11 novembre 2009

Lo stadio al centro del mondo


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MACAPA’ - La linea dell'Equatore lo taglia perfettamente a metà, dividendolo in due parti uguali e complementari. Esattamente lì, dove passa la linea di metà campo, dove la palla aspetta di essere calciata. Nell'emisfero sud o nord non importa. Lo 'Zerao' di Macapà, capitale del penultimo stato del nordest del Brasile, è l'unico stadio al mondo dove la linea del parallelo zero divide in due centrocampo, fuggendo attraverso le tribune del lato ovest in quella linea perfetta e immaginaria che accarezza il mondo circumnavigandolo. Lo Stadio è registrato come "Estadio Milton De Sousa Correa" è stato inaugurato il 17 ottobre del 1990.

Le autorità lo hanno dedicato ad Ayrton Senna. Gli abitanti lo chiamano con vari nomignoli, stadio dei due emisferi, stadio del centro del mondo, ma per tutto è lo Zerao. Il grande zero. La capienza massima è di 5000 spettatori, anche se le autorità giurano che il giorno dell'inaugurazione ce n'erano più di 10.000 a veder giocare Zico e la rappresentativa dei migliori giocatori della nazionale verde oro contro la squadra locale. Al lancio della monetina l'arbitro domanda ai capitani delle squadre: palla o emisfero? Dopo l'inaugurazione la ditta che faceva i lavori si fermò di colpo. I soldi erano finiti. Le promesse, della costruzione delle tribune del lato corto, non sono mai state onorate. E' uno stadio monco. Restano solo i piloni di cemento abbandonati alla furia del Rio delle Amazzoni che esonda spesso allagando lo Zerao. Restano le tribune laterali dipinte di un giallo smagliante. Il tetto è volato via durante una giornata di vento. Più che uno stadio somiglia ad una reliquia che gli abitanti di Macapà custodiscono con devozione. Dalle tribune lo sguardo si perde oltre il verde l'Amazzonia, in quel verde cangiante della foresta pluviale. Le 12 squadre della città, si dividono il terreno di gioco nel campionato dello stato dell'Amapà. Un numero esorbitante di società professionistiche, circa una per ogni 37mila abitanti.

Gli abitanti di Macapà sono fieri del loro stadio, ma ai loro occhi quella linea equatoriale che da immaginaria diventa visibile, ben marcata sul terreno dal gesso bianco che disegna il campo di calcio, non è solo un gioco che divide l'emisfero australe da quello boreale. E' la linea che divide il nord dal sud del mondo, l'America dal SudAmerica, la ricchezza dalla povertà. Dove, per un capriccio della latitudine, per un paradosso ai limiti dell'assurdo, la parte più ricca di natura, risorse, foresta, è quella meno sviluppata dell'emisfero. Come sei il continente fosse capovolto, messo a testa in giù. Palla o emisfero?, chiede dunque l'arbitro prima di una partita. Lo Zerao racchiude in sé tutta l'essenza di questo stato e della sua capitale. Forse del Brasile intero. Il suffisso accrescitivo (ao) che in italiano equivarrebbe a dire (one) ben si sposa con il niente. Forse, solo in questa città, che sorge nel nulla e che si nasconde ai depliant patinati delle mete turistiche, poteva essere costruito uno stadio come questo. Un grande stadio. Uno stadio zero.

10 novembre 2009

Cinque domande a Lucilla Agosti



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Milanese di nascita, Lucilla Agosti è attrice, conduttrice televisiva e radiofonica. Al cinema l'abbiamo vista in "La febbre" (2005), di Alessandro D'Alatri, "Il mercante di pietre" (2006), di Renzo Martinelli, e "Il seme della discordia" (2008), di Pappi Corsicato. Ai microfoni ha condotto, su Radio Monte Carlo, "RMC Magazine" insieme a Max Venegoni. Fra i mille lavori televisivi ricordiamo invece "Buona la prima" con Ale e Franz (Italia 1) e il "DopoFestival" al Festival di Sanremo 2008 dove ha affiancato Elio e le Storie Tese. Su All Music è stata protagonista del comedy-talk "Bionda anomala". Ancora in Rai, ma sulla seconda rete, ha condotto "Italian Academy 2", mentre al momento è impegnata con Alessandro Rostagno alla guida di "Scalo 76 Talent", show dedicato alla caccia di nuovi talenti in varie forme di spettacolo e intrattenimento.


Come si prepara per un viaggio?
Per scegliere la meta solitamente sfoglio riviste di viaggio finché non trovo un luogo che mi comunichi qualcosa in quel momento. Una volta scelta la destinazione cerco poi di informarmi su ogni aspetto geografico e culturale. Ad esempio ho una vera passione per le carte geografiche, mi piace calcolare le distanze, trovare i percorsi migliori, organizzare gli spostamenti con i trasporti locali. Ecco, una parte fondamentale della mia preparazione è svolta in questo modo. Ovviamente uso anche altri "strumenti" come ad esempio le guide di viaggio più specializzate, dalla Lonely Planet alla Guide du Routard.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Quello che veramente non manca mai è un libro. Magari non necessariamente a tema col mio viaggio, ma la lettura è per me davvero importante. Un'altra cosa, assolutamente pratica, sono i miei pantaloni thailandesi: comodi, ampi e... colorati.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore
Ne cito due e per motivi diversi. Ricordo il viaggio in Laos, il primo che ho fatto da sola, perché - proprio per questa ragione - ho assaporato un diverso scorrere del tempo. Quando sei solo in viaggio gestisci il tempo in modo più personale. Un altro viaggio importante è stato poi l'ultimo che ho fatto, in Madagascar. Su quell'isola ho provato un senso di serenità assoluta. Nei volti dei malgasci posso dire che ci sia il sapore di questa nazione: africana, ma non del tutto e anche molto orientale per le influenze avute in passato.

La colonna sonora ideale per questi due viaggi?
Penso che ogni musica vada bene in qualsiasi luogo perché collegata a un percorso interiore. Però faccio anche delle eccezioni. in Marocco ad esempio ho provato la sensazione di accoppiare uno stile a un paesaggio, pur con le dovute libertà. Infatti ascoltavo un tris di gruppi americani: I Woven Hand, i Calexico e i Giant Sand. Soprattutto i primi due, originari dell'Arizona, richiamavano nel loro sound paesaggi desertici. Certo altre sabbie in un altro continente, ma l'atmosfera era perfetta.

Il cibo più particolare che ha assaggiato
Io sono curiosa per natura e anche nella cucina cerco di assaggiare di tutto. Però una volta ho perso un'occasione di arricchimento e ancora me ne pento. Ero in Cambogia e al mercato della capitale, Phnom Penh, vendevano ragni giganteschi che i locali mangiavano con aria soddisfatta. Ecco, io non ce l'ho fatta, ma poi ho anche pensato che noi mangiamo i granchi, crostacei con zampe sporgenti, non molto lontani nell'aspetto da un ragno. In Madagascar ho assaggiato anche lo spezzatino di pipistrello.

Foto di Fabrizio Marchesi per Photomovie
Trucco e capelli di Rosita Grazioli per Pois
Abito di Parosh

Cinque domande a Alessandro Bergonzoni



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Attore, scrittore, regista, sceneggiatore, pittore, scultore. Difficile descrivere l'estro di Alessandro Bergonzoni se non definendolo un Artista con la A maiuscola. Un genio della parola, un funambolo del non senso, che osserva la realtà e la smonta in mille pezzi, per ricomporla mettendone in luce gli aspetti più assurdi, ironici, paradossali, divertenti. Come fosse in possesso delle "istruzioni per l'uso" della lingua italiana, ne conosce le più profonde potenzialità, e se ne prende gioco. Nato a Bologna nel 1958, si laurea in Legge, ma abbandona presto la carriera da giurista per dedicarsi al teatro e alla scrittura. Dal 1982 a oggi è stato protagonista di spettacoli teatrali, televisivi, radiofonici, e autore di libri e sceneggiature basati sul rifiuto del reale e l'esplorazione dell'assurdo. Negli ultimi anni ha dato sfogo alla passione per l'arte, dedicandosi al disegno e alla scultura. È di questi giorni l'uscita del suo primo libro sul tema, edito da Libri Scheiwiller: "Bastasse Grondare", una raccolta di segni, disegni e scritti che rappresenta un punto di arrivo e di ripartenza della sua personale ricerca artistica.

Come si prepara per un viaggio?
Si prepara a propria insaputa, cercando di non chiedersi e di non chiedere, lasciando alla sorpresa la pianificazione, all’insaputa il progetto, e ci si spia.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Partendo dal concetto che per viaggiare bisogna montarsi la testa, metto la testa comprensiva di occhi e orecchie, bocca e naso. Per quanto riguarda i libri, lo spazzolino e le guide, ci pensano loro a entrarci.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Sicuramente la prima esperienza in barca a vela, all’isola del Giglio. In Kenya, da ragazzo con la scuola, e i viaggi fantastici mai fatti ma continuamente vissuti nel presente, nel passato e nel futuro.

La musica che metterebbe nel suo iPod per rivivere le emozioni di quel viaggio?
In Kenya ascoltavo Barry White e rimetterei la sua musica. Ma senza troppe nostalgie, anche perché la musica la fanno i posti e non certo l’iPod.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
Sabbia del deserto, e vento quando ci rimasi davanti a bocca aperta.

9 novembre 2009

Lorella Cuccarini, la mia Africa


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LILONGWE - E' ancora la più amata dagli italiani, ma Lorella Cuccarini rimane sempre una persona umile, allegra e simpatica. Soprattutto pronta a mettere la sua popolarità e la sua anima al servizio dei più deboli, in questo caso le mamme e i bambini del Malawi. L'ha fatto durante alcuni viaggi in Africa nell'ambito di "Trenta ore per la vita", la campagna di sensibilizzazione che ha creato. Intanto, ha ripreso il lavoro di conduttrice e showgirl con "Vuoi ballare con me?" in onda su Sky.



Sono affetta da mal d'Africa, ma non quello che colpisce i turisti normali. Mi è venuto per altri motivi, per gli sguardi della gente e per le difficoltà che affrontano: questi mi sono rimasti nel cuore. Sono i ricordi più vividi del mio viaggio in Malawi per "Trenta ore per la vita", la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi per i bambini e le mamme più deboli, di cui sono madrina. Non è la prima volta che vado in Africa, sono stata già in Congo e in Mozambico, sempre per lo stesso progetto. Siamo andati a portare kit farmacologici che consentono di far nascere bimbi sani da madri sieropositive e di farli arrivare senza problemi sanitari ai diciotto mesi, anche attraverso un centro nutrizionale, allestito dalla Comunità di Sant'Edigio. Dopo il Mozabico, dove ho avuto la gioia di rincontrare bambini che avevamo aiutato a nascere lo scorso anno e che io chiamo i "figli di Trenta ore per la vita", sono stata in Malawi sempre con un gruppo di medici africani che si occupano localmente dell'associazione di cui sono socio fondatore.


Quando sono arrivata in questo paese poverissimo, sono rimasta scioccata da un effetto stridente: il nostro albergo, in stile inglese, era bello e aveva un sacco di depliant di luoghi meravigliosi, di parchi naturali e animali in libertà, tutte cose prettamente turistiche. Io invece sono andata in giro per i villaggi, dove spesso le case sono baracche, a parlare e accudire le donne incinte, quelle che avevano appena partorito e quelle con i bimbi piccoli: rappresentano una forza per questo Paese, sono state trattate come rifiuti solo perchè malate, ma qui riacquistano la loro identità, diventano per causa di forza maggiore culturalmente più evolute e aiutano a diffondere un messaggio positivo. Qui le condizioni sono difficili anche perchè è una zona dove piove molto e in certi periodi i medici non riescono nemmeno a raggiungere le pazienti, dove la gente non ha nemmeno da mangiare e i volontari consegnano cibo almeno una volta a settimana. Per questo i progetti dei centri Dream sono importantissimi: controllano che riescano a mangiare e a fare gli antivirali, occupandosi di mamma e bimbo fino ai suoi diciotto mesi quando diventa più forte.

Ho seguito da vicino sia le cure mediche, sia la consegna del cibo. Sono enormi emozioni. Nel cuore mi è rimasta Ortensia, una signora di sessant'anni che deve allevare il nipote di due anni: la figlia è morta poco dopo averlo dato alla luce, sano. Solo che Ortensia non ha risorse: mi raccontava che a volte non riesce a mettere insieme i due euro necessari per comprare l'acqua potabile dal vicino ed è costretta a bere quella piovana e inquinata. Solo due euro, come un nostro cappuccino e cornetto, quando qui cambiano la vita. Sono impatti e ricordi che mutano per sempre la scala dei valori di un occidentale. Questa è la mia vera Africa. Quando parti dall'Italia, sei pronta ad affrontare situazioni del genere, ti porti dietro una carica emozionale e l'ottimismo per essere grintosa e propositiva per il futuro. Anche così aiuti queste persone, diffondendo un nuovo messaggio e facendo vedere un altro lato dell'Africa. Praticamente, invece, mi sono organizzata portandomi dietro una valigia di gallette di riso: sapevo che non c'era da mangiare, che non esistono bar o ristoranti, così mi sono attrezzata.

Così come l'acqua: la compravo in albergo prima di uscire per le mie visite. Sono stati dieci giorni intensi, a contatto con i medici africani e i volontari: parlavamo inglese tra noi e c'era una ragazza che faceva da traduttrice con la gente del posto, che ha una lingua complicatissima e incomprensibile. Dopo un paio di viaggi in questi Paesi, impari ad affrontare la situazione e quando ci ritornerò, il prossimo anno, sarò ancora più brava nell'organizzarmi.

A Tel Aviv autunno con il centenario


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TEL AVIV – Un viaggio a Tel Aviv in autunno inoltrato è un'occasione per conoscere una città che si sta proponendo come la nuova meta turistica del Mediterraneo orientale, approfittando anche del clima mite. Farlo quest'anno ha poi un sapore particolare per i festeggiamenti del centenario ancora in atto che si protrarranno fino a dicembre. Fondata nel 1909 come insediamento agricolo da 66 famiglie, l'originaria Akhuzat Bayit prese poi il nome attuale l'anno seguente. Oggi Tel Aviv, soprannominata dai suoi abitanti "La città che non si ferma mai" è un centro cosmopolita attivo 24 ore al giorno, cuore dell’economia e della cultura nazionali, rigoglioso di cultura e divertimento con magnifiche spiagge, mercati tradizionali, esclusivi centri commerciali e una vita notturna frenetica.
La storia di Tel Aviv è poi ben più antica di un secolo: la sua linea di confine più a sud infatti, il porto di Jaffa (Yafo), vanta ben 5.000 anni di esistenza. L'atmosfera dell'importante compleanno poi si può ancora respirare per le strade, complice il clima mite che favorisce la vita all'aperto e la frequentazione delle spiagge. Su queste, che corrono per quasi quindici chilometri a orlare la corniche della città, le grigliate sono un rito rinnovato praticamente tutte le sere, prima di tuffarsi nella vita dei caffè e dei locali che restano aperti fino all'alba. L'anima moderna di Tel Aviv emerge dalla sua architettura che ha subito l’influenza di numerose correnti, tra cui la Bauhaus tedesca, le cui opere sono caratterizzate da forme geometriche pulite e asimmetriche, che si diffuse nella zona intorno agli anni Trenta del Novecento, concentrandosi in quelle che sono le attuali aree di Rothschild Boulevard e Dizengoff Center.

Ma esiste anche un nucleo più tradizionale, la già citata Akhuzat Bayit, che si estende da Montifiori Street a Yehuda HaLevi Street e che costituisce il nucleo storico della città, affiancato a ovest da Neve Tzedek. Questo è stato il primo quartiere ebraico esterno a Jaffa. Costituito nel 1887 e completamente rinnovato nel 1980, oggi è un luogo affascinante dove sono rimaste intatte molte delle costruzioni originali. Nei dintorni di Akhuzat Bayit, sono sorti numerosi palazzi nell’eclettico stile diffusosi qui negli anni Venti del Novecento, visibile a Nakhlat Binyamin e all’interno del "cuore della città", l’area triangolare che si estende tra Shenkin Street, Rothschild Boulevard e Allenby Street.



Agli amanti della cultura la città offre oltre 20 musei. I principali sono il Museo della Terra di Israele Eretz e il Museo d’Arte. Tra gli altri ricordiamo il Museo della Diaspora, delle Forze Armate Israeliane (Idf), il museo di Etzel, dedicato all’omonima organizzazione militare, il Museo dell’Haganah, l’istituzione da cui ebbe origine l’Esercito di Israele, il Museo della Palmach, l’élite della stessa Haganah, il Museo di Lechi, dedicato all’omonima organizzazione per l’indipendenza, e il Museo dedicato a Nachum Guttman, artista e scrittore nato in Romania, tra i primi allievi dell’Accadema di Gerusalemme, oltre che combattente nella Legione Ebraica durante la prima guerra mondiale. Tel Aviv è inoltre sede dell’Orchestra Filarmonica di Israele e della Compagnia Israeliana dell’Opera, oltre che della maggior parte di compagnie di danza e teatro nazionali. Da ricordare inoltre la casa del poeta e saggista ebreo di origine ucraina Chaim Nachman Bialik, dello statista David Ben Gurion, di Meir Dizengoff, protagonista del sionismo, il vecchio cimitero in Trumpeldor Street e la casa-museo dell’artista Rubin Reuven.

Un viaggio a Tel Aviv non può inoltre prescindere da una visita all'adiacente Jaffa. Le sue case di pietra e gli stretti vicoli ospitano oggi il pittoresco quartiere degli artisti e il centro turistico. Tra le sue attrazioni, vi è Gan HaPisga, il Summit Garden, con i suoi ristoranti, le gallerie, la passeggiata lungo il mare e le mura della città vecchia, il porto di pesca e il centro turistico nella vecchia corte. Vi sono anche alcuni importanti luoghi della cultura cristiana, tra cui la chiesa di San Pietro, del XVII Secolo, la casa di Simone il conciatore e la tomba di Tabitha, la donna che Pietro resuscitò dalla morte. Nei dintorni di Jaffa si trovano la torre dell’orologio di epoca ottomana, un vivace mercato delle pulci, e il quartiere di Ajami.




Appuntamenti d'autunno:

Danza
Il 16 e il 17 novembre Tel Aviv rinnova il suo appuntamento con il Festival della Danza. Giunto al suo terzo appuntamento, la manifestazione si inserisce ancora una volta nelle celebrazioni per i cento anni dedicati alla città più cosmopolita e moderna di tutta Israele. Si esibiranno ben 34 differenti compagnie provenienti da 16 differenti Paesi, tra cui l’Hubbard Street Dance Chicago, la Barak Marshall e la Compagnia Nazionale di Balletto Spagnola.
Info

Arte attraverso la città
Dal 9 settembre 2009 Tel Aviv e Jaffa hanno lanciato una biennale d’arte internazionale, principale evento artistico tra i festeggiamenti del centenario. La kermesse comprende decine di spettacoli, mostre e istallazioni, in varie parti della città. Artisti israeliani e stranieri saranno rappresentati in questo evento che dovrebbe far parte della scena dell’arte mediterranea, insieme alle biennali di Istanbul e Atene. Ingresso gratuito.

7 novembre 2009

Berlino, vent'anni dopo ancora regina


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BERLINO - Dopo vent'anni Berlino si ritrova ancora sotto i riflettori mondiali. Il 9 novembre del 1989 la città, allora simbolo delle divisioni politiche mondiali, perse il suo muro, anzi: il Muro. E oggi, a due decenni da quell'avvenimento, la metropoli tedesca, tornata nel frattempo capitale di una nazione riunificata, celebra il proprio giorno della memoria. La ricorrenza verrà ricordata con uno speciale "Festival della libertà", arricchito da ospiti mondiali. La serata si aprirà con un concerto all'aperto della Staatskapelle diretto da Daniel Barenboim in una sede speciale: la Porta di Brandeburgo, simbolo anch'essa della divisione artificiale nella quale era stata inglobata. Il resto della kermesse è all'insegna della simbologia con muri che crollano in uno spettacolo degno dei Pink Floyd. Fra le personalità presenti, l'ex ministro degli Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher e i premi Nobel per la Pace Kofi Annan, Muhammad Yunus e Mikhail Gorbaciov.

Le celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro diventano così l'occasione per uno sguardo alla città, che nel periodo in questione è diventata uno dei più frizzanti simboli europei per la cultura, la moda, l'arte, l'architettura e le tendenze. Vent'anni vissuti insomma all'insegna di un nuovo rinascimento tedesco, degno dei tempi di Bismarck. Dalla caduta del Muro, la trasformazione in progress, che ha riunificato l’anima cittadina, ha coinvolto i progettisti più significativi dell’architettura contemporanea, da Sir Norman Foster a Renzo Piano, da Jean Neuvel a Daniel Libeskind autore del Judisches Museum, il più grande museo ebraico d’Europa. Così vibrante nella nuova veste, piace la capitale tedesca per le sorprendenti architetture certo, ma anche per lo stile rinnovato del ben vivere. Dall’arte allo shopping, dall’ospitalità, che è un fiorire di hotel unici per charme e design, alla gastronomia con i ristoranti gourmet, che attirano fashionist e celebrità da tutto il mondo. La città si trasforma così in un palcoscenico all’avanguardia che non spegne mai le luci.

Un itinerario nella capitale tedesca dell’arte, della cultura e del divertimento non può che iniziare da Potsdamer Platz, cuore cittadino e centro della Neue Berlin progettata da Renzo Piano, e dal Sony Center: impossibile non mettersi a testa in su per ammirare la copertura a vela che sovrasta la struttura, opera futuristica dell’architetto Helmut Jahn. Ma anche la storia presocialista viene ricordata. A nord di Potsdamer Platz, lungo la Ebertstrasse, poco prima della Porta di Brandeburgo si incontra l’Holocaust Mahnmal, il memoriale dell’Olocausto: un’esplanade di 2.711 blocchi di cemento, progetto dell’architetto newyorkese Peter Eisenman. D’obbligo la visita al rinnovato Reichstag di Norman Foster: la grande cupola vetrata è percorribile internamente attraverso una passerella elicoidale. Un altro straordinario esempio di nuova architettura berlinese, tutta vetro e acciaio è la stazione centrale Hauptbahnhof che ospita 80 fra negozi, ristoranti e locali, realizzata dallo studio Gerkan, Marg & Partner. A pochi passi, in Invalidenstrasse 50-51, gli appassionati d’arte contemporanea di tutto il mondo si trovano alla Hamburger Bahnhof: l’ex stazione è stata convertita su progetto di Josef Paul Kleihues a importante galleria d’arte e location per eventi.

Anche nel vivere poi Berlino fa tendenza, e negli ultimi tempi l'energia metropolitana si è spostata verso est, nel Mitte. Oggi questo è il quartiere più dinamico della città, dove si concentra una popolazione di creativi, artisti e nottambuli. Oltrepassata la Porta di Brandeburgo, percorrendo il viale Unter den Linden, si arriva all’Isola dei Musei, dove ha riaperto da poco il Neues Museum, ma dove si può visitare anche il Deutsche Guggenheim. Per non parlare dello Schönhausen Palace, nel sobborgo di Pankow, già residenza nel 1660 della contessa prussiano-olandese Sophie Dorothea zu Dohna e poi usato dall'imperatrice Elisabetta Cristina, moglie di Federico II di Prussia come residenza estiva. Il palazzo riaprirà a metà dicembre.

Il Festival dell'Opera a Wexford



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WEXFORD - "One opera for the head, one for the heart and one for fun". Questa l'idea che guidò Tom Walsh, medico, e Sir Compton MacKenzie, nobile inglese, quando nel 1951 diedero vita alla prima edizione del Festival dell'Opera di Wexford. Da allora, ogni fine ottobre, questa piccola città di mare a un paio d'ore d'auto da Dublino, ha sempre rispettato la mission dei padri fondatori promuovendo un festival che con gli anni è diventato uno degli eventi musicali più prestigiosi d'Irlanda. Se le prime edizioni erano allestite da gruppi di volontari e si celebravano nella sala che abitualmente veniva usata come cinematografo, oggi il festival ha come location l'avanguardistica Opera House: due sale da quasi ottocento posti e una spettacolare vista sul porto.

Una innovazione necessaria perchè ogni edizione ormai sbiglietta parecchie migliaia di ticket. A richiamare così tanta gente anche il fascino di Wexford, capoluogo di una contea ricca di storia. Fondata dai vichinghi è conosciuta da tutti gli irlandesi per il tremendo massacro che nel XVII secolo gli inglesi di Cromwell perpetrarono sui locali. Visitare oggi Wexford significa perdersi nei suoi vicoli medievali e lasciarsi ammaliare dalla luce che avvolge i pescherecci lungo la banchina. Ma significa anche immergersi nei giardini del Johnstown Castle e ripercorrere la storia degli avi degli odierni irlandesi visitando l'Irish National Heritage Park. E significa soprattutto cercare un incontro ravvicinato con gli uccelli e con le foche che vivono nella Wexford Wildfowl Reserve, una delle oasi naturalistiche più importanti del paese. Se in inverno qui non è difficile avvistare stormi di oche white-fronted (un terzo dell'intera popolazione mondiale sverna qui) ogni fine ottobre al Wexford Opera Festival ci si può imbattere in qualcosa che è decisamente più difficile incontrare. Peculiarità del festival infatti è rappresentare non le opere celebri, ma quelle dimenticate o meno note, portandole in scena con allestimenti originali che generano dibattiti molto accesi tra i melomani presenti in sala.

Lo scorso anno, per esempio, venne rappresentato "Il signor Bruschino", un'opera buffa di Rossini, ambientata in uno studio televisivo a metà strada tra 'Il grande fratello' e un gioco a quiz, con tanto di sensuali ballerine e concorrenti litigiosi. Nulla in confronto alla chicca dell'edizione 2009: la prima europea de "Il fantasma di Versailles" di John Corigliano, compositore statunitense presente in sala (fatto raro per un'opera lirica). La musica è un frullato tra i cui ingredienti si riconoscono Mozart, Bernstein, Rossini, Gilbert O'Sullivan e persino un po' di Arabesque. I protagonisti dell'opera sono un vero e proprio circo umano, partorito dalla mente creativa del librettista William B. Hoffman. Basato su "La mère coupable" di Beaumarchais, il Goldoni francese dai cui lavori sono stati ricavati libretti di opere celeberrime come "Le nozze di Figaro" e "Il barbiere di Siviglia". Ed è proprio lui uno dei protagonisti del lavoro di Corigliano, ambientato ai tempi della Rivoluzione Francese. Innamorato di Maria Antonietta il fantasma di Beaumarchais utilizza una sua creazione letteraria, Figaro, per cercare di cambiare il corso della storia ed evitare la mannaia che incombe sul collo della donna per cui ha perso la testa... Sul palcoscenico si susseguono spie rivoluzionarie, figli illegittimi di contessine gaudenti, sultani... e persino un cammello di plastica (in scala 1 a 1) montato da un'odalisca.

Non mancano le ballerine del ventre e alcune scene degne dei miglior video dei Frankie Goes to Hollywood, come quando Figaro si traveste da donna. C'è spazio anche per un bacio saffico e per una damina con tanto di frustino sado-maso. Un'odalisca si concede persino una rivisitazione del moonwalk, il celebre passo di danza di Michael Jackson. Uno spettacolo più da Broodway che da Regio di Parma. Farebbero bella figura ovunque i protagonisti di 'Singing and swinging', una competizione di musica da pub che si celebra negli stessi giorni dell'Opera Festival. Location ovviamente i pub locali, un esercizio commerciale che a Wexford è secondo solo alle farmacie (...non mi è dato sapere il perché di un così alto numero di venditori di pastiglie e supposte). E' una competizione dove si sfidano le migliori band locali suddivise in tre categorie: 'singing' (tradizionali irlandesi cantati a cappella), 'swinging'(band pop, simili a quella del film "The Committment") e 'variety' (sketch e satira politica). Per ogni gruppo mezz'ora secca di show. Poi la Guinness scorre a fiumi tracimando dai boccali...

6 novembre 2009

Il Vasa, Titanic svedese XVII secolo



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STOCCOLMA - Questa storia parla di Svezia e di legno, ma non c’entra l’Ikea. Soprattutto perché l’altro grande protagonista della vicenda è il mare. Immaginate quindi un immenso veliero tirato in secca, costruiteci intorno un edificio che lo protegga dai rigori climatici, aggiungete un pizzico di efficienza e precisione e il risultato sarà il Vasamuseet a Stoccolma. Questo museo è un hangar particolare, concepito per l’esposizione di una delle navi più grandi della storia. Un Titanic ante litteram nato per battere i record, ma che, come lo sfortunato transatlantico, fece naufragio nel viaggio inaugurale.



Per calarci in questa vicenda dobbiamo tornare indietro di quattro secoli, all’inizio del 600. In quell’epoca le potenze, per forza di cose solo europee, erano altre rispetto a oggi. C’era ad esempio la Spagna, grande protagonista delle prime esplorazioni oltremare, c’era l’Olanda, da poco anche l’Inghilterra, che nessuno avrebbe più fermato per almeno altri trecento anni. E c’era anche la Svezia di re Gustavo II Adolfo. E per assicurarsi il dominio militare e commerciale, le potenze di allora dovevano prevalere nella marineria, come quelle del secolo scorso furono obbligate a eccellere prima nell’aeronautica e poi nella corsa allo spazio. La Svezia pensò quindi di mettere in cantiere una nave come non se ne erano mai viste prima: più grande, più bella, più veloce che portasse le insegne gialloblu dell’impero in giro per il mondo, e che soprattutto lanciasse un segnale chiaro agli odiati russi e polacchi. Il veliero si sarebbe chiamato Vasa, come la casa regnante e lo stesso re Gustavo II Adolfo si rese protagonista della costruzione con continue assillanti richieste che fecero impazzire i progettisti. Il risultato fu sicuramente imponente: una nave con una murata altissima e un doppio ponte imbottito di cannoni. Ma questa imponenza nascondeva la debolezza che fu all’origine del disastro. Il Vasa era troppo alto per le sue dimensioni e di conseguenza aveva un baricentro instabile. Questo, nonostante i mastri di cantiere lo avessero già sospettato, si sarebbe tragicamente scoperto il giorno del battesimo.

Il 10 agosto 1628 il Vasa issò le vele per il viaggio inaugurale poco al largo del porto di Stoccolma. Ma dopo poche miglia di percorso, una folata di vento lo fece inclinare da un lato. Anche se i timonieri riuscirono a raddrizzare la nave, una seconda raffica la inclinò nuovamente e l'acqua iniziò a entrare nello scafo attraverso i portelli dei cannoni. Il veliero affondò molto rapidamente, adagiandosi su un fondale fangoso poco profondo. Il relitto, dopo il recupero immediato dei materiali più preziosi, venne praticamente dimenticato. Almeno fino al 1956, quando l’archeologo navale Anders Franzén pensò alla possibilità di recuperarlo e di far rivivere questa sfortunata e poco nota pagina della storia svedese. Con le tecnologie ben più moderne a disposizione e il fondamentale aiuto della marina militare, Franzén riuscì dapprima a localizzare il Vasa (persino il luogo preciso del naufragio era stato dimenticato) e poi a studiare un piano per riportarlo in superficie. E qui bisogna precisare che le particolari condizioni di temperatura, salinità e concentrazione di ossigeno del Mar Baltico, avevano consentito allo scafo di preservarsi perfettamente per quasi trecento anni.

L’abbandono definitivo dall’abbraccio del mare avvenne il 24 aprile del 1961. Dei presunti cinquanta morti nel disastro si ritrovarono presso il relitto solo 15 scheletri. Lunga è stata l’opera di restauro, per la quale si è potuto utilizzare in gran parte materiale originale che – come detto – si era ben conservato. Alla fine, l’imponente e poco gloriosa nave Vasa venne alloggiata nella sua nuova casa: il museo progettato da Göran Månsson e Marianne Dahlbäck, inaugurato nel 1990. All’interno il colpo d’occhio è fenomenale con un camminamento che corre a vari livelli intorno all’unico vascello del XVII Secolo ancora esistente. E fuori dal tetto si possono scorgere le estremità degli alberi che segnalano la struttura da lontano. Anche la collocazione è suggestiva: il museo si trova infatti nei giardini di Djurgården, di fronte a quel mare che il Vasa per poco aveva solcato.

Insolita Stoccolma, in ostello tra velieri e jumbo



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STOCCOLMA - Sarà che questa città ne è la capitale, sarà che le location sono cool, tanto per inseguire un inglesismo fin troppo caro alla comunicazione di oggi, ma gli ostelli sono un'identità vera e propria di Stoccolma, capaci di stupire con le loro infinite varianti. E sono anche sempre pronti a soddisfare le esigenze dei viaggiatori di tutti i tipi: da chi vuole provare il brivido di dormire in posti strani, fino a chi cerca una comoda sistemazione low cost senza dover rinunciare a comodità e pulizia. Siamo dunque lontani dall'idea tipica di un luogo da saccopelisti: caotico, generalmente poco pulito, destinato a un pubblico giovane, squattrinato e con una fortissima capacità di adattamento. Oggi dormire in ostello è diventato quasi un obbligo almeno per chi viaggia nell'Europa del nord.

Nella capitale svedese ce n'è davvero per tutti: dal dormire nelle celle di un carcere fino alla cabina di un Jumbo, parcheggiato all'aeroporto, e perfino dentro un veliero per chi volesse provare l'ebrezza alla Russel Crow in Master and Commander. Capita così che volendo concedersi una tre giorni a Stoccolma, cercando un alloggio, accanto ai lussuosissimi alberghi a cinque stelle, alle varie catene di hotel a basso costo, compaia, la voce ostello. Uno dei più affascinanti è il Jumbo Hostel, situato all’interno dell’aeroporto di Arlanda. Si tratta di un vero Boeing 747 costruito nel 1976, che dopo aver prestato servizio per diverse linee aeree è stato completamente svuotato e riallestito per ospitare camere private, e servizi comuni. Il tutto senza tradire il concetto di sfruttamento ossessivo dello spazio che normalmente regola la progettazione di un velivolo di linea. Particolarmente suggestiva quella che viene definita come "suite", allestita all’interno di un ambiente angusto come quello della cabina di pilotaggio, e che si compone di due semplici letti affiancati.

Tutt'altra atmosfera si respira invece al Langholmens Vandrarhem, un ostello-albergo-museo con annesso parco. La struttura originale era un carcere costruito a metà del 1800 nel quartiere di Södermalm, un tempo considerato pericoloso e malfamato e oggi completamente rivalutato fino a diventare uno dei più trendy e modaioli di Stoccolma. Si può dormire all’interno delle vecchie celle, che, anche se completamente riarredate, hanno conservato quel che di carcere: mura spesse, finestre alte e con grate, piccole e solidissime porte di legno con spioncino, e quant’altro. A completare la struttura, che ospita anche alcune camere in regime di albergo, c’è un museo aperto all’inizio del 2000 quando tutta la struttura è stata recuperata. Il museo è dedicato al carcere stesso e ai suoi ospiti originali.

Tuttavia l'ostello più tipico e ormai un classico del panorama cittadino è senza dubbio il veliero Af Chapman. E’ situato in posizione centrale e già da lontano, passeggiando lungo le acque antistanti il palazzo reale si Stoccolma, è possibile vederlo solitario contro un fondo di vegetazione fittissima che in autunno sfuma in tutte le tinte del giallo, del rosso e del marrone. L’ultima dimora della nave è l'isoletta di Skeppsholmen che ospita anche il museo d’arte moderna e quello dell’architettura. Su quest'isola, in pieno centro, sorge anche una struttura collegata, ma più terrestre. Il grosso delle camere è ospitato infatti all’interno di un edificio della fine del '700, nato originariamente come deposito per le squadre di pompieri di stanza presso il Palazzo Reale. Qui c'è la reception con annesso bar, la cucina e le sale comuni (non manca un enorme tavolo da biliardo) e tra le stanze splende una camerata ricavata nel sottotetto. Non sarà il massimo in termini di comfort ma il fascino è indiscutibile.

Il pezzo forte però è fuori, attraccato a pochi metri dalla banchina, cui è stato saldamente agganciato per evitare movimenti fastidiosi, c’è il vero Af Chapman. Il veliero fu costruito nel 1888 e, con il nome di Dunboyne, doppiò Capo Horn e il Capo di Buona Speranza battendo bandiera inglese e norvegese. In seguito divenne nave scuola presso Göteborg, prima privata e poi acquisita dalla Marina Militare Svedese, la stessa che dopo la Seconda guerra mondiale, ritenendo ormai conclusa la storia di questa imbarcazione, la vendette alla città di Stoccolma. A questo punto la felice intuizione del Touring Club nazionale permise la realizzazione dell’ostello della gioventù al suo interno.Anche qui si hanno camere di diverse grandezza, le più economiche da quattro persone sono dotate di servizi comuni ma lavandino privato, mentre le più esclusive sono al massimo doppie e non sono numerate. Tuttavia ciascuna ha un nome, legato a quella che era la sua storia. Dalla cabina del cuoco a quella del timoniere. Se poi volete concedervi una notte in solitudine, sognando terre lontane o le rotte della Compagnia delle Indie, potete sempre prenotare la cabina del capitano, non ve ne pentirete.

5 novembre 2009

A casa sull'Isola di Pasqua


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Viaggia tantissimo, per passione e per lavoro. Sempre alla ricerca di misteri, storie e curiosità da raccontare agli spettatori di "Voyager". Roberto Giacobbo, laureato in economia e commercio, giornalista, scrittore, autore televisivo e radiofonico, presenta su Raidue il 21 settembre 2009 uno speciale di "Voyager, ai confini della conoscenza", sulla fine del mondo secondo il calendario Maya, ovvero il 21 dicembre 2012. Lo stesso argomento che Giacobbo ha sviscerato in "2012 la fine del mondo?", il suo ultimo libro, un enorme successo editoriale. A breve inizieranno anche le nuove puntate della quindicesima serie di "Voyager".
"Solo negli ultimi tempi, per realizzare il programma, ho fatto innumerevoli viaggi: ho girato le isole Bermuda in lungo e in largo, sono stato in Normandia, in Giappone, in Gran Bretagna e in Sudamerica nella mitica Tiahuanaco. Ormai vivo su un aereo! Però se c'è un posto che mi è rimasto nel cuore quello è l'Isola di Pasqua. E' l'ultimo avamposto nell'oceano abitato, uno si sente lontano dal mondo e da tutto. Lì mi è successa una cosa stranissima: di solito, nei Paesi che visito, vengo preso dalla nostalgia dell'Italia, di casa mia dove sto molto poco, della mia famiglia, di mia moglie e i miei figli.

Invece sull'Isola di Pasqua la voglia di tornare si è affievolita. L'incoscio pensava di essere a casa perchè l'interno dell'isola è tutto colline, vigne, mucche al pascolo e cavalli in libertà. Ricorda moltissimo l'Umbria e la Toscana: per questo mi sentivo a casa. Anche se ci sono tre vulcani e alcune piante non tipicamente italiani. Ma è stato davvero sorprendente. Sono anche uno dei pochissimi che ci è stato due volte perchè ho registrato due puntate del programma, andate in onda in passato.

Non è semplice visitare quest'isola sperduta nell'oceano, anche se ci sono attrezzature turistiche, come alberghi e resort. Resta un posto magico e ancora tutto da studiare. Io sono affascinato dall'archeologia e mi piace raccontare civiltà poco conosciute, a volte nemmeno scoperte come si deve. E Pasqua con le sue statue giganti, i Moai, è ancora un mistero da esplorare".

Abbey Road, la strada della musica


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LONDRA - Prendete un palazzo georgiano, nell'elegante quartiere londinese di Saint John Woods. Basta il solo indirizzo a parlare di Rock, di quello con la maiuscola, per più motivi di quanti il solo nome possa evocare: Abbey Road. Se non si trova il cartello, non è un fatto così strano, dato che è il più rubato del Regno Unito. Tra quelle mura sono stati registrati alcuni degli album più importanti della storia della musica, come "Wish you were here" e "The dark side of the moon" dei Pink Floyd.

Hanno inciso anche, tra gli altri, Queen, U2, Radiohead, Police, ma qui ha visto la sua nascita anche la colonna sonora della trilogia di Guerre Stellari e più di un lavoro del maestro Ennio Morricone. E poi ci sarebbe quell'album, di quel gruppo di Liverpool praticamente sconosciuto ai più. Ah, sì: "Abbey road" dei Beatles. Dal 1969, anno di uscita di quello che può essere considerato l'ultimo album in studio della band, gli studi di registrazione di proprietà della casa discografica Emi sono di fatto diventati un tutt'uno col nome degli "scarafaggi" di Liverpool. E dire che il disco nacque per caso, a pochi mesi dal concerto tenutosi sul tetto dello stesso studio. In realtà la band stava lavorando alla realizzazione di un altro disco, chiamato "Get back". Dati i problemi societari della Apple, la loro società, e personali, come ad esempio l'abuso di eroina da parte di John Lennon, si decise di registrare un numero sufficiente di canzoni a coprire un lato del disco entro il mese di giugno del '69, termine che lo stesso Lennon aveva richiesto per proseguire con la campagna pacifista intrapresa con la moglie Yoko Ono.

Il piano non riuscì e prima dell'estate vennero registrati solo 3 brani. A complicare le cose, i difficili rapporti tra i musicisti e il fatto che quasi mai registrassero insieme. Nonostante l'avventura travagliata, "Abbey Road" resta uno dei dischi fondamentali, che vede una struttura assolutamente inedita per il gruppo e che servirà da apripista per gran parte degli album del decennio successivo: dopo l'indicazione del produttore George Martin a "pensare in maniera sinfonica", il lato B di "Abbey Road" è un lunghissimo medley di otto brani senza pausa, a cui fa seguito la ghost track "Her Majesty". Il lato A è invece ospita alcuni dei brani più famosi del quartetto, a partire da "Come Together", un cavallo di battaglia di Lennon anche nella sua carriera solista, fino a "Here comes the sun" e "Something" i pezzi più famosi firmati da George Harrison e "Octopus Garden", nato da un'idea di Ringo Starr dopo una vacanza in Sardegna.

Che questo sarebbe stato l'ultimo album dei Beatles lo sapevano solo i componenti della band e pochi collaboratori. E quasi nessuno immaginava che la fotografia di copertina, scattata da Ian McMillan l'8 agosto di quell'anno sarebbe diventata un cult e un mistero. Il mistero è quello che vede proprio in quella immagine una serie di prove della morte di McCartney. Come il fatto che lui fosse l'unico ad attraversare scalzo (si giustificò dicendo che aveva le scarpe, ma per colpa del caldo decise di toglierle all'ultimo momento. Ma l'asfalto non era dunque caldo?), oppure che la targa del maggiolino indichi 28, l'età che avrebbe avuto il "vero" Paul al momento della registrazione del disco. L'aura di mistero non ha fatto che aumentarne il fascino, tanto che è stata ripresa da band come Red Hot Chili Peppers in "The Abbey Road EP", con la differenza che i quattro rocker attraversano coperti solo da uno strategico calzino. Niente a che vedere con l'eleganza british dei baronetti. Vivi, o morti.

4 novembre 2009

Città estreme: Ushuaia porta del Sud



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Città estreme, alla fine del mondo e delle terre abitate. Al di là i ghiacci e il Polo. Danno un senso di avventura e di esplorazione, i loro limiti sono sconfinati e hanno un carisma particolare. Ushuaia in Argentina e Honnigsvåg in Norvegia: diverse come l'Antartide e l'Artide, come il Polo Sud e il Polo Nord, ma uguali nel far provare al visitatore quella sensazione di essere alla fine del mondo.

USHUAIA - Ci si sente davvero in fondo al pianeta Terra a Ushuaia, con le montagne che la circondano e l'acqua grigia del Canale di Beagle su cui si affaccia. Proprio sulla punta estrema della Terra del Fuoco, in Argentina, a tremila chilometri da Buenos Aires, c'è questa deliziosa cittadina, la più meridionale del mondo.

Piccola, ma in continua espansione con nuovi quartieri, grazie all'industria del turismo, Ushuaia è rannicchiata contro i monti: le strade salgono in vertiginose arrampicate e scendono a strapiombo sul mare, ricordando quasi una San Francisco in miniatura. Il cielo spesso plumbeo non le toglie fascino, anzi. Ushuaia è una cittadina gioiosa e piena di vita: nei volti degli abitanti, la maggior parte giovanissimi e figli dei coloni arrivati da altre parti dell'Argentina prima per lavorare alla prigione (ora diventata museo Marittimo) che ospitava 380 detenuti, condannati a fare i tagliaboschi fino al 1947, e poi per le trivellazioni petrolifere e per il turismo sempre più crescente. In fondo, Ushuaia, che sorge su un'isola sulla Terra del Fuoco, divisa dal continente dallo stretto di Magellano e protesa verso Capo Horn e l'Antartide, è ricca di attrazione.

Non solo perchè si trova alla fine del mondo, come ripetono a più non posso i depliant locali, ma anche perchè ha saputo sfruttare la sua posizione di città sospesa nel nulla. Nel suo porto, nella baia poco profonda alle pendici del monte Martial, sono ancorate le imbarcazioni che portano a visitare il Canale di Beagle con i suoi isolotti ricchi di fauna, dai cormorani ai leoni marini, e il faro più a sud del mondo. E' una delle tante escursioni che partono da qui, insieme al "Treno della fine del mondo", che conduce nel parco nazionale Lapataia, dove vivono indisturbati i castori. Oppure si può fare un "giretto" sul ghiacciaio più vicino o una visita a una riserva di pinguini.

Totalmente immersa in una natura primitiva, la città ha tramonti che sembrano non finire mai, luce radente, venti forti e violenti, praterie sconfinate e boschi che iniziano fuori l'abitato: Ushuaia ha qualcosa di spettrale nel suo dna. Una caratteristica che ben si coniuga con i ristoranti affollati che si affacciano sul mare dove si possono gustare le specialità del luogo, soprattutto il granchio gigante, e nella strada principale, un susseguirsi di negozietti di ogni genere che vendono l'artigianato regionale, dalla lana delle Ande ai manufatti d'argento e alla marmellata di calafate, una preziosa bacca che cresce solo in Patagonia. Tutto a prezzo speciale, perchè è un porto franco a due passi dal Polo Sud.

Le cascate Vittoria, tra fumo e tuoni



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Chi nasce con i canti africani nelle orecchie, sentirà raccontare una storia. Una di quelle che possono essere tutto, leggenda o favola, chi lo sa, ma da queste parti si può anche credere che siano vere. Forse perché siamo in Africa forse perché le Victoria Falls, sono uno spettacolo naturale che seduce e affascina come pochi altri posti al mondo. Le storie da queste parti dicono che le cascate, e i fiumi e i laghi perfino appartengono o meglio sono di Oxum, la divinità più importante del pantheon degli dei Africani. Si trovano lungo il corso del fiume Zambesi esattamente al confine tra lo Zambia e lo Zimbabwe.

Patrimonio dell'umanità protette dall'Unesco, le cascate sorgono in due parchi nazionali, il Mosi-oa-Tunya National Park in Zambia e il Victoria Falls National Park in Zimbabwe, e sono oggi una delle attrazioni turistiche più importanti del continente africano. I parchi ospitano elefanti, bufali e giraffe e anche colonie di ippopotami, mentre nel Mosi-oa-Tunya si possono ammirare anche i rinoceronti bianchi. Il nome locale delle cascate è Mosi-oa-Tunya, ovvero fumo che tuona, ma quando David Livingstone, le visitò nel 1855, decise di dare loro il nome dell'allora regina d'Inghilterra, la regina Vittoria. E anche se fumo che tuona è certamente un nome che evoca emozioni più forti di Vittoria, le cascate non perdono il loro fascino.

Situate in una profonda e strettissima gola, che permette di ammirare tutto il fronte della cascata dall'altra sponda, esattamente davanti al salto, le Victoria Falls sono una meraviglia naturale. La loro potenza è incredibile: il fronte di 1.700 metri scarica nella gola a circa 100 metri più in basso una potenza di acqua pari a 1.088 m3 al secondo, secondo il sito ufficiale. Sempre secondo i dati ufficiali il massimo volume di acqua toccato è stato 7.079 m3 al secondo.
E nella stagione delle piogge, il fiume scarica una quantità d'acqua pari a 9.100 m3/s.


Nella stagione secca a causa della riduzione della portata è possibile vedere le profondità della gola, che generalmente viene coperta dagli spruzzi. Negli ultimi hanno le autorità locali hanno deciso di aprire le cascate anche durante le notti di luna piena. Uno spettacolo magico. La cosa più impressionate è senza dubbio la gola, o meglio un vero e proprio baratro dove le acque precipitano, alla fine di essa il fiume ha formato una laguna profonda chiamata Boiling Pot (Pentola bollente), proprio per i vortici che si formano nella sua parte alta come una pentola in ebollizione appunto.





Un po' di storia
I primi abitanti dell'area furono i cacciatori Khoisa. Successivamente i Makololo scoprendo la maestosità delle cascate le chiamò Mosi-oa-Tunya. Il primo europeo a visitare le cascate fu l'esploratore scozzese David Livingstone il 17 novembre 1855, durante un viaggio in cui percorse lo Zambesi. Nonostante Livingstone avesse ammirato precedentemente le cascate Ngonye, rimase stupefatto di fronte alla potenza delle Vittoria. Nel 1860, Livingstone ritornò nella zona e fece degli studi approfonditi sulle cascate insieme all'esploratore John Kirk. Un altro dei primi visitatori europei fu l'esploratore portoghese Serpa Pinto. Non ci furono molte altre visite da parte di europei, fino a quando, nel 1905, la zona venne raggiunta da una linea ferroviaria.

3 novembre 2009

A spasso con Maria Stuarda



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EDIMBURGO - Si respira la Storia ad ogni passo. Il Royal Mile, il miglio reale, che porta dal Castello al palazzo di Holyrood, è proprio al centro della città e a ogni angolo svela un mistero. Edimburgo vive sulla sua atmosfera da brivido e sui fantasmi che popolano i suoi luoghi segreti. Percorrere a piedi e con calma il Royal Mile è una piacevole sensazione senza fine. Sembra di essere catapultati a quando la Regina Maria Stuarda passava qui i suoi ansiosi momenti su un trono vacillante e in vista di una brutta fine, "giustiziata" dalla cugina Elisabetta I.

Tutto a Edimburgo, con i suoi muri grigi e le sue strade acciottolate riporta a quell'epoca. Per scoprire il cuore di questa città si può partire dal Castello: cittadella a lungo contesa, arroccata a 135 metri di altezza, merita una visita per la magnifica vista e per i tesori conservati, come nella Crown Room, con i reperti della storia scozzese fra cui la pietra sacra dove furono incoronati tutti i re scozzesi. Ma quella che entusiasma di più è una semplice stanza d'angolo a pianterreno: qui nel 1566 Maria Stuarda diede alla luce Giacomo, colui che divenne, grazie a una complicata retedi parentele e discendenze, il successore di Elisabetta I, unendo i regni di Scozia e Inghilterra.

Usciti dal castello c'è subito l'immensa Esplanade: in questa enorme piazza si svolgono ad agosto le parate del Military Tatoo, con bande militari di tutto il mondo. E' qui che inizia il Royal Mile: ogni centimetro quadrato è carico di storia, anche se spesso nascosta dai tanti negozi di souvenir. Basta qualche passo, uno sguardo a destra e uno a sinistra, fare qualche deviazione in uno dei tanti vicoli che lo costeggiano e improvvisamente ci si trova nei closes, ovvero i cortili di Lawnmarket, circondati da palazzi di valore architettonico e ognuno portatore di una vicenda misteriosa.

Ritornati sul miglio reale finalmente si ha davanti uno spiazzo con la St Giles' Cathedral, la maestosa cattedrale di Edimburgo. Una visita all'interno è imperdibile, soprattutto per la deliziosa Thistle Chapel, la Cappella dell'Ordine del Cardo: se si è fortunati si può anche ascoltare splendidi concerti di musica classica. Appena si danno le spalle alla cattedrale, si trova qualcosa di più prosaico: Mercat Cross, un'edicola gotica che ricorda il luogo dove avvenivano le esecuzioni. Proprio qui, partono ogni sera i tour del brivido attraverso i vicoli nascosti e i cimiteri della città, alla ricerca dei tanti fantasmi che popolano Edimburgo. Intanto, prima che cali la sera, ci si può avventurare ancora sul Royal Mile: questo è il lato chiamato "High street", pieno di ristoranti, pub e palazzi storici come la casa di John Knox, il padre della Riforma protestante scozzese.

Proprio all'angolo dove c'è l'abitazione, si incrocia un grande strada: a sinistra un ponte porta alla zona moderna di Edimburgo e alla Prince Street, che con i suoi negozi è la mecca dello shopping. Ma per chi non è sazio di storia, il Royal Mile non è finito. Scendendo ancora si trovano negozi d'epoca, musei, vecchie traverse, palazzi e chiese. E' il lato detto "Canongate" e termina nella sontuosa costruzione di Holyrood. E' la residenza dei reali britannici in Scozia e se prendete l'audioguida per iniziare la vostra visita all'interno verrete accolti dalla voce del principe Carlo. Ma soprattutto Holyrood è il cuore della storia scozzese: qui fu incoronato Carlo I, qui visse Maria Stuarda, qui nella sala da pranzo (rimasta intatta) la regina vide morire sotto i suoi occhi il fidato segretario David Rizzio, in una congiura che segnò il futuro della sfortunata signora.

Di curiosità ce ne sono molte: dal bagno privato della regina allo splendido parco che circonda il palazzo, alle rovine dell'abbazia. Il miglio reale si conclude alla cancellata del palazzo, ma Edimburgo e i suoi misteri continuano ai piedi del castello, con Grassmarket disseminato di eventi sinistri, tra cimiteri e forche. Per riposarsi e togliersi di dosso l'atmosfera gotica ci si può rilassare negli ampi giardini sotto la rocca del castello e magari dare un'occhiata alla National Gallery of Scotland, il museo che ospita una delle collezioni artistiche più belle della Gran Bretagna, tra opere di Raffaello, Tiziano, Velasquez e Rembrandt. Per altro, l'entrata al museo è gratuita.

Galapagos, un paradiso da conservare


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Le Isole Galapagos uno degli ultimi paradisi sulla terra, un ecosistema tanto affascinante quanto delicato. Esplorato e studiato dal celebre naturalista Charles Darwin nel 1835, l'arcipelago ha cercato di mantenere quasi intatto negli anni il patrimonio di flora e fauna. Ma il rischio di perdere tutto c’è sempre. Nel 1999 la rivista National Geographic lanciava l’allarme "Galapagos un paradiso in pericolo". Cosa è cambiato da allora?


Siamo sull’aereo che da Guayaquil ci porta all’Isola di Baltra – l’aeroporto delle Galapagos – e sorvolando l’Oceano Pacifico pensiamo che tra poco potremo finalmente atterrare su uno degli ultimi paradisi rimasti sulla terra. Giunti sull’isola la prima sorpresa è l’aeroporto che in realtà è solo una pista di atterraggio con accanto una costruzione che ricorda molto un chiosco da spiaggia. Ci vengono controllati i bagagli e quella che sembra una fastidiosa formalità, è in realtà una cosa molto importante. Per salvaguardare, infatti, il delicato ecosistema delle isole è assolutamente vietato introdurre cibo, piante, animali all’interno del Parco Nazionale. Usciti dall’aeroporto siamo condotti alla banchina e rimaniamo sorpresi nel trovare ad accoglierci sul molo una famiglia di leoni marini. A bordo di un gommone ci dirigiamo verso la nave.

È iniziata la nostra avventura fuori dal tempo e così – accompagnati dalla guida – incominciamo a visitare le isole: Sobrero Chino, Santa Cruz, Floreana… lande quasi deserte, abitate solo da tantissimi animali che sembrano sopravvissuti alla preistoria come l’iguana – uno dei simboli delle Galapagos – che con lo sguardo fiero si riposa all’ombra di un cactus. Gli animali alle Galapagos non hanno paura degli uomini e così si può osservare da vicino una Sula dalle zampe azzurre che cova il suo uovo per terra a lato del sentiero.
Assistiamo poi allo spettacolo delle fragate che gonfiano una sacca rosso accesso sotto il collo per attratte le femmine nel rituale del corteggiamento.


La mattina veniamo svegliati dai pellicani che passano davanti all’oblò della nostra cabina e sembrano volerci salutare, continuiamo la nostra esplorazione sull’isola Española con le sue lucertole di lava e i granchi rossi come il fuoco. Qui scopriamo anche la più ampia colonia al mondo di albatri che decollano dalle alte scogliere cercando di cogliere il favore del vento. Nell’ultimo giorno del nostro viaggio l’emozione più forte: la nostra guida Jeffrey ci conduce a bordo di un gommone davanti all’isolotto di Santa Fe e lì indossate le pinne e la maschera ci immergiamo. Pochi minuti dopo ci troviamo a nuotare tra le razze e gli squali che ci passano davanti con indifferenza. Siamo sul bus che ci riconduce in aeroporto e nelle orecchie abbiamo ancora un proverbio locale: "Tu oggi lasci le Galapagos, ma le Galapagos non ti lasceranno", e siamo consapevoli di aver avuto il privilegio di vivere per qualche giorno in un paradiso tanto bello quanto dedicato. Toccherà all’uomo impegnarsi per preservarlo.

Tour consigliato: Il triangolo di Darwin

2 novembre 2009

In Brasile sulla rotta dell'oro



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BELO HORIZONTE - Il Brasile che non ti aspetti. Lontano anni luce dagli stereotipi mare-sole-carnevale-samba-calcio, e proprio per questo ancora più intrigante. E' il Minas Gerais, lo stato nel centro-nord della nazione, con cuore palpitante Belo Horizonte. Una terra dal fascino imperdurbabile, di santi ed eroi, di miniere e storie di fatica, di gastronomia raffinata e natura incontaminata, di grotte e parchi. Un mondo a se stante ricco di possibilità per il visitatore curioso che viene portato sulle rotte dell'oro per la "Estrada Real".

Punto di partenza per scoprire le tante attrazioni del Minas Gerais è Belo Horizonte. Sterminata e decadente, con le strade che si impennano in salite e ripide discese, con i grattacieli anni Settanta e le favele, con i mille e più autobus che fanno la spola tra le vie e che portano centinaia di persone in centro, con la chiesa di San Francesco di Assisi che sembra un'onda affacciata sul lago, con le ville circondate da filo spinato. BH, come la chiamano qui, è una delle città più sicure del Brasile, è stata e continua a essere un polo industriale importante, è trafficata ma allo stesso tempo si respira un'aria di relax: nei tanti parchi cittadini che la domenica si riempiono di bambini e cani, nel mercato domenicale in Avenida Afonso de Pena che offre uno scorcio sui molteplici oggetti di artigianato regionale, nell'enorme spiazzo antistante la vecchia stazione ferroviaria, oggi museo delle arti e tradizioni locali, dove si montano i palchi per spettacoli di ogni tipo.

Ma è lasciando BH che si scopre il meglio del Minas Gerais. Un percorso viario comodo porta alla scoperta di quella che fu la strada aperta dagli esploratori andando alla ricerca delle molte risorse della zona: soprattutto oro, ma anche minerali e gemme preziose di ogni tipo, dai diamanti ai rubini e i topazi. E' l' "Estrada real" che girovaga tra distese verdi, paesini caratteristici e vecchie miniere in un itinerario tra storia, gastronomia, divertimento, natura e artigianato. Il cuore della "Strada reale" è Ouro Preto, deliziosa cittadina sospesa nel tempo e nello spazio. Qui tutto rimanda all'epopea dell'oro, dei minatori e dei cercatori. Passeggiare sulle sue stradine acciottolate, in salita e in discesa, fa venire in mente i tanti che qui vennero alla ricerca della fortuna e che fondarono le basi della cultura mineira e dell'architettura coloniale.

Perdersi nei suoi vicoli è suggestivo: tra chiese, case rimaste immutate dal Settecento, panorami spettacolari sulle montagne circostanti, finestre colorate e gatti in posa sui davanzali. Per saperne di più su Ouro Preto, città patrimonio dell'umanità, si può visitare il Museo minerario che fa parte della Facoltà di Ingegneria Mineraria, la più importante del Brasile.Intorno alla città, infatti, si trovano depositi di minerali come oro, ematite, ferro, bauxite, manganese, talco, marmo, dolomite, tormalina, pirite, topazi (una cui variante, il topazio imperiale, è una pietra che si trova solamente a Ouro Preto).
Alcune minerie, oggi in disuso, come Minas Da Passagem sono aperte ai visitatori e al turismo: un'ottima occasione per capire come si viveva qui la "febbre dell'oro".

La città è dominata dalla Chiesa di San Francesco D'Assisi, ricca di affreschi su legno, statue di santi con i capelli veri e le fattezze di gente del posto e un soffitto decorato. La chiesa è un esempio di rococò mineiro, che assimila l'arte portoghese dei colonizzatori e la rende propria, alleggerendola. Davanti al sagrato della chiesa, c'è un mercatino giornaliero con un'altra attività manufatturiera, la scultura della pietra saponaria con cui si fa veramente di tutto, dai vasi ai monumenti. Lasciata Ouro Preto alla spalle, la Estrada Real va alla scoperta di altri borghi interessanti, come Mariana, con la Basilica da Sé, come Congonhas con l'impressionante Basilica do Senhor Bom Jesus de Matinhos e la salita con piccole cappelle destinate a ricordare la Via Crucis di Gesù, come Diamantina, la città dei diamanti.

Senza contare che la Strada Reale attraversa parchi naturali sconfinati, abitati da uccelli e fiori dai mille colori, impreziositi da cascate e ruscelli limpidi, dove ci sono attrazioni per ogni patito di sport: dalle passeggiate a cavallo al trekking e alla canoa, agli sport estremi, scalate sulla roccia, agli adrenalinici ponti tibetani e tirolesi. Giusto giusto per smaltire un po' di calorie.Perchè visitando il Minas Gerais non si può fare a meno di gustare la prelibata, e ricca, cucina locale: un trionfo di carne cucinata in ogni modo possibile,di frutta esotica, di dolci, di manioca e fagioli, di formaggi e soprattutto di pão de queijo, irresistibili panini al formaggio tipici della zona. Una gioia per il palato che si unisce allo splendore degli occhi per chi visita il Minas Gerais.

I fiori dei samurai: Kanazawa


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KANAZAWA - Geishe, samurai, feudatari: basta poco per riportare la mente al glorioso passato del Giappone. Il tutto concentrato in una delle poche città che si sono conservate al meglio del periodo Edo. Kanazawa è una perla dell'arcipelago nipponico, chiamata la "piccola Kyoto" per la magnificenza dei suoi quartieri dove si respira un'aria retrò. Sfuggita alle bombe della seconda guerra mondiale, questa città dal clima rigido in inverno, situata sulla costa del Mare del Giappone, è legata indissolubilmente ai simboli del passato.
Basta un giro nel quartiere delle geishe, Higashi-Chayamachi: una via romantica, costellata da vecchie okiya (le abitazioni che ospitavano le ragazze destinate a diventare geishe) e da nuovi locali in stile Edo, porta alla Casa Shima, visitabile. Qui è possibile scoprire il mondo segreto delle geishe, come vivono, come intrattengono, come si vestono e truccano, quali strumenti suonano e come sono le loro stanze. Un'esperienza più unica che rara. Se le geishe attirano ancora l'immaginario collettivo, i samurai non sono da meno. E Kanazawa offre anche la possibilità di visitare una loro casa, nel distretto Nagamachi, delimitato da stradine e piccoli giardini. Appena si entra in questa abitazione si viene accolti dall'armatura minaccaiosa di un guerriero: una visione che fa pensare a quanta paura facessero così bardati ai loro nemici, soprattutto se associata a una delle tante spade collezionate in un'altra stanza della casa.

Per il resto, invece, l'abitazione incuote serenità, con il bellissimo giardino con laghetto con le adorate carpe a nuotare pacifiche, mentre un percorso in legno delimita le acque. Evidentemente anche i samurai aveva bisogno di ritrovare la pace dopo le battaglie. In questi quartieri antichi, vivono ancora gli artigiani di un tempo, dediti alla produzione delle ceramiche e delle sete dai raffinati disegni. Un tocco di originalità in un Giappone votato al futuro ma che non dimentica le tradizioni millenarie. Ma l'attrazione principale di Kanazawa è il giardino Kenrokuen. Un insieme armonico di pietre, fiori, alberi, cascate, laghetti, stagni e ruscelli, la cui acqua vi arriva ancora oggi da un lontano fiume attraverso un complesso sistema idraulico costruito nel 1632.

Il giardino è una delle meraviglie del Paese del Sol Levante, in particolare durante la fioritura dei ciliegi a fine marzo e degli iris a maggio: i giapponesi hanno un culto speciale per questo parco e lo visitano a centinaia in ogni stagione. Vengono per ammirare le ben 183 specie di piante, i quasi novemila alberi, la fontana più antica del Paese, un pino Karasaki secolare, la pagoda e soprattutto la casa da te Yugao-tei, l'edificio più vecchio del parco, sorto nel 1774 sulle palafitte su un laghetto, dove tuttora si può assistere alla cerimonia del te. In inverno, le piante più sensibili vengono sorrette da una specie di armatura di legno, una speciale forma conca che aiuta i rami a sopportare il peso della neve, che qui cade spesso.

Usciti dal giardino si attraversa la strada e si arriva al Castello. Costruito nel 1583, ha subito modifiche, rovine, guerre, incendi e terremoti. E' stato sede militare e universitaria. Quello che rimane è una torretta, restaurata nel 2001 usando i metodi di costruzione tradizionali, oltre ad alcuni spazi e le mura. Qui vengono i giapponesi appena sposati a fare il rituale servizio fotografico, le ragazze che adorano vestirsi con i kimono e i turisti innamorati della storia del Paese. Un tempo, il castello era chiamato "il palazzo dei mille tatami" ed era famoso per le tegole in piombo, fatte per resistere agli incendi e per poter essere fuse in proiettili nei momenti di assedio e di guerra. Nonostante le numerose vicessitudini subite nei secoli, il castello mantiene ancora vivo lo stesso spirito feudale di tutta Kanazawa.

Anche questa città dall'aspetto così storico ha il suo lato moderno. Come nella stazione, enorme e luccicante, completa di un altrettanto gigantesco centro commerciale. E come nel mercato del pesce, una costruzione dove, tra bancarelle che offrono il pescato del giorno, si può fare una pausa a tutto sushi. Freschissimo, ovviamente. Se poi si ha voglia di un po' di dolce, basta uscire sulla strada principale e ci si ritrova nell'imbarazzo della scelta per le pasticcerie. Espongono tortine, biscotti e ogni altra golosità tutte colorate, tutte imbellettate, tutte confezionate e allineate sui banconi come fossero gioielli. Attenzione, però, i dolci giapponesi hanno poco zucchero e spesso non sono così gradevoli al palato degli occidentali come lo sono all'occhio. Vale la pena un assaggio, comunque, anche perchè qui è accompagnato dall'immancabile te. In fondo, Kanazawa è sempre una città legata a doppio filo ai rituali e ai miti di un tempo.

22 ottobre 2009

A San Andrés il mare dai sette colori


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SAN ANDRÉS - Un fazzoletto di terra nel mezzo del Mar dei Caraibi, un vero e proprio arcipelago al largo della Costa de Mosquitos (Nicaragua), l'isola di San Andrés e la vicina Providencia fanno parte della Colombia anche se in realtà sono più vicine alle coste del Nicaragua che si apre soltanto 225 km a est. Secondo una leggenda locale qui il mare assume sette colori differenti, dall'azzurro intenso al verde acqua. Sarà per questo che negli ultimi anni è diventata meta per molti turisti occidentali, che amano lo snorkeling e le immersioni grazie anche al paradiso subacqueo costituito da ben sette scogli corallini e da quello sommerso di Alicia Shoal.


Con una popolazione di 77 mila abitanti, San Andrés è un calderone multirazziale che mescola le culture più disparate, il tutto con quel tocco leggero e seducente del clima tropicale che colora la natura e il mare di toni intensi. L'isola, che rimane stretta a filo doppio alla tradizione inglese, qui gli esploratori arrivarono nel 1620 in cerca di nuove terre, comprende un'area di circa 300.000 km². Nel 2000 è stata dichiarata Seaflower Biosphere Reserve dall'Unesco. Fino a una decina di anni fa era famosa solo in Sud America sopratutto per matrimoni che un po' come a Las Vegas venivano celebrati in ogni parte dell'isola, con la scelta di luoghi esclusivi, e a volte arditi come gli altari sommersi su cui i fidanzati si possono dire "sì".

Le acque che circondano l'isola, si distendono sopra un tappeto di colori e coralli nel fondo di un mare incontaminato. San Andrés si può percorre in bicicletta, o in automobile. Sono solo trenta i km di strada panoramica che permettono infatti il giro completo dell'isola. Chi ama l'avventura invece può cimentarsi nella lunga passeggiata, con lo zaino in spalla. Immersioni e Snorkeling a parte gli amanti delle esplorazioni posso avventurarsi alla Cueva de Morgan, la grotta in cui, secondo la leggenda, il pirata Henry Morgan avrebbe nascosto il suo immenso tesoro. Oppure si può raggiungere la parte più meridionale dell'isola a Hoyo Soplador dove l'acqua del mare schizza in aria, attraverso un foro naturale, nella roccia corallina in una sorta di piccolo geyser. Per ciò che riguarda la storia si può invece vistare Loma, uno dei luoghi più tradizionali in cui sorge la celebre chiesa battista, eretta nel 1847.

Tra le spiagge più belle sono da segnalare San Luis, nella parte orientale dell'isola con le sue distese di sabbia bianca, e Johnny Cay isolotto corallino a 1,5 Km a nord del centro abitato. Per lo snorkeling si consiglia Acuario un'altra piccola isola, in cui il mare è poco profondo. San Andrès si raggiunge solo in aereo, con tre compagnie: Avianca, Sam e Aerorepubblica che la collegano da Bogotà, Cali, Cartagena e Medellin. Infine a soli 20 minuti di volo da San Andrés, l'isola di Providencia è il paradiso dell'ecoturismo, il rifugio per chi ama una vita più tranquilla fatta di natura selvaggia e foreste vergini. Ma anche per il mare che lì si schiude al turista grazie alla terza barriera corallina più bella del mondo, secondo l'Unesco. Nell'arcipelago c'è anche Santa Catalina, vicina a Providencia ma quasi isolata geograficamente, è un punto di terra di 1 km² e totalmente deserta.

Curiosità
Il pirata Henry Morgan scorrazzò per tutto il mar dei Caraibi tra il 1635 e il 1688, anno della sua morte. Personaggio realmente esistito è stato uno dei più celebri bucanieri del mondo, assaltando porti e navi e accumulando, si dice, un tesoro immenso. La sua vita fu simile a un romanzo e la sua fama ha ispirato lo scrittore Emilio Salgari, che ha fatto di Morgan il luogotenente del Corsaro Nero. Il mistero e le ombre che avvolgono la sua figura hanno coinvolto anche John Steinbeck che lo descrive in una biografia romanzata "La Santa Rossa". La band scozzese Alestorm gli ha dedicato il suo album di debutto intitolandolo "Captain Morgan's Revenge" ("La vendetta del Capitano Morgan"). E Marco Castoldi, in arte Morgan, ex leader dei Bluvertigo e conduttore di X Factor ha scelto il suo soprannome proprio in onore del fuorilegge. Infine nel film "I pirati dei caraibi" viene rappresentato come il creatore del codice dei pirati.

21 ottobre 2009

Libano, il Paese dei cedri perduti


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E' uno dei Paesi più affascinanti del mondo e forse l'unico nella storia che ha tenuto il suo nome fin dai suoi albori: LIB NIN. Le interpretazioni sono varie, quella ufficiale si riferisce al Monte Libano e proviene dalla parola aramaica "laban" che significa "bianco come il latte". Un riferimento poetico alla neve che ricopriva le montagne e che sciogliendosi in primavera irrigava le vallate.
Per chi arriva dall'Occidente la capitale, Beirut, potrebbe apparire scioccante. Ci si ritrova nel traffico tipico del Medio Oriente, con le macchine che ingolfano le strade, talmente intasate che definirle caotiche potrebbe sembrare un eufemismo. Nonostante tutto ciò, nostante i rumori, e le macchine che strozzano le arterie stradali, ciò che colpisce maggiormente è una strana sensazione, che vi accompagnerà per tutto il viaggio. Un misto di frenesia e tristezza si insinua tra le pieghe dell'anima del viaggiatore mentre guarda attonito i libanesi che con l'incedere della vita quotidiana sembrano incarnare perfettamente il significato della parola araba inshallah che tradotto significa "se Dio vuole". La gente locale vive così: in modo frenetico e cerca di assaporare ogni attimo di vita, ogni respiro della giornata, perché "oggi ho tutto questo, domani non so".

I contrasti che animano la città sono tanti: grattacieli di vetro e cemento in stile Dubai che punteggiano la costa di Beirut inframezzata da locali di classe, e un attimo dopo, non appena girato un angolo, ci si trova di fronte alle case diroccate dai bombardamenti, crivellate di colpi, che rimango lì adagiate su se stesse, quasi a testimoniare la guerra come ferite aperte. Il Libano sta crescendo a una velocità incredibile, sotto tutti gli aspetti e in modo particolare nell’edilizia, tutto questo per attirare il ricco mercato dei paesi del Golfo nonostante, a oggi, si cerchi ancora una stabilità politica.

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Fare un viaggio in Libano vuol dire fare un viaggio nella storia: visitare la città più vecchia al mondo (o meglio l’insediamento divenuto poi città) di Byblos, arrivare fino a Baalbeck, uno dei più bei siti archeologici e meglio conservati del Medio Oriente e poi Tripoli con il suo castello, usato da tutti gli eserciti che si sono succeduti nei secoli e attualmente divenuto una caserma. Sidone con la sua fortezza dei Crociati sul mare e il famoso museo del sapone. E ancora, Tiro con i suoi siti sparsi per tutta la città e il colonnato che si affaccia sul mare, una meraviglia che lascia senza fiato se si pensa a tutto quello che è stato costruito (e anche distrutto) nei secoli.


Ma il Libano è altre tante cose, ad esempio quello forse poco conosciuto e allo stesso tempo più affascinante: il mondo sotterraneo fatto di bellissime caverne. Si chiamano le grotte di Jeita e sono in lista per diventare una delle meraviglie del mondo. Wadi Kadisha, una delle più belle e profonde valli del Paese, incastonata tra le rocce dove tra una piega e l'altra si celano alla vista bellissimi monasteri. La parte che forse lascia l’amaro in bocca è quando si arriva a Cedars, la famosa foresta di cedri, che purtroppo sta scomparendo. Oggi si cerca, attraverso un programma governativo, di ricreare un vivaio di questi alberi, che rappresentano l'emblema della nazione, tanto da comparire anche sulla bandiera. In questa pianta, che cresce molto lentamente, sembra celarsi la vera identità del Libano, il simbolo di un Paese che sta cercando in tutti i modi di risollevarsi, per dimenticare le distruzioni del passato e cercare di puntare in alto, come i grattacieli di Beirut.

Colori d'autunno: rosso cranberry in Massachusetts


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Rosso, giallo e arancio, viola. Colori che inondano i campi e lasciano lo stupore negli occhi di chi guarda, insieme allo stordimento per i profumi e gli odori. E' la natura che si tinge in alcune zone del mondo. Questa festa cromatica si manifesta in Massachusetts e in Quebec in una sinfonia del colore. Un mare rosso, che si stende a perdita d'occhio. Una realtà che ha i confini del sogno in uno Stato americano così legato alla natura come il Massachusetts. Qui ad ottobre è il trionfo dei cranberry, i mirtilli rossi difficili da trovare da noi ma inseriti in ogni tradizione culinaria anglosassone, soprattutto come contorno al celebre tacchino del Giorno del Ringraziamento.

I campi coltivati sono nella Contea di Plymouth, a Cape Cod e sulle isole "vip" come Martha's Vineyard e Nantucket, tutte mete di weekend di lusso per i cittadini di Boston e molto amate negli Stati Uniti. Per le spiagge, per i fari, per la disponibilità e l'apertura mentale degli abitanti e per le bacche rosse. Dai cranberries si ricavano succhi di frutta, marmellate, gelatine e perfino vino, risorsa recentemente scoperta. Ai primi di ottobre, quando i campi diventano un tripudio di rosso e si fondono insieme alle foglie degli alberi nell'Estate Indiana, in Massachusetts è il momento della raccolta e delle feste, tra sagre e manifestazioni. Il clou è il festival del mirtillo: il Cranberry Harvest Festival dove gli amanti della natura e dei paesaggi possono apprendere tutto della preziosa bacca, parlando con produttori ed estimatori, e anche partecipare alla raccolta.

Il cranberries è davvero un mito in questo Stato, il maggior coltivatore degli Stati Uniti. Al Plymouth c'è addirittura un museo per raccontare le origini di questo frutto, che i Nativi Indiani usavano per scopi medicinali. Buono e salutare, il mirtillo rosso è utilizzato anche per prodotti sempre più sofisticati, come le candele profumate, il sapone, il tè, gli infusi. Tra le proposte il vino, che è possibile assaggiare al Village Landing Marketplace: il più noto è il Cranberry Blush, succo di mirtillo al 10% e uva bianca. Tra le curiosità il Cranberry Glass, un vetro tinto di rosso per cristalleria e bicchieri. Perchè qui il mirtillo serve per qualsiasi cosa. Chi non vuole perdersi la visione mozzafiato dei campi tinti di rosso ha anche altre attrattive in questo angolo del Massachusetts dai sapori antichi e dal mare impetuoso, a sud di Boston. Ad esempio, visitare la costa così selvaggia e i tanti villaggi della zona, alla ricerca di marmellate o torte fatte in casa con i cranberries, giusto per rimanere in tema.

In questo periodo si passano tre giorni di feste, tra canti e balli, a Plymouth, al Cranberry World Visitor's Centre sul lungomare e nei campi di Edaville a South Carter, nel villaggio di Sandwich dove c'è il museo del vetro rosso. Ma è a all'isola di Nantucket la tappa obbligata. Oltre al Cranberry Harvest Festival qui i visitatori possono aiutare i coltivatori nella raccolta e possono dare il loro giudizio ad una delle tre gare culinarie ovviamente a base di ricette con i mirtilli. Inoltre l'isola è un paradiso naturale ed è raggiungibile in traghetto e aereo, ma è consigliato vivamente di lasciare l'auto sulla terra ferma. Tanto le attrazioni sono tutte a portata di gambe, comprese le meravigliose spiagge adatte ad un picnic magari con un cesto di fragranti mirtilli rossi appena colti. Per gli amanti della letteratura, Nantucket è il porto da cui salpò il Pequod, la baleniera immortalata da Herman Melville nel suo "Moby Dick". Da qui prese il largo anche il Grampus, descritto da Edgar Allan Poe in "Le avventure di Gordon Pym".