serie di figure umane in varie posizioni e raggruppamenti, è lo scultore Jason de Caires Taylor. Oltre a essere il primo parco di sculture sottomarine del mondo, la galleria subacquea di Grenada è anche una barriera artificiale per promuovere la conservazione di questo tipo di ambiente.



La statua del Duca di Wellington - Glasgow, Scozia
Arthur Wellesley, duca di Wellington, fu il comandante delle forze britanniche che sconfissero Napoleone nella battaglia di Waterloo. La famosa statua che lo raffigura esiste dal 1844, e si trova nella Queen's Street a Glasgow, in Scozia. Fin qui nulla di strano: semplicemente un'opera d'arte costruita per celebrare un grande condottiero. Tuttavia, negli ultimi vent'anni, la statua è diventata una calamita per i burloni, che la scalano e la coprono di... coni stradali! Gli abitanti affermano che i coni sono ormai diventati parte integrante della statua, così come dell'identità della città. Alcuni ritengono che il fatto, già assunto a tradizione, abbia a che vedere con lo spirito irriverente del popolo scozzese, che si prende gioco in questo modo dell'autorità - specialmente in questo caso, trattandosi di un militare inglese: molti scozzesi ritengono infatti che il loro paese sia 'occupato' dagli inglesi.

La statua di Gengis Khan a cavallo - Tsonjin Boldog, Mongolia
Genghis Khan (1162-1227), il cui nome significa "Signore di tutta la Terra", fu un conquistatore e un imperatore mongolo. La statua in questione, alta più di 40 metri e realizzata con oltre 250 tonnellate di acciaio, lo raffigura a cavallo. Situata a un'ora di macchina dalla capitale Ulan Bator, è stata inaugurata nel 2008. Si tratta senza dubbio della statua a tema equestre più grande del mondo: i visitatori possono prendere un ascensore per raggiungere la terrazza panoramica, situata sulla testa del cavallo, dalla quale ammirare la vastità della steppa mongola. L'opera fa parte di un parco tematico progettato con le comunità nomadi (?), fornito di ristoranti che servono carne di cavallo.



La Fontana Kindlifresser - Berna, Svizzera
Nonostante le molte leggende, non si conoscono con esattezza i significati di questa statua. La fonte, datata anno 1546, rappresenta la figura di un uomo vestito di rosso e verde, intento a mangiare la testa di un bambino. Nel suo sacco, altri piccoli aspettano il tetro destino. Alcuni ipotizzano che la statua servì come allerta alla comunità giudaica di Berna, forse per il cappello indossato dall'uomo, riferimento ai giudei. Altri sostengono che la figura rappresenti il titano Cronos della mitologia greca, che mangiò i suoi figli per impedire loro di usurpare il trono. L'ipotesi più probabile, però, è che la fontana sia stata eretta come una specie di 'uomo nero', per ricordare ai bambini della città di comportarsi bene. Non lascia dubbi il nome: Kindlifresser, in dialetto bernese, significa "divoratore di bambini".

Le Georgia Guidestones - Elberton, Georgia, Usa
Il monumento è considerato come un insieme di istruzioni per la ricostruzione della civiltà dopo l'apocalisse. Progettate e ordinate da un gruppo anonimo, le pietre-guida della Georgia sono composte da cinque lastre di granito alte quasi cinque metri, disposte a forma di stella. Il monumento funziona come bussola, calendario e orologio. Alcuni cristiani locali considerano le lastre come una creazione dei Dieci Comandamenti dell'Anticristo, data la loro natura inquietante. Tra gli ammiratori celebri dell'opera, si conta anche Yoko Ono.




La statua di San Venceslao su un cavallo morto - Praga, Repubblica Ceca
Svatý Václav, o San Venceslao, è conosciuto come il patrono della regione della Boemia, nella Repubblica Ceca. La statua lo raffigura montato su un cavallo morto, appeso per le zampe e con la testa penzolante. L'autore di questa scultura, David Cerny, nato nel 1967, ha voluto fare una parodia della statua originale, situata di fronte al Museo Nazionale di Praga, che raffigura - questa sì - il santo in sella a un cavallo. Per più di cento anni la statua originale è stata fonte di orgoglio nazionale per i cechi, anche durante gli anni bui del regime comunista. Con questa parodia, appesa nel Palazzo di Lucerna, sempre nella capitale ceca, la figura di San Venceslao ha acquisito un risvolto umoristico irriverente.


Il carrarmato rosa - Praga, Repubblica Ceca
Ancora un dono dall'est e dalla mente di David Cerny. Il tank in questione era stato piazzato dai sovietici in una piazza di Praga alla fine della Seconda guerra mondiale per commemorare il sacrificio dell'Armata rossa nella liberazione della Cecoslovacchia dal nazismo. Col tempo e con le mutate vicende politiche era però diventato un dono un po' ingombrante, tanto che nel 1991, l'artista, in un blitz notturno, lo dipinse tutto di rosa come una caramella. La reazione dell'esercito fu immediata e il carrarmato riacquistò il suo originale verde oliva già dal giorno dopo. Ma ecco il colpo di scena: a distanza di pochi giorni furono addirittura i deputati del Parlamento cecoslovacco che, armati di secchi e pennelli, ridiedero al veicolo il gentil colore. In seguito il carro fu spostato dal piedistallo di pietra alto cinque metri su cui faceva bella mostra di sé nel centro della capitale e portato al museo dell'aviazione, dove si può tuttora ammirare.

21 gennaio 2010

I viaggi di Luca Jurman


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Arrangiatore e interprete dei venti brani contenuti nell’album "Live in Blue Note Milano" dal 4 dicembre in tutti i negozi, Luca Jurman ha fatto sold out nel jazz club milanese. L'artista è anche l’inventore del Vocal Classic, innovativo metodo di insegnamento di canto che sarà pubblicato entro l’anno. Inizialmente affermatosi come vocalist di artisti nazionali e internazionali, nel 2001 Jurman diventa direttore e arrangiatore musicale del tour mondiale di Laura Pausini, ricevendo la nomination ai Latin Grammy Awards 2002 per la produzione vocale nel disco antologico "The best of Laura Pausini". La sua carriera si evidenzia anche nel settore pubblicitario come autore e interprete di oltre 300 jingles, nel teatro, dove ha curato la direzione musicale del musical "Grease" con Lorella Cuccarini, in qualità di supervisore artistico insieme ad Arturo Brachetti del musical "Peter Pan", di Maurizio Colombi e come attore nel film "Ricordati di me" di Gabriele Muccino. Ma la sua vera passione resterà sempre la musica, tanto che, dopo il primo lavoro di sole cover arrangiate in chiave soul pubblicato nel 2004, esce nel 2008 con l’album "Back to" che ne evidenzia la spiccata predilezione verso il genere R&B, soul e motown. Nel dicembre 2009 esce il terzo doppio cd live le cui venti tracce sono state registrate nel tempio milanese del jazz e pubblicate da Nar International. Latitudine X lo ha incontrato direttamente al Blue Note.

Come si prepara mentalmente un musicista quando deve intraprendere un viaggio?
Ho sempre una valigia pronta da sdoganare in un altro territorio, ma, se non si tratta di un viaggio di puro piacere, la scelta cade d’inverno in una località sciistica e d'estate in una località marittima, dove comunque posso sempre dedicarmi ad attività come lo snorkeling o il nuoto. Mentalmente mi preparo al riposo mentale più totale, prediligendo mete turistiche e poco frequentate perché desidero vivere il viaggio come un momento di stacco dal mio lavoro, che comporta sempre un’intensa attività sociale.

Hai scelto una meta di viaggio dedicata alla musica?
Ho scelto la Cina, molti anni fa non tanto per apprendere un nuovo territorio musicale ma per superare impatti emotivi ed emozionali. Volevo provare a vivere un'esperienza completamente in solitudine. Ho fatto tutto il percorso della Muraglia Cinese. Cercavo la mia essenza e i profumi della vita. È chiaro che da quel viaggio ne è scaturita anche un'esperienza che poi ho applicato alla musica. Ma si è trattato comunque di un percorso interiore. Come confronto musicale per ascoltare e conoscere una diversa realtà musicale ho scelto invece New York.

Cosa non dimentichi di mettere nella valigia?
Il computer. Dentro c'è la mia vita, artistica e personale.

Un musicista può trovare fonti di ispirazione viaggiando?
Assolutamente sì. Una delle più forti fonti ispirazioni per la mia creatività è la natura e le sensazioni che da questa scaturiscono. Sono necessari degli stimoli esterni per poter vivere queste emozioni e trasformarle in musica. Il viaggio ti porta sempre alla creazione di un qualcosa di nuovo.

19 gennaio 2010

Il Partenone


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Mary Beard - Laterza, Bari 2006 - pp. 197

L’abbiamo visto per anni sui libri di scuola, studiato come esempio eccellente di tempio della Grecia del V secolo. L’abbiamo visitato sfidando il caldo e l’irregolarità dei gradini dell’acropoli e ci siamo fatti fotografare insieme a lui, proprio come tutti i turisti del mondo. Ma cosa ricordiamo del Partenone? Per rispolverare vecchie nozioni e incamerarne tantissime nuove si consiglia la lettura di quest’opera di Mary Beard, docente universitaria di Storia antica dell’Università di Cambridge e autrice di vari testi sulla cultura classica. Per quanto i titoli della studiosa siano particolarmente altisonanti e la trattazione notevolmente approfondita, il libro si presenta come lettura piacevole e accessibile a tutti, merito soprattutto del linguaggio semplice, condito, in molti casi, con una buona dose di ironia.

Nel volume viene ripercorsa tutta la storia di questo patrimonio dell’umanità, dalla fase del suo progetto a opera di Fidia su indicazioni di Pericle ("se dovessimo dar retta a Plutarco, Fidia starebbe a Michelangelo come Pericle al papa Giulio II"), fino all’ultimo, eterno, restauro, iniziato nel 1983. In questo arco temporale lunghissimo, il Partenone è stato adibito a tesoreria durante la guerra con i Persiani (479 c. C.), convertito in chiesa (Nostra Signora di Atene, 450), in moschea (1460), usato come deposito di munizioni dei turchi ottomani in guerra contro Venezia (1687) e, per questa ragione, bersaglio di rovinose cannonate. Quindi è stato privato di un numero impressionante di sculture (1799-1803), è stato smembrato, spogliato, ricostruito (inizio del XX Secolo) e demolito (1844).

La storia di Atene è stata da sempre molto movimentata. Tuttavia, nonostante il Partenone ne sia stato sin dall’inizio al centro dell’attenzione, ancora oggi permangono dubbi sulla sua funzione originaria, sull’interpretazione del fregio, sulla disposizione delle sculture nel frontone e sul fatto se sia stata la vergine (parthenos) Atena a dare l’appellativo a tempio, o il tempio alla dea. Il libro affronta anche l’antica e nota controversia tra il British Museum, che conserva gran parte dei marmi del Partenone e la Grecia, che li rivorrebbe a casa. Ma la particolarità del volume, l’ingrediente che lo differenzia dai numerosi altri sull’argomento, è l’indagine sulla ricezione del tempio nel mondo moderno e contemporaneo, che ci fa scoprire come, mentre Virginia Woolf, di fronte alla grandiosità del monumento si sentì quasi mancare, Winston Churchill "avrebbe desiderato vedere qualche colonna in più rimessa in piedi".

Palladio


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James S. Ackerman - Einaudi, Torino 1998 (I ediz.1966) - pp. 98

Considerata la monografia per eccellenza su Palladio (1508-1580), l’opera di Ackerman, agile (nemmeno 100 pagine), ma allo stesso tempo completa, è un vademecum prezioso. Prezioso non solo per gli specialisti del settore, ma anche per chi, in procinto di partire per o di ritorno da un viaggio a Venezia, Verona, Vicenza, Padova e l’area del Brenta, desideri conoscere meglio colui che, da più di cinque secoli, in quelle zone ha lasciato tracce tanto profonde da esserne diventato una sorta di sinonimo. Il testo, seguito da un corposo apparato fotografico, cui l’autore rimanda costantemente, è diviso in cinque parti: una parte biografica, che illustra le vicende che portarono il giovane Palladio dalla bottega di un lapicida di provincia fino ai circoli più esclusivi della Vicenza umanistica.

Seguono tre parti dedicate rispettivamente alle tipologie architettoniche che il maestro realizzò (ville, edifici pubblici e palazzi, architettura religiosa), e una finale in cui, riferendosi ai progetti realizzati e a quelli contenuti nei palladiani "Quattro libri dell’architettura", Ackerman spiega i principi architettonici del maestro. Quegli stessi principi che resero Palladio famoso, richiesto, immediatamente riconoscibile e presto imitato. Anche se mai eguagliato. Indubbiamente influenzato dallo stile del Bramante, dall’ordine rustico di Giulio Romano, da quello gigante di Michelangelo, forte dello studio di Vitruvio e intriso di suggestioni padane e lagunari, Palladio seppe creare uno stile nuovo allo stesso tempo antico, funzionale, ma anche armonioso. In una parola sola: originale ("il fatto di risiedere a Venezia non lo rese più veneziano; fu invece Venezia a diventare più palladiana").

L’acclamato architetto di Villa Barbaro (Maser), della Rotonda (Vicenza) e della serenissima chiesa di San Giorgio Maggiore ebbe anche lui una croce e delizia: il Palazzo della Ragione (o Basilica) di Vicenza, il cui ampliamento e consolidamento gli procurarono sì un successo improvviso e una pioggia di commissioni di palazzi, ma anche grattacapi e lungaggini che si protrassero ben oltre l’anno della morte del maestro. La frase: "L’armonia di Palladio fu soltanto un geniale prodotto dell’Umanesimo, che un architetto di grande sensibilità seppe usare con incomparabile efficacia; per il fatto di essere stata accettata da tante generazioni successive, quest’armonia ha assunto nella pratica dell’architettura un ruolo che appare ormai insostituibile".

Intorno ai sette colli


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Julien Gracq - Mattioli 1885, Fidenza 2009 - pp.137

Nel 1976, all’età di sessantasei anni, Julien Gracq (1910-2007) decise che era giunto il momento di visitare Roma. Da uomo di Lettere, il viaggio nella Città Eterna era per Louis Poirier (questo il suo vero nome) carico di aspettative. E, si sa, quando le aspettative sono tante, è raro che non si rimanga almeno un po' delusi. "Intorno ai sette colli" è un’opera sulla disillusione, sulla sottile malinconia che sopraggiunge quando si scopre un luogo diverso da come lo si era immaginato. Un sentimento che, nel caso dell’autore, rimase inalterato per tutti e dodici gli anni in cui questo diario di viaggio decantò in un cassetto prima di raggiungere la scrivania dell'editore, nel 1988. La lettura del volume è decisamente sorprendente. Un po' dispiace, è innegabile, constatare come la bellezza di Roma non abbia entusiasmato un animo sensibile come il suo, o leggere della marginalità e della timidezza provinciale dell’Eterna, eppure è difficile non amare questo libro.

E impossibile non sorprendersi di fronte alle sue metafore e confronti inediti, capaci di mostrarci Roma come non l’abbiamo mai vista. Più che descrivere la città, Gracq ha disegnato dei veri e propri quadri onirici, in cui il Colosseo non è tanto una rovina, quanto "un fossile monumentale smisurato" e nei quali "San Pietro è un colosso dalle spalle strette". Immancabili sono i paragoni con le bellezze di Francia, dai quali Roma esce quasi sempre perdente. Sebbene infatti la Colonna Traiana sia più nobile della colonna di Place Vendôme, via Margutta non fa pensare al Montparnasse di Picasso o di Pascin "ma ai versanti posteriori di qualche sobborgo Saint-Germain un po' sciupato" e Piazza di Spagna a un abbozzo in piccolo delle scalinate di Montmartre e della folla a passeggio per la Place du Tertre.

Parole non meno acide spettano al Tevere, che non merita neanche di essere chiamato fiume; al Vittoriano ("torta a più piani del re baffuto") e alla Piazza del Campidoglio, "fiera ma sfortunatamente avvilita dalla statua equestre priva di grandeur di Marc’Aurelio che cavalca a pelo come il garzone di un mugnaio". Fortunatamente, in questa città, "in cui tutto si accatasta, s’incastra e si contamina" qualcosa si salva: l’Aventino con la chiesa dei Cavalieri di Malta, le pose baudeleriane dei gatti sui tronchi delle colonne dei Fori e la superba Piazza Navona, il cui splendore riesce a fargli scrivere un appassionato: "mi estasiava sia caderci dentro quando non la stavo cercando, sia smarrirmi tutte le volte che vi avevo un appuntamento".

12 gennaio 2010

Cinque domande a...Enrico Vanzina


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Enrico Vanzina, classe 1949, forma col fratello Carlo un’inossidabile coppia di registi e sceneggiatori. I primi passi dietro la macchina da presa li ha mossi come aiutante del padre Stefano, meglio noto come Steno. Nel 1976 ha iniziato la carriera di sceneggiatore che lo ha portato a firmare più di ottanta film con molti dei più famosi registi italiani, fra i quali Dino e Marco Risi, Alberto Lattuada, Mario Monicelli e Nanni Loy. Insieme a Carlo ha realizzato alcuni dei maggiori successi degli anni Ottanta e Novanta, lavorando con un grandissimo numero di attori italiani, tutti molto quotati. Nel corso del 2009 ha firmato la sceneggiatura del film "Un'estate ai Caraibi", sempre insieme al fratello, che invece ne ha curato la regia.



Come si prepara per un viaggio?
In realtà non mi preparo mai, amo i viaggi casuali. A meno che non si tratti di lavoro, i miei viaggi veri sono last minute della mia coscienza. Non viaggio mai d’estate perché in questa stagione di solito lavoro, ma negli altri periodi sì e a volte sono capace di dire a mia moglie il venerdì: "Fai la valigia, si parte per il weekend". Il viaggio mi allunga la vita e per quando sarò più anziano voglio più bandierine piantate sulla mia mappa.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Per anni mi sono portato di tutto, all’insegna del "non si sa mai". Poi ho imparato il piacere di viaggiare leggerissimo.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Il primo viaggio fatto dopo l’esame di maturità. Avevo diciotto anni ed era un coast-to-coast negli Stati Uniti. Me lo regalò mio padre, per me allora una traversata mitica.

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
Sicuramente Bob Dylan. Qualsiasi cosa.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
È stato un trauma, ma in realtà e per fortuna non l’ho assaggiato. Mi trovavo a Hong Kong, dove mio padre stava girando con Bud Spencer un film su Piedone. Noi tre fummo invitati a pranzo da alcuni produttori locali. E la prima portata che ci servirono fu una testa di scimmia col cranio scoperchiato e il cervello da mangiare così, ancora al suo posto. Proprio come nel film di Indiana Jones. Scappammo!

8 gennaio 2010

Cinque domande a... Luca Toni


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Luca Toni, campione del mondo e centravanti della nazionale italiana, ha esordito in serie A nel 2000 con il Vicenza, passando poi al Brescia, dove ha giocato al fianco di Roberto Baggio. Nel 2003 si è trasferito a Palermo per mettere a segno 30 gol in 45 gare. Nel 2005 con grande amarezza dei tifosi rosanero ha lasciato la Sicilia per approdare a Firenze. Dopo aver vinto la Coppa del Mondo nel 2006 è stato ingaggiato dal Bayern di Monaco e in Germania ha conquistato la folla diventanto in breve tempo capocannoniere della Bundesliga 2007/2008. È di pochi giorni fa il grande rientro in Italia: nel prosieguo del campionato 2009/2010 il bomber vestirà la maglia della Roma.


Il viaggio più bello che ha fatto?
Tra i tanti viaggi che ho fatto, anche e soprattutto con la squadra e la Nazionale, direi che le Maldive sono un posto davvero speciale per me. Forse perché mi piacciono gli sport acquatici, diving, nuoto e lì è un paradiso. Il mare è meraviglioso, mi comunica una grande sensazione di quiete e di distensione.

Che cosa le hanno lasciato questi luoghi?
Una profonda sensazione di pace. Di solito arrivo alla fine della stagione sempre molto stanco, gli impegni tra coppe, campionato e Nazionale sono sempre molto intensi, stressanti e quello che cerco è la calma, il silenzio, la tranquillità e le Maldive mi comunicano proprio questo: relax.

Il cibo più strano o particolare che ha mangiato?
Sicuramente avrò mangiato cose particolari, soprattutto in Giappone, magari pesci che noi in Europa non conosciamo. Comunque erano molto buoni. Ma se ho mangiato cibi strani preferisco non sapere cosa fossero.

Se dovesse stilare una colonna sonora del posto che l'ha colpita di più, che musica sceglierebbe?
Di solito carico il mio iPod con tutte le canzoni che mi piacciono, quindi non c’è una colonna sonora specifica. Mi piace ascoltare Nek, Ligabue, Vasco, e poi dipende sempre dai momenti, dagli stati d’animo. Ad esempio uno degli artisti stranieri che adoro è Bruce Springsteen.

L'albergo più accogliente dove ha dormito o quello che le è rimasto più impresso?
Devo dire che ho sempre avuto la fortuna di dormire in grandi alberghi, visto il lavoro che faccio, tuttavia ricordo una vacanza in Thailandia. Non ne ricordo il nome, ma l’albergo era di una bellezza incredibile.

Foto C. Mangiarotti per Gossipnews.it

11 dicembre 2009

Cinque domande a ... Max Giusti


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Conduttore, attore, imitatore, Max Giusti entra nelle case degli italiani tutti i giorni. Durante la settimana con "Affari tuoi", il gioco dei pacchi di RaiUno, e il sabato sera, in versione lustrini e smoking, con "Affari tuoi Speciale Due La Lotteria", il programma abbinato alla Lotteria Italia. Per questo, il simpatico Max ha abbandonato le fiction come "Distretto di polizia" e si è dedicato completamente alla carriera di presentatore. Riguardo il suo primo affacciarsi allo show-biz, egli stesso ha dichiarato che: "La mia carriera di attore ha visto l'alba mentre facevo l'alba all'ex Fellini, un locale del quartiere Testaccio che oggi si chiama Mastroianni. Piacqui e mi proposero di entrare nella compagnia del locale".

Come si prepara per un viaggio?
La prima cosa che faccio è sistemare la mia bella sacchetta delle medicine. Senza non vado da nessuna parte! E poi preparo parecchi soldi: non sono un tipo telematico, non amo le carte di credito, non le userò mai via internet, preferisco i cari vecchi contanti.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Le medicine, ovviamente. In Sudafrica, ad esempio, avevo più repellenti io di chi va in missione. E poi non dimentico mai un paio di scarpe comode.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Proprio il Sudafrica. Ci sono stato recentemente, in viaggio di nozze. E' un posto fantastico e spero che non cambi. Ho voglia già di tornare a visitarlo.

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
Sicuramente quella africana. Miriam Makeba, ad esempio, era nel mio iPod quando sono partito.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
Gli spaghetti! Sì, proprio la pasta. Vuoi mettere... così morbidi... che non ti rompono i denti! Ho mangiato anche carne di gnu: non è male.

18 novembre 2009

Cinque domande a... Senit


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Bolognese di origine eritrea, Senhit Zadik Zadik, in arte solo Senit, è grafico pubblicitario e calciatrice dilettante, ma ha messo tutto in secondo piano per seguire la sua passione per la musica. E' stata protagonista in musical di successo come "Il re Leone", è prodotta dalla celebre azienda delle figurine Panini, ha collaborato con gli Stadio e ha accumulato esperienze lavorative in tutta Europa. Recentemente ha pubblicato il suo terzo cd, "So High".



Come si prepara a un viaggio?
Normalmente NON mi preparo veramente a un viaggio. Tutto dentro di me nasce da una sensazione, da una curiosità di partire alla scoperta di qualcosa di nuovo. La scelta di una meta stravagante di solito nasce dalla mia pura follia... dall'istinto irrazionale. Altre volte invece il tutto nasce dalla curiosità, perchè la meta mi sembra accattivante e non vedo l'ora di scoprire cosa troverò una volta arrivata.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Di solito in valigia metto perlopiù poche cose, l'indispensabile e non posso assultamente dimenticare due cose...l'ipod e un buon libro, il resto mi piace acquistarlo in loco.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Non c'è un viaggio che conservi nel cuore come il più bello di tutti... sono stati tutti belli, stimolanti e pieni di sensazioni. Devo dire comunque che a rendere speciale un viaggio per me è soprattutto la compagnia e non solo la meta, è l'insieme delle due componenti a rendere un viaggio un'esperienza, un'avventura. Onestamente comunque mi reputo fortunata, ho visto posti davvero da favola fino ad ora!

La musica che metterebbe nel suo iPod per rivivere le emozioni di quel viaggio?
Non essendoci un viaggio che eleggerei il migliore della mia vita, non c'è nemmeno una musica in particolare che preferisco sulle altre per rievocarne i ricordi. Certi brani che porto con me spesso mi ricordano vari mometi della mia vita e varie esperienze comprese magari anche alcune fatte durante i miei vaggi, ma non posso proprio dire di avere una colonna sonora diversa per ogni viaggio.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
Visto che sono davvero onnivora ho assaggiato di tutto in tutti i paesi che ho visitato! Il cibo più "strano"che ho mangiato comunque è senz'altro quello assaggiato a Marrakech, in Marocco. Strano ma buono!!

Destinazioni fredde


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L’autunno si preannuncia freddo in casa Lonely Planet. Di un freddo polare. Tra le guide in programma tra ottobre e novembre 2009 spiccano, infatti, quelle dedicate ad alcuni tra i luoghi più freddi e affascinanti del Pianeta: Alaska, (prima edizione), Finlandia, Svezia Estonia, Lettonia, Lituania e i Paesi attraversati dalla Transiberiana. Come da tradizione di Lonely Planet, di cui la casa editrice torinese EDT è il principale partner mondiale, le guide delle destinazioni fredde si distinguono per la quantità e l’accuratezza delle indicazioni e dei consigli forniti, grazie ai quali, nel caso dell’Alaska, risulterà semplicissimo prenotare una crociera per ammirare da vicino lo spettacolo dei ghiacciai che si spaccano.

Per quanto impressionante, non sarà quella l’unica esperienza capace di far venire la pelle d’oca. A coloro che si avventureranno a Barrow, nell’estremo Nord dello Stato più a Nord degli Stati Uniti, non sarà difficile imbattersi nei cartelli “Pericolo: Orsi Polari !”, se non negli orsi polari “in persona”. Suggestioni diverse, ma forti allo stesso modo, proverà chi sceglierà una guida Lonely Planet per visitare la Scandinavia. Ammirata l’aurora boreale in Lapponia, appuntamento naturale imperdibile per quanti decidano di iniziare dalla Finlandia, è d’obbligo una visita attenta e curiosa ad Helsinki, e al suo “design district”, il centralissimo quadrilatero costantemente all’avanguardia in fatto di moda e design.

Corrispettivo svedese del “distretto” finlandese è Södermalm, il quartiere di Stoccolma che di certo le fashion victims non mancheranno di visitare. Diverso e variegato il paesaggio nelle tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania e delle rispettive capitali. La medievale Tallinn, la Riga art nouveau, la barocca Vilnius non avranno segreti per quanti si faranno guidare da un vademecum dettagliato come la guida Lonely Planet, giunta alla terza edizione italiana.
Infine la Transiberiana, la linea ferroviaria più lunga del mondo. Attraversando l’Asia da un estremo all’altro, quello a bordo della Transiberiana è viaggio che permette di immergersi in una moltitudine inimmaginabile di scenari: le steppe della Mongolia, la Città proibita di Pechino, la Piazza Rossa di Mosca e moltissimo altro. Tutto a portata di mano, basta solo pianificare l’itinerario più vicino ai propri gusti.

16 novembre 2009

Cinque domande a...Matteo Beccucci


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Matteo Becucci è già l’idolo degli appassionati di musica e di X Factor. Vincitore dell’edizione 2009 del talent show di Rai due, il cantautore toscano (è di Livorno) si sta godendo il successo conquistato attraverso gli schermi televisivi grazie alle sue doti di cantante. Un talento che i suoi fan hanno potuto seguire dal vivo durante l’estate nelle piazze italiane.



Qual è l’ultimo viaggio che ha fatto?
E’ stato nel sud della Francia, con mia moglie. Abbiamo girato molto e abbiamo attraversato il Paese fino alla Borgogna.

Il paese dei sogni, già visitato, o che vorrebbe visitare?
La Toscana, perché c’è tutto, perché è casa mia.

Il viaggio che ricorda di più quello che si porta nel cuore?
L’unico posto dove sono stato e ho detto "qui ci vivrei" è Melbourne, in Australia. E’ una città che mi ha colpito molto perché mi ha dato la sensazione di spazio. Di spazio vitale. Era il 1999.

Un posto che definirebbe musica?
La Sicilia per me è musica. Ci sono stato tre o quattro volte. Amo molto Ragusa Ibla, la vecchia Ragusa insomma. Ero andato per lavoro, negli anni Novanta e poi sono tornato nel 2007 con mia moglie, è davvero una città pazzesca.

Che cosa non manca mai nel suo bagaglio quando parte?
O uno strumento o qualcosa per registrare, che mi serve per ispirarmi. Inoltre ovunque vada, cerco di correre. Faccio jogging e posso correre per chilometri.

Cinque domande...Giovanni Allevi


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E' uno dei pianisti più apprezzati del mondo. Giovanni Allevi non ha certo bisogno di presentazioni. La sua carriera è costellata di grandi successi: dalla pubblicazione di dischi di piano solo come "No Concept" (90 mila copie) a "Joy"(150 mila copie) all’album con l’orchestra sinfonica Evolution (100 mila copie) e il dvd "JOY TOUR 2007" uscito nel novembre 2007. A completare queste pubblicazioni il disco "Allevilive" . Il pianista ha inoltre pubblicato due libri diventati dei best seller: "La musica in testa" (10 edizioni e 65.000 copie vendute in 9 mesi) e “In viaggio con la strega", entrambi per Rizzoli.

Come si prepara a un viaggio?
Cerco di non pensarci, perchè la partenza mi mette l'ansia, soprattutto la preparazione del bagaglio.



Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Il passaporto, il prodotto per i capelli, il tagliaunghie, jeans e maglietta puliti per il concerto.


Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Il mio viaggio a Napoli, nel 1990, per fare il mio primo concerto "fuori casa". Vennero a sentirmi solo cinque persone, ma quella sera capii che la musica era la mia vita.



La musica che metterebbe nel suo iPod per rivivere le emozioni di
quel viaggio?
I brani che ho suonato in quel concerto: la Partita di Bach in Do minore, una Polacca di Chopin, alcuni Studi di Scriabine, ed anche il mio Japan.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
Lingue d'oca strappate del Dim Sum cinese, in un ristorante popolare di Hong Kong.

Cinque domande a...Stefano Bettarini


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Da calciatore a protagonista della tv, Stefano Bettarini è cresciuto a pane e calcio a Siena. Proprio dalla città toscana comincia la sua carriera, che lo vede giocare in serie A con il Cagliari, la Fiorentina, il Bologna, il Venezia, la Sampdoria e il Parma. Ex marito di Simona Ventura, protagonista contro il suo volere dei giornali di gossip, approda alla tv come inviato del reality "La Talpa" nel 2005. Da lì, diventa conduttore accanto a Paola Perego in "Buona Domenica", fino ad approdare come concorrente, arrivato alla finale, a "Ballando con le stelle 5". Oggi affianca proprio la ex consorte nel programma "Quelli che il calcio" su Rai 2, di cui è commentatore tecnico.



Quale è il viaggio più bello che ha fatto?
Ne ho fatti parecchi che mi sono rimasti nel cuore, ma sicuramente uno di quelli che ricordo con più piacere è il viaggio a Miami.

Che cosa le hanno lasciato quei luoghi?
Beh.. innanzitutto la solarità, la spensieratezza e il grande amore per il mare.

Il cibo più strano o particolare che hai mangiato?
Il roastbeef con la marmellata! Inizialmente non avevo capito cosa fosse…ma me ne sono accorto subito! Comunque devo ammettere che non è male.

Se dovesse stilare una colonna sonora per questo viaggio, che musica sceglierebbe?
Senza dubbio “Californication” dei Red Hot Chili Peppers.

L'albergo più accogliente dove ha dormito o quello che le è rimasto più impresso?
L’ Hotel Delano, sempre a Miami: stupendo!