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20 aprile 2010

Gran Canaria, sul bordo del grande mare


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LAS PALMAS – Da alcuni mesi le Isole Canarie sono più vicine all'Italia. La compagnia low cost irlandese Ryanair ha infatti aperto la tratta diretta Pisa-Las Palmas, capitale di Gran Canaria, la terza isola dell'arcipelago. Ora bastano quattro ore di volo per arrivare nel fantastico clima di queste isole spagnole, di fatto però in Africa. Situate nell'Oceano Atlantico, di fronte alle coste del Marocco (dai 200 ai 70 km di distanza), questa serie di isolette di origine vulcanica rappresenta l'ultimo lembo d'Europa prima del grande balzo verso le coste americane. Ben lo sapeva Cristoforo Colombo che ad ogni partenza per il suo viaggio atlantico ha fatto prima tappa in questo estremo punto di terra. Le sue ragioni saranno anche state dettate dal cuore, ma era ben conscio che poi da qui si affrontava il nulla del grande mare. Ma come dare torto al navigatore/esploratore genovese. Queste isole sono contrassegnate da un clima estremamente mite, la loro forza sta nell'avere un inverno piacevole (si riesce a fare il bagno oceanico) e un'estate mai torrida e soprattutto ventilata.

Delle sette isole ognuna ha una propria peculiarità: Fuerteventura ad esempio è il regno dei windsurf per il suo vento e le spiagge selvagge, Gran Canaria invece è il paradiso del turista con le sue ampie possibilità alberghiere e la vocazione tipicamente vacanziera. Ma non sempre è stato così: negli ultimi 40 anni le isole, e in particolare Gran Canaria, hanno subito una riconversione economica: dall'agricoltura (pomodori, frutta) al turismo. La popolazione ha così abbandonato le campagne, faticose e poco redditizie, per spostarsi sulla costa e dare impulso all'industria turistica. Certamente l'isola di Gran Canaria (una delle sette dell'arcipelago) offre opportunità di alloggio di livello. Numerosi hotel e resort soddisfano le esigenze di un pubblico di alto standing. Ovviamente la massima concentrazione è sulla costa, anche se l'interno offre affascinanti scenari di grande respiro. La caratteristica è quella dei grandi complessi alberghieri, di proprietà di famose catene internazionali (Melia, Riu etc.) con hotel da oltre 500 stanze (a Maspalomas, nel sud dell'isola, hanno recentemente inaugurato un resort da 2.600 posti, il più grande dell'arcipelago spagnolo).

Purtroppo la concentrazione di strutture ha portato anche un forte impatto ambientale con poca attenzione alla sostenibilità ed addirittura la creazione di spiagge artificiali di sabbia o di cemento. Esistono tuttavia piccole realtà alberghiere, alcune anche sulla costa, con una diversa concezione del turismo (es. la catena Hecansa). Curiosità: esiste un'ottima catena alberghiera, la Paradores, di proprietà dello Stato, gestita da privati. I paesaggi di Gran Canaria sono molto vari, una notevole (bio)diversità caratterizza l'isola. Se la costa, spesso alta e frastagliata, ovviamente offre scenari marittimi, l'interno è tutto diverso: si va dai deserti alle montagne nel giro di pochi chilometri passando per frutteti, banani soprattutto, e boschi con una grande varietà di piante. Affascinano, soprattutto nell'entroterra, i colori di quest'isola, spesso tutti concentrati nei banchi dei fruttivendoli, ma anche fiori e piante di cui è ricca Gran Canaria. L'isola è assolutamente da attraversare per scoprirla al meglio. L'entroterra è solcato da profondi canyon desertici, da crateri di vecchi vulcani ormai spenti e da stazioni montane con ampie possibilità di trekking soprattutto nella stagione "fredda" (si fa per dire).

La costa, a parte gli scempi di cui sopra, offre a sua volta scorci molto belli. Sicuramente da non mancare la visita alle dune di Maspalomas, quattro chilometri di spiaggia a dune (e anche belle alte) dividono la città dal mare. Spettacolare al tramonto. Per il resto la scelta dei luoghi è ampia ma il turismo a Gran Canaria deve essere un po' "randagio", fermarsi in un solo posto significa non approfondire i molteplici aspetti di quest'isola e privarsi del piacere della scoperta di angoli molto belli. A frequentarla soprattutto tedeschi e inglesi. Per gli italiani potrebbe essere dunque una scoperta, aiutati in questo forse anche dalla nuova tratta aerea diretta.

11 febbraio 2010

Il Senegal coloniale a Saint- Louis


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SAINT-LOUIS - No, non lasciatevi ingannare dal nome. Saint-Louis non assomiglia affatto alla città americana del Missouri anzi è decisamente dalla parte opposta dell'Oceano. Saint-Louis profuma di Africa, è Africa. Patrimonio dell'Unesco, Saint-Louis l'africana è solo a 265 km dalla frenetica capitale del Senegal, Dakar. Un antico fascino coloniale avvolge la città sarà anche colpa di antiche case, messe lì quasi a caso, come i giardini pensili di Babilonia. Lungo le strade polverose, il silenzio è rotto soltanto dalle voci dei muhezzin e dai bambini che corrono. Un tempo in città si arrivava solo con la piroga oggi si attraversa il ponte Faidherbe, testimone ogni giorno del transito dei venditori ambulanti che portano le merci al mercato centrale.

Le piroghe che scivolano dolcemente sul fiume. La nebbia, strano ma vero, che avvolge questa piccola e sonnolenta città è quasi un'aura magica che ben sposa il lento e vagabondo movimento delle barche lungo le rive del fiume che la sorprende e ogni giorno sorprende il visitatore. Lungo le rive del porto i pescatori mettono ad essiccare buona parte del pesce su impalcature di legno e cospargendo di sale il pesce. Saint-Louis o Ndar come è chiamata in lingua wolof non ha nulla delle caotiche città africane, sembra quasi una contraddizione e rimane lì immobile nel torpore di un tempo sulle rovine di un'antica e lunga storia. Basta inoltrarsi nel quartiere Kertian, come lo chiamano gli anziani, ovvero il quartiere cristiano, dove è ancora possibile ammirare i palazzi della vecchia e potente aristocrazia meticcia dei signares, e dove basta un niente per ritrovarsi in un dedalo di viuzze dalle quali sembra impossibile uscire senza una guida del posto. Una delle cose più belle da fare a Saint-Louis è svegliarsi al mattino molto presto sedersi sulle rive e osservare il pellegrinaggio dei commercianti che dal quartiere di Sor si dirigono al porto e poi alla place de Lille nella parte della città dove si svolge un pittoresco mercato.


Il mercato è vivace e animato, come tutti i mercati a queste latitudini, tuttavia sembra che qui la gente abbia un portamento regale, e il turista rimane affascinato dal modo con cui i venditori indossano i propri abiti, in una maniera quasi regale. I commercianti attraversano il ponte di Faidherbe che con le sue sette campate metalliche è l'unica via di accesso al cuore di Saint-Louis Nella fantastica fantasia delle leggende africane si narra che a costruire il ponte sia stato addirittura Gustave Eiffel ma che poi sia finito a Saint Louis per caso burocratico visto che in un primo momento doveva servire per attraversare il Danubio. Non perdetevi l'omonima piazza dove si può ammirare il palazzo del governatore, e poi perdetevi nello shopping in Rue Victor Schoelcher, dove tra l'altro potrete ammirare anche la più antica cattedrale dell'Africa occidentale, dove svetta la statua del patrono della città. San Luigi, naturalmente. Nonostante la povertà questo angolo di Africa resta vivo non solo per il suo fascino coloniale e i suoi paesaggi ma anche per un importante festival jazz. Tuttavia per capire bene Saint-Louis e forse l'anima dell'Africa sedetevi sulle rive del fiume ad ammirare le piroghe, poi senza far niente lasciatevi avvolgere dalle ombre della sera. Ma anche fuori città le attrazioni non mancano: a est, lungo la costa si estende la lunga lingua di sabbia che forma il parco nazionale della Langue de Barbarie, mentre verso nord, in una zona umida, gli appassionati di birdwatching non saranno delusi dal Parc des oiseaux de Djoudj.



Un po' di storia
Il punto di approdo dove ora sorge la città fu scoperto intorno al 1659 da una spedizione di colonizzatori arrivati dalla Francia. Saint-Louis-du-Fort è dunque il nome che gli fu dato in onore del re Luigi IX. Dopo un periodo in cui divenne un centro per la tratta degli schiavi e il commercio della gomma arabica, assunse il ruolo di capitale del Senegal nel 1840. Poco dopo le venne riconosciuto lo statuto di Comune di Francia e nel 1895 venne elevata a capitale dell’intera Africa Occidentale Francese (Aof). Il declino della città cominciò quando perse lo status di capitale prima dell’Aof (1902) e poi del Senegal stesso (1957).



La nostra scelta
Dormire
Hôtel Mermoz - BP. 426 - Saint-Louis - Senegal - Telefono: (00-221) 33-961-36-68
E-mail: hotelmermoz@arc.sn Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Sito web: www.hotelmermoz.com
Hôtel Résidence - Île Saint-Louis, BP. 254 - Saint-Louis - Senegal - Telefono: (00-221) 33 961-12-60
E-mail: hotresid@orange.sn Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Sito Web: www.hoteldelaresidence.com

Mangiare
La Terrasse - Quai Roume Nord Saint-Louis Sénégal. Sito Web: www.casinolaser.com/resto.htm
Sunu-Keur - Quai Giraud - BP. 696 Nord Saint-Louis Sénégal. Sito Web: www.sunu-keur.com

Come arrivare
Dall'Italia voli diretti su Dakar con Meridiana Eurofly. Voli con scalo sono possibili con Tap via Lisbona, Iberia e Air Europa via Madrid, Air Algerie via Algeri, Tunisair via Tunisi, Air France via Parigi e Brussels Airlines via Bruxelles. Da Dakar si raggiunge Saint-Louis con i mezzi locali. Esiste una ferrovia, che per coprire i quasi 300 km di tragitto non impiega meno di quattro ore. Più veloce è il trasporto su strada: dagli autobus ai taxi de brousse, vecchi pick-up Peugeot adattati al trasporto persone sul cassone posteriore.

Quando andare
Il periodo migliore per visitare la costa del Senegal è durante l'inverno europeo, che corrisponde qui alla stagione secca. In questo momento dell'anno è più facile avere cieli azzurri e luce limpida. I mesi fra novembre e aprile sono anche quelli della migrazione degli uccelli, che fanno sosta nelle zone umide a nord della città.

12 gennaio 2010

Rivers State, il forziere della Nigeria


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Rivers treasure base of the nation" ("Il Rivers State è il forziere della nazione"): è la scritta riportata sulle autovetture immatricolate in questo che è uno dei nove stati che compongono il Delta, una delle regioni più ricche della Nigeria. Più che a una nazione, per la Nigeria, bisogna pensare a un gigante dove vive quasi un sesto della popolazione di tutta l’Africa. Un paese grande circa tre volte l’Italia con 150 milioni d’abitanti, che per la maggior parte vivono sotto la soglia di povertà. Indipendente dal 1960 vanta una storia degna del peggio di questo continente: colpi di stato a ripetizione, brogli elettorali e corruzione endemica.
"Da quando la società civile è stata debilitata da decenni di governo militare, i nigeriani usano liberamente l’espressione 'colonialismo interno' come la più immediata per descrivere la perdurante soppressione della volontà popolare, una coordinata rimozione democratica che funziona grazie a una ristretta cricca egemone, determinata a mantenere il controllo della nazione" (Wole Soyinka, 12 luglio 2009). La "cricca" a cui fa riferimento il Premio Nobel per la letteratura è l'élite militar-civile che controlla oggi il potere politico ed economico di un paese che è il primo esportatore di greggio dell’Africa e l’ottavo al mondo. La quasi totalità del petrolio nigeriano arriva dalla regione del delta del fiume Niger, una zona dove l’inquinamento ha reso sterile una terra fertilissima e prive di vita acque pescosissime. Terre abitate da circa 30 milioni di persone, provenienti da 40 differenti etnie. Qui il business delle concessioni petrolifere alle grandi multinazionali, che vede protagonista anche l’italiana Eni, produce l’80% del Pil della Nigeria. Ma nel Delta, dei proventi di mezzo secolo di esportazione, non sono arrivati nemmeno gli spiccioli.

Girando per le trafficatissime strade di Port Harcourt, capoluogo del Rivers State impressionano le code mostruose nei pressi dei distributori di benzina, che spesso sono vuoti. È il paradosso nigeriano: producono petrolio, ma non sono in grado di raffinarne per il mercato interno. Quindi esportano greggio e reimportano benzina: inevitabile che i prezzi salgano alle stelle. Chibuike Rotimi Amaechi è governatore del Rivers State dal 2007. Dinamico, sicuro di sé, con un sorriso un po' alla Eddie Murphy, è dedito a quell’operazione che nel marketing si chiama rebranding: cambiare la nomea che il Delta ha acquisito in questi anni. Port Harcourt non deve più essere solo sinonimo di violenza (la città è tappezzata da una sorta di pubblicità progresso con cui 'si sconsigliano' rapimenti, violenze e affiliazioni a dubbie sette para-religiose). Un'operazione di pulizia che da una parte procede con le ruspe che, senza tanti complimenti, stanno radendo al suolo interi slum e dall’altra, cercando di mantenere una promessa, secondo cui lo sviluppo futuro passa attraverso l’istruzione e finanzia la costruzione di 50 nuovi istituti scolastici nella regione.

È nell’ambito di questo processo di rebranding che il governatore ha sponsorizzato lo Ion International Film Festival, celebratosi a Port Harcourt nel dicembre scorso. Un festival itinerante partito da Los Angeles, transitato da Dubai nel 2008, e arrivato un anno dopo nella capitale del Rivers State. Dal 2007 è gestito dal Farmani Group di Hossein Farmani, businessman iraniano trapiantato negli States e grande intrecciatore di charity, cultura e soldi. La mission ufficiale del festival era quella di promuovere il cinema indipendente e di costruire la pace (o almeno provare a farlo) attraverso l'arte. Obiettivo perseguito con successo grazie alla professionalità della squadra che ci ha lavorato. A partire dalla direzione artistica, affidata a Catherine Ruelle, francese, profonda conoscitrice del cinema africano. Pellicole provenienti dall’Europa, dall’America, dall’India, da tutta l’Africa, con ovviamente grande spazio alla cinematografia made in Nollywood, la risposta 'nera' a Hollywood e a Bollywood. Dopo il petrolio e il business religioso, con un fatturato di 250 milioni di dollari e 300 mila addetti, è la terza industria della Nigeria. Ogni settimana quasi trenta nuovi film fanno la loro comparsa nella giungla urbana nigeriana.

La base logistica di Nollywood è Lagos, la capitale economica del paese. In questa sorta di ragnatela umana di oltre 15 milioni di abitanti c’è spazio per una sorta di Beverly Hills tropicale: la penisola di Lekki, scelta dalle star per le loro residenze. Il quartiere di Surulere, invece, ospita le società di produzione e le nuove dinastie di Nollywood. Una geografia che ha nelle bancarelle e nelle stradine inestricabili di Idumota la macchina da soldi che diffonde ai quattro angoli del paese centinaia di film ogni anno. Qui la pellicola non esiste, si lavora solo in digitale e tutto viene diffuso tramite dvd: saltando completamente il circuito delle sale cinematografiche i produttori nigeriani sono stati capaci di raggiungere un pubblico sempre più ampio e variegato. Comprati ad Idumota, i film vengono poi rivenduti nei mercati di tutte le più grandi città del continente africano, superando in parte i conflitti linguistici ereditati dal passato coloniale e contribuendo a creare così un universo di riferimenti culturali comuni capaci di tagliare trasversalmente le frontiere tracciate dalla politica. L’incontro, a Port Harcourt, con registi e attori di Hollywood, come Giancarlo Esposito e Daryl Hannah, e Bollywood, come Adnan Siddiqui e Masumeh Makhija, ha consentito un interscambio e una possibilità di sviluppo a una cinematografia 'giovane' come quella nigeriana.

Il clima informale che favoriva approcci e incontri con registi, produttori e star cinematografiche, unitamente ad appositi workshop intelligentemente inseriti nel programma del festival, hanno consentito a mondi molto lontani - per mezzi economici e tradizioni culturali - di entrare in contatto e potersi, vicendevolmente, evolvere. Pescando tra le numerose sezioni in cartellone - corto e lungometraggi, documentari, video, lavori di animazione, più una sezione dedicata ai lavori di giovani studenti nigeriani - mi permetto una segnalazione per un paio di lavori, extra-nollywoodiani, che meriterebbero di arrivare quanto prima nelle nostre sale. La prima è per "From a whisper", del keniano Wanuri Kahiu, una pellicola - premiata per la categoria lungometraggi - che racconta una storia legata all'attentato di Nairobi dell’agosto 1998 all’ambasciata americana. La seconda è per uno strabiliante musical, firmato dalla regista senegalese Dyana Gaye, ambientato durante un viaggio in taxi tra Dakar e Saint Louis. L’elenco completo dei lavori premiati a Port Harcourt è su www.ionfilmfestival.com.

20 dicembre 2009

Speciale Natale in Africa


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Etiopia - Il maggior Paese cristiano d'Africa, confessione copta, festeggia il proprio Natale, noto come Ganna, il 7 gennaio. Le celebrazioni, in alcuni casi, si tengono ancora nelle antiche chiese scavate nella roccia. La notte della vigilia si resta fuori fino all'alba cantando e pregando, mentre la mattina del 7 gennaio si celebra il servizio religioso e si trascorre poi in festa il resto della giornata. Il pranzo natalizio prevede il doro wat a base di pollo, servito sul piatto di pane injera. Nella tradizione copta etiope non è molto radicato lo scambio natalizio di doni, anche se si sta diffondendo ultimamente.


Egitto - Paese musulmano con una presenza cristiana forte, anche qui di confessione copta. E anche qui si festeggia il 7 gennaio, pur se le celebrazioni iniziano a fine novembre. Per quaranta giorni non si mangia carne né latte, l'astinenza finisce il 6 gennaio, giusto in tempo per il giorno dopo quando alle celebrazioni religiose, alcune persino trasmesse dalla tv di Stato, si unisce il pranzo sontuoso con il fatta, piatto tradizionale a base di carne e riso. Da alcuni anni trionfano gli alberi di Natale, solamente artificiali.


Ghana - Ogni occasione è buona per fare festa. Così il Natale si colora di chiese addobbate, musica, processioni e parate per le strade. La gente va a trovare parenti e amici che vivono nei villaggi lontani. Per il pranzo natalizio si usa mangiare riso, pollo, agnello e molta frutta di ogni genere. Nelle famiglie cristiane si fa l'albero, decorando un mango.



Kenya - Le poche chiese cristiane vengono addobbate in stile locale: fiori coloratissimi e alberi di mango trasformati in "abeti" natalizi. Le famiglie festeggiano a pranzo, mentre i bambini girano di casa in casa alla ricerca di doni e dolci. Il piatto che non manca sulle tavole è un arrosto di capra chiamato nyama choma.




Nigeria - Paese dalle mille etnie, qui il Natale si festeggia solo nelle regioni dove sono presenti i cristiani. Tuttavia questi non sono pochi, considerando che nel censimento religioso del 1999 toccavano i 56 milioni, pari al 40% della popolazione totale. La tradizione più radicata rimane il pranzo di famiglia con tutti i parenti.




Sudafrica - Il Natale, nella nazione più meridionale del continente, cade durante le vacanze estive in virtù delle stagioni invertite rispetto all'Europa. Il 25 dicembre diventa così una scusa per fare una gita fuoriporta o per passare una giornata al mare.



Zimbabwe - Per Natale, qui chiamato Kisimusi, i grandi regalano doni ai bambini. Anche qui il pranzo è al centro delle feste: più famiglie di parenti e amici si riuniscono per preparare le pietanze che vanno dal porridge all'arrosto di capra, alle verdure e agli immancabili dolci.

18 novembre 2009

Port Elizabeth, incanto sudafricano


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PORT ELIZABETH - La chiamano il cuore dell'Africa del sud. Con 300 giorni l'anno di sole, una media di 26 gradi in estate e inverno, e oltre 40 chilometri di spiaggia, Port Elizabeth, principale città della regione del Nelson Mandela Bay è una vera e propria meraviglia africana. La città che in lingua locale si chiama Xhosa Ibhayi, ospiterà i mondiali di calcio del 2010 ed è uno dei principali porti del Sudafrica. Situata al margine della Baia di Algoa, nella provincia di Eastern Cape, è il punto di arrivo della famosa Garden Route, il percorso scenografico che corre lungo la litoranea N2 fino a città del Capo. La città è in una posizione a dir poco singolare, si trova esattamente al centro tra Città del Capo (800 km a ovest) e Durban (800 km a est).


Fondata nel 1820 dai coloni inglesi è una delle più antiche dell'Africa e i suoi abitanti saranno orgogliosi di dirvi che Port Elizabeth è la città più amichevole del mondo. Meta turistica dei sudafricani, è ancora poco conosciuta in Europa. Tuttavia il turismo sta crescendo rapidamente anche per la bellezza della natura che la circonda e le ottime infrastrutture che il governo locale ha messo a disposizione per lo sviluppo dell'industria turistica. Il suo litorale è ricco di spiagge di sabbia dorata, numerosi coralli e onde perfette per i surfisti. Sarà per questo che Port Elizabeth è considerata la capitale degli sport acquatici: dallo snorkeling alle immersioni. Una combinazione perfetta, insomma.

Dalle acque tranquille della barriera corallina fino alle altissime onde cavalcate dagli amanti delle tavole. Ce ne è per tutti i gusti, come pure il lasciarsi cullare sul mare blu cobalto a bordo delle numerose barche a vela che punteggiano la costa. Se poi ci si stanca di tanto far niente, si può sempre prenotare una crociera per l'avvistamento degli animali marini: delfini, balene, pinguini e i timidi squali bianchi che sembrano sfuggire alla vista nascondendosi tra le onde. Poco più a sud è possibile esplorare la regione delle navi che sono naufragate e che lì restano, spiaggiate per metà quasi a ricordare la forza del mare che sa essere cattivo quando è in tempesta.

Ma la ricchezza naturale di Port Elizabeth non si ferma alla vita marina o di spiaggia, la regione è un lussureggiante incontro di flora e fauna da mozzare il fiato. Basta uscire dalla città per rendersi conto di essere davvero in Africa. A Saint George's Park o a Settler's Park, è possibile osservare più 140 tipi di uccelli e se si ha fortuna anche il Klipspringer, una specie rarissima di antilope africana. Se volete inoltrarvi oltre potete sempre provare il Big Five (elefanti, leoni, bufali rinoceronti e leopardi). Si tratta di un safari vero e proprio per poter ammirare gli animali più famosi del continente più vecchio del mondo. In città sono molti gli operatori turistici che offrono questo tipo di escursioni.

Chi ama la storia invece può provare Donkin Heritage Trail, un percorso turistico di 5 km, segnalato da cartelli, che collega 47 punti di interesse nella zona del centro storico. Oppure si può ammirare la Riserva Donkin, un piccolo parco cittadino situato sulla collina che domina il centro della città. Vi si trovano un faro del 1861 e il fortino di Fort Frederick, edificato dagli inglesi. Riguardo ai monumenti si può visitare l'Horse Memorial, eretto in onore dei molti cavalli e muli che morirono durante la Seconda guerra boera, fra il 1899 e il 1902 oppure l'Opera House vittoriana, ancora in uso.

Tra gli edifici di interesse storico si posso citare la City Hall in puro stile coloniale (1862) con il suo campanile (1883) e il Feather Market Hall un imponente edificio che include sale da concerti. Lì vicino si può visitare uno dei campanili più antichi del continente eretto in memoria dei primi coloni britannici. Alto 53,5 metri si può "scalare" fino alla Observation Room, da cui il panorama della città appare in tutta la sua bellezza. Da non perdere anche la zona del Boardwalk, con i suoi alberghi moderni, l'acquario e il museo dei rettili.

Emanuele Bosi, nuvole rosse su Tunisi


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Attore di cinema e tv, Emanuele Bosi, romano, 24 anni, ha girato il mondo per lavoro e per passione. Dopo il debutto ad "Incantesimo 9", è stato protagonista di "Ovunque tu sia", fiction Rai che ha riscontrato ottimi ascolti e premi vari, ambientata in Thailandia, e di "La casa sulle nuvole", film ora nelle sale con Adriano Giannini, che si svolge in Marocco. Emanuele è stato anche il protagonista di "Questo piccolo grande amore", la pellicola ispirata alla canzone di Claudio Baglioni. E' testimonial della campagna "Più acqua più vita" per la costruzione di due pozzi di acqua potabile nella Repubblica Dominicana.


Un viaggio che mi è rimasto nel cuore è quello che ho fatto qualche anno fa in Tunisia. Abbiamo girato parecchio, dalle città fino al deserto del Sahara. Era un viaggio organizzato con un pullmino: nelle zone più remote c'è bisogno di una guida locale o di un autista, altrimenti rischi di perderti. Non ci sono strade asfaltate nè indicazioni, che al limite sono, logicamente, solo scritte in arabo. Il nulla per chilometri: qualche pneumatico lasciato a terra che per noi non significa niente, ma per chi conosce il percorso vale come un segnale. Mi sono rimasti impressi molti luoghi davvero magici. Come le montagne granitiche dove sono state scavate alcune caverne: un alveare dove ogni finestra corrisponde a un'abitazione. Si trovano nell'entroterra tunisino, le caverne sono a cinquanta metri d'altezza e sono collegate tra loro con tunnel scavati nella roccia. Hanno le scalette per accedervi: purtroppo non siamo entrati a visitarne una, sono di tribù ancora poco aperte ai turisti. Dentro casa, hanno una sorta di enorme mortaio dove macinano il grano per il couscous e una pressa per sbriciolarlo. Sembra di essere rimasti agli inizi del Novecento.

Un'altra località che mi ha colpito è stato il lago salato, lo chott: una pozza d'acqua con tutto intorno il sale che si accumula. Un paesaggio insolito, quasi lunare. Ma sicuramente quello che lascia senza fiato è il deserto. Lo sguardo si perde e non ci sono punti di riferimento, solo dune. Ho visto anche un'oasi: è surreale, perchè sbuca dal nulla. Ricordo i ragazzi del posto che salivano e scendevano sul fusto delle palme per prendere i datteri che poi ti offrivano: erano velocissimi a scalare la corteccia. Ho anche fatto un giro sul cammello. In Tunisia ho mangiato molto couscous, kebab e ho assaggiato la carne di cammello che non mi è piaciuta perché molto aspra. Un giorno ero affamato e assetato, perché la bottiglietta d'acqua che mi portavo dietro era ormai calda, e quando ho visto un tunisino con una montagna di pane in mano non ho resistito: ho comprato un paio di forme, nonostante le mosche che ci ronzavano sopra e il sole cocente che le aveva abbrustolite, e le ho mangiate. Sono stato malissimo!

Sono stato un incoscente, ma la fame era tanta! Anche nelle città si respira un'aria inquinata: le auto usano ancora la benzina con il piombo e le polveri sottili aggrediscono il respiro e ti fanno pizzicare il naso. A Tunisi ho visto una tempesta di sabbia: erano vere e proprie nuvole rosse, il cielo si era tinto di rosso, tutto era rosso. Mi ricordo che il parabrezza del pullman era completamente ricoperto e per non diventare rosso anch'io mi sono rifugiato in un supermercato. E' stata un'esperienza terribile e bellissima. La Tunisia è un Paese viscerale e primordiale, diverso dal Marocco, dove sono stato per girare il film "La casa sulle nuvole". Ci sono rimasto un mese e se non fosse stato per il lavoro, probabilmente non ci sarei andato. Sono Paesi affascinanti, ma completamente diversi da noi per la mentalità, la cultura e il mangiare e starci per tanto tempo per me è stato duro.

9 novembre 2009

Lorella Cuccarini, la mia Africa


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LILONGWE - E' ancora la più amata dagli italiani, ma Lorella Cuccarini rimane sempre una persona umile, allegra e simpatica. Soprattutto pronta a mettere la sua popolarità e la sua anima al servizio dei più deboli, in questo caso le mamme e i bambini del Malawi. L'ha fatto durante alcuni viaggi in Africa nell'ambito di "Trenta ore per la vita", la campagna di sensibilizzazione che ha creato. Intanto, ha ripreso il lavoro di conduttrice e showgirl con "Vuoi ballare con me?" in onda su Sky.



Sono affetta da mal d'Africa, ma non quello che colpisce i turisti normali. Mi è venuto per altri motivi, per gli sguardi della gente e per le difficoltà che affrontano: questi mi sono rimasti nel cuore. Sono i ricordi più vividi del mio viaggio in Malawi per "Trenta ore per la vita", la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi per i bambini e le mamme più deboli, di cui sono madrina. Non è la prima volta che vado in Africa, sono stata già in Congo e in Mozambico, sempre per lo stesso progetto. Siamo andati a portare kit farmacologici che consentono di far nascere bimbi sani da madri sieropositive e di farli arrivare senza problemi sanitari ai diciotto mesi, anche attraverso un centro nutrizionale, allestito dalla Comunità di Sant'Edigio. Dopo il Mozabico, dove ho avuto la gioia di rincontrare bambini che avevamo aiutato a nascere lo scorso anno e che io chiamo i "figli di Trenta ore per la vita", sono stata in Malawi sempre con un gruppo di medici africani che si occupano localmente dell'associazione di cui sono socio fondatore.


Quando sono arrivata in questo paese poverissimo, sono rimasta scioccata da un effetto stridente: il nostro albergo, in stile inglese, era bello e aveva un sacco di depliant di luoghi meravigliosi, di parchi naturali e animali in libertà, tutte cose prettamente turistiche. Io invece sono andata in giro per i villaggi, dove spesso le case sono baracche, a parlare e accudire le donne incinte, quelle che avevano appena partorito e quelle con i bimbi piccoli: rappresentano una forza per questo Paese, sono state trattate come rifiuti solo perchè malate, ma qui riacquistano la loro identità, diventano per causa di forza maggiore culturalmente più evolute e aiutano a diffondere un messaggio positivo. Qui le condizioni sono difficili anche perchè è una zona dove piove molto e in certi periodi i medici non riescono nemmeno a raggiungere le pazienti, dove la gente non ha nemmeno da mangiare e i volontari consegnano cibo almeno una volta a settimana. Per questo i progetti dei centri Dream sono importantissimi: controllano che riescano a mangiare e a fare gli antivirali, occupandosi di mamma e bimbo fino ai suoi diciotto mesi quando diventa più forte.

Ho seguito da vicino sia le cure mediche, sia la consegna del cibo. Sono enormi emozioni. Nel cuore mi è rimasta Ortensia, una signora di sessant'anni che deve allevare il nipote di due anni: la figlia è morta poco dopo averlo dato alla luce, sano. Solo che Ortensia non ha risorse: mi raccontava che a volte non riesce a mettere insieme i due euro necessari per comprare l'acqua potabile dal vicino ed è costretta a bere quella piovana e inquinata. Solo due euro, come un nostro cappuccino e cornetto, quando qui cambiano la vita. Sono impatti e ricordi che mutano per sempre la scala dei valori di un occidentale. Questa è la mia vera Africa. Quando parti dall'Italia, sei pronta ad affrontare situazioni del genere, ti porti dietro una carica emozionale e l'ottimismo per essere grintosa e propositiva per il futuro. Anche così aiuti queste persone, diffondendo un nuovo messaggio e facendo vedere un altro lato dell'Africa. Praticamente, invece, mi sono organizzata portandomi dietro una valigia di gallette di riso: sapevo che non c'era da mangiare, che non esistono bar o ristoranti, così mi sono attrezzata.

Così come l'acqua: la compravo in albergo prima di uscire per le mie visite. Sono stati dieci giorni intensi, a contatto con i medici africani e i volontari: parlavamo inglese tra noi e c'era una ragazza che faceva da traduttrice con la gente del posto, che ha una lingua complicatissima e incomprensibile. Dopo un paio di viaggi in questi Paesi, impari ad affrontare la situazione e quando ci ritornerò, il prossimo anno, sarò ancora più brava nell'organizzarmi.

4 novembre 2009

Le cascate Vittoria, tra fumo e tuoni



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Chi nasce con i canti africani nelle orecchie, sentirà raccontare una storia. Una di quelle che possono essere tutto, leggenda o favola, chi lo sa, ma da queste parti si può anche credere che siano vere. Forse perché siamo in Africa forse perché le Victoria Falls, sono uno spettacolo naturale che seduce e affascina come pochi altri posti al mondo. Le storie da queste parti dicono che le cascate, e i fiumi e i laghi perfino appartengono o meglio sono di Oxum, la divinità più importante del pantheon degli dei Africani. Si trovano lungo il corso del fiume Zambesi esattamente al confine tra lo Zambia e lo Zimbabwe.

Patrimonio dell'umanità protette dall'Unesco, le cascate sorgono in due parchi nazionali, il Mosi-oa-Tunya National Park in Zambia e il Victoria Falls National Park in Zimbabwe, e sono oggi una delle attrazioni turistiche più importanti del continente africano. I parchi ospitano elefanti, bufali e giraffe e anche colonie di ippopotami, mentre nel Mosi-oa-Tunya si possono ammirare anche i rinoceronti bianchi. Il nome locale delle cascate è Mosi-oa-Tunya, ovvero fumo che tuona, ma quando David Livingstone, le visitò nel 1855, decise di dare loro il nome dell'allora regina d'Inghilterra, la regina Vittoria. E anche se fumo che tuona è certamente un nome che evoca emozioni più forti di Vittoria, le cascate non perdono il loro fascino.

Situate in una profonda e strettissima gola, che permette di ammirare tutto il fronte della cascata dall'altra sponda, esattamente davanti al salto, le Victoria Falls sono una meraviglia naturale. La loro potenza è incredibile: il fronte di 1.700 metri scarica nella gola a circa 100 metri più in basso una potenza di acqua pari a 1.088 m3 al secondo, secondo il sito ufficiale. Sempre secondo i dati ufficiali il massimo volume di acqua toccato è stato 7.079 m3 al secondo.
E nella stagione delle piogge, il fiume scarica una quantità d'acqua pari a 9.100 m3/s.


Nella stagione secca a causa della riduzione della portata è possibile vedere le profondità della gola, che generalmente viene coperta dagli spruzzi. Negli ultimi hanno le autorità locali hanno deciso di aprire le cascate anche durante le notti di luna piena. Uno spettacolo magico. La cosa più impressionate è senza dubbio la gola, o meglio un vero e proprio baratro dove le acque precipitano, alla fine di essa il fiume ha formato una laguna profonda chiamata Boiling Pot (Pentola bollente), proprio per i vortici che si formano nella sua parte alta come una pentola in ebollizione appunto.





Un po' di storia
I primi abitanti dell'area furono i cacciatori Khoisa. Successivamente i Makololo scoprendo la maestosità delle cascate le chiamò Mosi-oa-Tunya. Il primo europeo a visitare le cascate fu l'esploratore scozzese David Livingstone il 17 novembre 1855, durante un viaggio in cui percorse lo Zambesi. Nonostante Livingstone avesse ammirato precedentemente le cascate Ngonye, rimase stupefatto di fronte alla potenza delle Vittoria. Nel 1860, Livingstone ritornò nella zona e fece degli studi approfonditi sulle cascate insieme all'esploratore John Kirk. Un altro dei primi visitatori europei fu l'esploratore portoghese Serpa Pinto. Non ci furono molte altre visite da parte di europei, fino a quando, nel 1905, la zona venne raggiunta da una linea ferroviaria.