25 febbraio 2010

Shanghai, la Cina di domani


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SHANGHAI - Futuro e passato insieme. Una metropoli tutta proiettata sulla tecnologia e lo sviluppo commerciale: se non fosse per i caratteri cinesi dei manifesti luccicanti sui grattacieli si potrebbe credere di essere in una qualsiasi delle città statunitensi. Ma per fortuna il cuore vero di Shanghai rimane legato alla tradizione, ai templi e ai giardini di una millenaria cultura. Tutto qui appare sfavillante sin dalla prima occhiata. Anche perchè i cinesi ci tengono a fare buona impressione con l'Expo, dall'1 maggio al 31 ottobre 2010. Il Centro Expo, costruito con un'architettura in linea con la tutela ambientale, è l'esempio di quanto Shanghai sia concentrata sul futuro. Dopo l'esposizione mondiale, dove confluiranno tutte le novità di idee umane e milioni di turisti, il centro riunioni per le celebrazioni, centro stampa e attività, diventerà uno degli stadi permanenti più grandi e importanti del mondo, un centro conferenze internazionale di primo livello adatto ad ospitare convegni e riunioni di ogni genere. Un classico di questa Shanghai che sembra mordere il freno e volersi imporre come metropoli all'avanguardia in tutti i sensi.


L'Expo sorge in un grande parco, nella zona più recente, sulla sponda destra del fiume Huangpu che divide in due la città. Da quelle parti c'è anche la Torre Televisiva Perla d'Oriente, diventata con i grattacieli che la circondano, il simbolo e il panorama stesso della Shanghai di oggi. Colorata, illuminata, tecnologica. Lo skyliner migliore per godere di Pudong, la zona nuova, è invece proprio l'altra sponda del fiume, costeggiata dal Bund. Uno splendido e lunghissimo lungofiume, meta ideale per una passeggiata, per prendere un caffè o assaggiare qualche specialità dai tanti chioschi che si incontrano sul lato pedonale. O per fare una foto alla statua del filosofo Cheng Yi. Ha un'aria retrò, il Bund. Sembra di essere trasportati negli anni Trenta, anni d'oro per la città cinese. Lungo il chilometro e mezzo del lungofiume, scorrono infatti edifici dagli stili diversi, molti dei quali affondano le radici in quel periodo storico. E poi negozi chic di grandi firme della moda italiana, alberghi di lusso, banche e club che in quell'epoca erano ritrovo di avventurieri e miliardari, re e ambasciatori. Un tempo il Bund era una riva fangosa, occupata dai pescatori che scaricavano la loro merce, ma tra il XIX e il XX Secolo si è trasformata nella strada più ambita della Cina. Durante la rivoluzione fu visto come un simbolo dell'occupazione straniera della città e soltanto negli anni Novanta è tornato piano piano all'antico splendore. Oggi è meta ideale per partire alla scoperta di Shanghai. Da qui, ad esempio, si può affittare una delle tante barche che fanno la spola sul fiume e godere la vista della metropoli dall'acqua. Sul Bund, proprio all'altezza della statua di Cheng Yi, sbuca Nanchino Road, ovvero la strada pedonale più trafficata e commerciale del mondo. Provare ad attraversare la via in mezzo ad una folla continua è una delle esperienze più elettrizzanti che possa fare il visitatore occidentale, senza rimanere travolto dalla multidudine umana.

Vanno tutti a fare shopping perchè questa è la Shanghai versione capitalista: un susseguirsi senza fine di negozi di abbigliamento casual, di grandi magazzini dove le commesse non spiccicano una parola di inglese ma ascoltano la musica pop straniera a tutto volume, di cartelloni formato gigante illuminati. Per fortuna, incastrato tra i grattacieli di cemento e metallo e i tanti schermi enormi, rimane qualche negozietto che vende tè e prodotti tradizionali. Altrimenti sembrerebbe di essere in una New York qualunque. Dall'altro lato della Nanchino rispetto al Bund, si trova un quartiere culturale e politico con al centro la piazza del Popolo, occupata da un grandioso parco dove la mattina gli abitanti vengono a fare pratica di Tai Chi all'ombra del Palazzo del Governo. La piazza è pure punto di ritrovo per gli appassionati di musica: qui si affaccia il Teatro dell'Opera, che spesso ha ospitato artisti italiani in concerto. Alle sue spalle, sorge il Museo di Shanghai, uno dei tre musei più belli della Cina, inaugurato nel 1997. Ospita collezioni di bronzi, di sculture e di opere risalenti alle varie dinastie, anche se la Galleria delle Ceramiche e delle Porcellane rimane il fiore all'occhiello della struttura. Il Museo, dopo tanto futuro e modernità, sarà per il turista una tuffo nel passato millenario del Paese e un'ottima base di partenza per calarsi nel cuore della città vecchia. E finalmente si respira aria di Cina, di tradizioni e solide radici. A due passi dal Bund e dal fiume, circondata dai viali Renmin Lu e Zhonghua Lu, rimane la città vecchia: una sorta di quartiere di case basse dai tetti ricurvi con le tegole rosse e le lanterne alle porte che sembra lontano anni luce dalla metropoli caotica. E' uno spazio abbastanza ridotto, comodo da visitare a piedi, un reticolato di strade e stradine da scoprire, arricchito da bazar e negozietti di ogni genere.

Da non perdere il Giardino del Mandarino Yu, splendido e immortale. È il classico giardino cinese, circondato da mura che sono serpeggiate da un drago. Fu disegnato nel 1578, su ordine del mandarino Pan Yun Duan, governatore della provincia del Sichuan, per onorare i suoi genitori. E' molto grande, ma passeggiando in un percorso prestabilito che tocca padiglioni, complessi di pietre e il laghetto con le anatre mandarine, non ci si accorge della sua vastità. Ci si perde, piuttosto, nel silenzio, nell'atmosfera capace di rilassare, nella composizione particolarmente studiata di fiori, piante e rocce. Qui è rappresentato il mondo in miniatura, secondo la tradizione cinese in un gioco di prospettive, colori, forme per dare vita all'armonia dell'universo. E' un luogo che trasuda magia e fascino: una sensazione che rimane a lungo, nonostante appena varcata l'uscita si è di nuovo immersi nel bazar e si ritorni allo spirito commerciale cinese. Anche il Tempio del Buddha di Giada ha il potere di portare in un'altra epoca. Si trova in un quarteire rumoroso e poco attraente, ma è una sosta necessaria per il visitatore alla ricerca della Cina che fu. In origine era un monastero, fu costruito nel 1882 per ospitare due statue del Buddha in giada bianca portate dalla Birmania. Chiuso fino al 1980, minacciato durante la Rivoluzione Culturale, deve la sua sopravvivenza al coraggio del bonzo che era a capo del monastero: bloccò le porte del tempio e le tappezzò di ritratti del presidente Mao, che sarebbe stato un sacrilegio violare. Così il tempio oggi è potuto tornare alla bellezza originale. Abitato e servito da monaci buddisti, è composto da tre sale centrali separate da cortili: in quella di sinista c'è il Buddha sdraiato di giada bianca lungo 96 centimetri. Finita la visita si ritorna al futuro, alla Shanghai super illuminata e dall'anima mercantile fino al midollo come nei tantissimi mercati delle pulci, brulicanti di vita e di cianfrusaglie.




Come arrivare
L'unico collegamento diretto lo effettua la compagnia di bandiera cinese Air China, che vola su Milano. In alternativa si può raggiungere Shanghai con uno scalo utilizzando le maggiori compagnie europee e asiatiche, soprattutto mediorientali.

Quando andare
Shanghai ha quattro stagioni distinte con estati e inverni lunghi e mezze stagioni brevi. Per quanto proprio primavera e autunno siano sempre i periodi migliori, la destinazione è visitabile tutto l'anno in virtù del fatto che le temperature non sono estreme neanche in estate o in inverno. Dalla fine di agosto a tutto settembre, i tifoni che passano più a sud portano sulla propria scia abbondanti precipitazioni.

Brasilia, 50 anni cercendo il futuro


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BRASILIA - Jurij Gagarin, il primo uomo nello spazio, quando mise piede qui dopo il suo storico viaggio, disse che sembrava di sbarcare su un altro pianeta. E Brasilia ancora oggi comunica quest'impressione. Capitale del Brasile dal 1960, la città ques'anno festeggia il suo primo mezzo secolo e fu costruita sul niente in soli tre anni (i precedenti tre anni) per volontà dell'allora presidente Juscelino Kubitschek, dai brasiliani meglio conosciuto come JK. Si trova nel desolato entroterra brasiliano, al centro dello Stato creato per ospitarla: il Distríto Federal. Brasilia, anzi: Brasília, con l'accento, come vuole la grafia portoghese, nasce dal desiderio di realizzare rapidamente una nuova capitale in alternativa a Rio de Janeiro e in posizione più centrale. Una città ideale, moderna e all'avanguadia, in grado di rappresentare la grandezza e il potere economico del Brasile che in quegli anni si stava affacciando come una promessa sulla scena mondiale. Una promessa ancora oggi non del tutto mantenuta.

Per la strana architettura, per la sua pianta, per la sistematica ripetizione delle zone abitative e per le soluzioni urbanistiche non convenzionali, Brasilia contrasta enormemente con il Paese di cui è stata chiamata a rappresentare il centro politico e amministrativo. Soprattutto contrasta con la concezione della vita dei suoi abitanti, quanto di più lontano possa esistere dalla rigida razionalità di un progetto. Eppure ancora oggi Brasilia è lì, amata, spesso discussa, sicuramente ammirata, figlia universale del mondo che si stava proiettando nell'era spaziale e avvertiva già allora che un giorno forse, tutte le città del pianeta le sarebbero state simili. Brasilia fu concepita dalla mente di tre brasiliani: Oscar Niemeyer, Lucio Costa e Roberto Burle Marx e nemmeno questi probabilmente pensavano che la loro creatura sarebbe entrata un giorno nei siti patrimonio Unesco. Le sue strade larghissime, progettate per snellire il traffico, l'hanno assorbito così bene che oggi sembrano deserte. E non sono solo le auto a mancare dal paesaggio. Le avenidas sono prive di marciapiedi e la quasi assoluta assenza di alberi e di ombreggiatura impedisce di fatto la fruizione degli immensi spazi agli abitanti. Così che vista in prospettiva, magari dall'alto della torre della televisione, sembra una città deserta.

A metà strada tra una meraviglia e un dipinto surrealista, Brasilia è una città pensata per il lavoro. La pianta del suo nucleo centrale, il Plano piloto, ricorda un aereo, ed è tutta un fiorire di simboli: in cima, nella cabina di pilotaggio, Camera, Senato, Congresso e ministeri. I primi due con le famose forme a scodella: una concava e l'altra convessa. Poi le ali, il sostegno, e qui sorgono i quartieri abitativi, uno uguale all'altro e distinguibili solo grazie a una complessa numerazione che fa assomigliare un indirizzo a una formula matematica. Si percepisce un senso di smarrimento nel visitare Brasilia, ma l'orientamento è aiutato dalla laguna artificiale Paranoá che si estende, ramificata come una radice, tutto intorno alla città, quasi ad abbracciarla. Su uno dei rami della laguna si lancia l'immenso e - inutile precisarlo - avveniristico ponte a tre arcate che, come tutto qui, porta il nome del presidente Kubitschek. Al centro dell'incrocio fra ali e fusoliera, si apre un altro edificio che sembra uscito da un film di fantascienza: si tratta del Centro Cultural da República, formato dal Museo nazionale Honestino Guimarães e dalla Biblioteca nazionale Leonel de Moura Brizola. Verso sud sorge la cattedrale, anche questa figlia di un salto spazio-temporale. La struttura visibile, di fatto un'immensa vetrata con la sua intelaiatura a costole, ne è solo la copertura: l'edificio vero e proprio si apre nel sottosuolo.

E a proposito di suolo, anche questo contribuisce a dare un aspetto 'marziano' a Brasilia, col colore rosso acceso delle argille che affiorano ovunque in questa parte di Planalto Brasileiro. La città è concepita come un falansterio e i suoi servizi sono tutti annegati nel tessuto urbano. Così in centro si trova anche l'autodromo Nelson Piquet e poco lontano, rispondendo alla logica dei distretti, lo stadio dove giocano i campioni locali della Brasiliense, squadra giovane come ogni altra cosa da queste parti e nata nel 2000. Sull'altra ala si apre il grande parco cittadino. Fuori invece dal disegno ideale dell'aereo, gli aerei veri, che atterrano, ovviamente, al Kubitschek e che da qualche anno collegano con voli diretti anche l'Europa. A nord poi, il tesoro naturale di Brasilia: l'immenso polmone verde del parco nazionale omonimo. Ma il Brasile si riappropria del concetto di città appena lontano dalla sua capitale. E così a pochi chilometri si aprono i centri satellite, disordinati agglomerati che non sono usciti dal tavolo da disegno. Taguatinga, Samambaia, Riacho Fundo, Sobradinho e Planaltina sono alcune di queste anti-Brasilia dove il Brasile torna riconoscibile. Come scrive Massimiliano Fuksas: "La città reale ha bisogno dell'alchimia della complessità, non può essere figlia di un disegno tracciato a tavolino". Visitare Brasilia, tuttavia, è una delle migliori esperienze da fare su questa Terra. Anche se sembra di essere su un'altra.



Appuntamenti per il cinquantenario
In occasione dell'anniversario, di Brasilia, BrasiliaTur (organo legato alla Segreteria dello Sviluppo Economico e del Turismo del Governo del Distretto Federale) ha avviato diversi progetti di ristrutturazione, dalla celebre Cattedrale Metropolitana alla panoramica Torre della Televisione, fino alla riqualificazione del lago Paranoá. La Zecca dello Stato ha invece annunciato il conio di una speciale moneta celebrativa in onore del cinquantenario. Il 21 aprile 2010 la Esplanada dos Ministérios (l’ampio viale lungo cui si sviluppano le sedi degli organi governativi, la Cattedrale, e altri palazzi imperdibili come il Museo Nazionale) ospiterà una grande festa per celebrare l’anniversario della capitale, cui parteciperanno artisti di spicco provenienti da tutto il Brasile.

Come arrivare
La compagnia portoghese Tap propone collegamenti diretti da Lisbona, gli unici che uniscano senza scalo Brasilia all'Europa. In alternativa, si può volare da Milano a San Paolo con la brasiliana Tam e continuare poi con questa verso la capitale.

Quando andare
Brasilia gode di un clima equatoriale ed è una classica destinazione da tutto l'anno. Ma il periodo migliore per visitare questa parte di Brasile è sicuramente fra giugno e agosto, nella stagione secca, quando le temperature scendono a un'accettabile media di 19-20 gradi e la pioggia concede un po' di tregua. I picchi delle precipitazioni si toccano a dicembre e gennaio, con un parallelo innalzamento delle temperature e dell'umidità.

24 febbraio 2010

Sul mare delle Eolie con Simone Cristicchi


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Simone Cristicchi, cantautore romano poliedrico, sempre pronto a dire la sua. Quest'anno è in gara al Festival di Sanremo con il brano "Meno male" che ha già suscitato polemiche per il verso dedicato alla First lady francese Carla Bruni.Oltre alla partecipazione sul palco dell'Ariston, Cristicchi è impegnato anche in uno spettacolo teatrale, la cui prima verrà presentata proprio durante il Festival, che si intitola "Li romani in Russia" un monologo sulla tragica campagna del 1941/43. Il suo nuovo album si intitola "Grand Hotel Cristicchi". "Adoro il mare e le isole in particolare, le ho visitate quasi tutte da Pantelleria a all'Isola del Giglio. E se c'è un viaggio che è rimasto nel mio cuore è proprio quello che ho fatto alle Eolie..."


"Avevo ventuno anni e sono partito da solo: per una serie di coincidenze le persone che avrebbero dovuto venire con me non hanno potuto più e io non ho voluto perdere la vacanza. Le Eolie non sono troppo lontane, ma sono un universo particolare. In particolare Alicudi, la meno abitatata delle isole, senza grandi strutture, con gli asini veri re del luogo. Per me è stato irreale ascoltare il silenzio rotto solo dai versi dei gabbiani. Ci sono rimasto un mese, era maggio e quindi senza turisti, il momento migliore per assaporare quei luoghi.

Eravamo io e i pescatori: una rarità anche loro, ormai. Sono andato a pesca di notte con loro, ho preso i totani e avevo con me il diario che scrivo sempre e la macchina fotografica. Ho girato tutte le Eolie: ho conosciuto persone meravigliose nella loro semplicità, artisti come alcuni scrittori che erano andati in cerca di ispirazione, ho visitato la casa di Salina dove Massimo Troisi ha girato "Il Postino", ho assaporato i cibi tipici, compresi molti pesci. Mi svegliavo alle cinque della mattina e andavo a dormire alle nove: lì si sposta il senso del tempo, tutto rallenta. E' un'esperienza da godersi appieno, dove l'unica colonna sonora è il silenzio. Alcune situazioni e immagini mi sono venute in mente quando ho scritto "L'isola", una canzone del mio primo cd. Parlavo di un altro viaggio, sempre un'isola, ma stavolta in Grecia, però alcune sensazioni si riferiscono proprio alle Eolie.

Cinque domande a...Noemi


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È stata una delle rivelazioni musicali del 2009. Noemi, vero nome Veronica Scopelliti, romana, è stata lanciata da "X Factor 2": dopo il talent show è stato un susseguirsi di successi per lei. Ha pubbicato un ep e un album, è arrivata prima in classifica, ha vinto un disco d'oro e uno di platino in pochi mesi e si presenta tra i big al Festival di Sanremo 2010. Noemi ha iniziato con la musica a sette anni, prendendo lezioni di piano e facendo parte del coro scolastico, ha continuato da grande facendo la corista in spettacoli teatrali e cantando in gruppi rock. I suoi demo hanno partecipato a parecchi concorsi, compreso SanremoLab, e nell'autunno 2008 è entrata ad "X Factor 2" nella categoria +25 seguita da Morgan. Una volta finito il programma, ha pubblicato "Noemi", un ep con cover e il singolo "Briciole", che è diventato una hit estiva. Ha preso parte al concerto benefico "Amiche per l'Abruzzo" e nell'ottobre 2009 ha realizzato il primo cd di inediti, "Sulla mia pelle" , il cui singolo, "L'amore si odia", è un duetto con Fiorella Mannoia che arriva altissimo in qualsiasi classifica. Ha scelto come nome d'arte Noemi perchè la madre avrebbe voluto chiamarla così alla nascita, è laureata con 110 e lode in Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo. In passato per mantenersi ha fatto anche la barista e la cameriera. Oggi al Festival di Sanremo presenta "Per tutta la vita".

Come si prepara per un viaggio?
Sono una persona abbastanza pigra, quindi per un viaggio non mi preparo mai con largo anticipo. Sicuramente però l'entusiasmo per le novità che potrei incontrare è un ingrediente importante nelle 24 ore che precedono la partenza. Visito inoltre molti siti internet dove si parla della mia destinazione, compro guide e cerco di informarmi sulla lingua. Sapersi esprimere all'estero è molto importante. Ma non cado negli stress pre-partenza, non è nella mia indole!

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Non dimentico mai un buon libro e il pc con connessione wireless.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Il primo viaggio a Londra da sola con mia sorella Arianna. Ci siamo divertite da matti e Camden Town è stata una vera e propria scoperta!!

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
"Bitter sweet symphony" dei Verve oppure gli Oasis. Aggiungerei anche i Beatles, so di cadere nell'ovvio ma sono irrinunciabili.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
In Inghilterra il cibo non è il massimo! Sicuramente la pasta scotta è un classico da provare.

Foto di Alessia Laudoni per no logo

12 febbraio 2010

Posta Zirm, feng shui in Val Badia


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CORVARA - Neve, divertimento e benessere. Tre caratteristiche di Corvara, in Alta Val Badia. Un paradiso per gli sciatori, a ben 1568 metri sopra il livello del mare, nel cuore delle Dolomiti in uno dei diciotto comuni che formano la "Ladinia", dove la maggioranza della popolazione è ancora di madrelingua ladina. Per esplorare le montagne, dedicarsi a piste impeccabili e a relax godurioso all'insegna del Feng Shui e della tradizione alpina, niente di meglio che il Posta Zirm Hotel, un albergo storico a Corvara.

Fu aperto nel 1908 da Franz Kostner, pioniere del turismo in Val Badia, alpinista di fama, eroe della Prima Guerra Mondiale, esploratore in Nepal e in terre lontane: una figura originale che rivive in ogni stanza dell'hotel, oggi diretto da Silvia Kostner, che è la quarta generazione di proprietari.Situato in un luogo di estrema comodità per gli sciatori, alla partenza della cabinovia del Colfosco (erede della rudimentale slittovia realizzata proprio dal mitico Franz e ancora oggi contrassegnata dal numero 1 di matricola), vicinissimo alle piste del Sella Ronda, uno dei caroselli sciistici più suggestivi delle Alpi, il Posta Zirm Hotel ha tante attrative da offrire. A cominciare dalla "Nepal Stube", le cui pareti sono decorate con le scene della spedizione nepalese di Kostner, rendendo omaggio alla vita avventurosa del fondatore, mentre la hall e le sale adiacenti sono un trionfo di fotografie d'epoca e quadri che raccontano la storia della Val Badia.


Un altro locale storico è "La Taverna", il club notturno più frequentato della valle, che si rinnova ad ogni stagione con un ricco programma di musica dal vivo e una vasta scelta di cocktail, piatti stuzzicanti e insoliti da gustare fino a tarda notte. Aperta sin dalla mattina, La Taverna di giorno offre appetitose proproste tradizionali e veloci spuntini ai buongustai del lugo, mentre già dal pomeriggio si svolgono parecchi "aprés ski" con dj, menu sostanziosi e dopo la 22 tutti in pista nella discoteca con serate a tema. Per gli amanti del vacanze all'insegna del benessere, ideale è la "Wellness Farm", aperta anche agli ospiti esterni. Ideata secondo i dettami del Feng Shui, è unica nel suo genere nelle Dolomiti. Circa 1000 metri quadrati di linee curve, essenze aromatiche che scorrono lugno le pareti, poche piante, colori tenui, molto silenzio, è il luogo perfetto per rilassarsi e ritrovare la forma fisica, in abbinamento con lo sci o con una camminata con le racchette da neve ai piedi.

In un ambiente minimalista e chic, discreto e accogliente, si possono sperimetnare i più moderni trattamenti cosmetici e quelli tradizionali dell'Alta Val Badia, come i bagni alpini (bagni curativi di fieno o di segatura di cirmolo), il bagno all'olio fossile tirolese, l'idromassaggio al latte o agli oli alpini essenziali. Una piscina con giochi d'acqua, varie saune e idromassaggi, bagni turchi, frigidarium e percorsi di Feng Shui di Fuoco, Acqua, Legno, Metallo e Terra sono tutti a disposizione degli ospiti dell'albergo. Il fiore all'occhiello di questa stagione 2010 è il trattamento al miele, che grazie alle ricche sostanze naturali, permette di rilassare il tessuto connettivo e di influenzare positivamente il sistema nervoso. Un trattamento ideale per eliminare le contratture muscolari della schiena. Gli altri trattamenti coniugano filosofie e tradizioni locali alpine con quelle orientali e sono tutti da provare, magari dopo una giornata trascorsa con gli sci ai piedi.

Quattro passi sulle Dolomiti


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Val di Fassa, Val Gardena e Val Badia, sono alcuni dei posto più belli (del mondo?) per lo sci e segnano il perimetro del gruppo del Sella, un panettone roccioso con un arido altopiano sommitale e impressionanti pareti a picco. Intorno a questa particolare, curiosa conformazione rocciosa si sviluppa un emozionate percorso sciistico alla portata di tutti. Sella Ronda come lo chiamano in lingua tedesca o "giro dei quattro passi" nella denominazione italiana è una delle attrazioni, il più rinomato dei tanti tour, dell'immenso e organizzatissimo comprensorio sciistico denominato Dolomiti Superski. Un'area vastissima in cui si concentrano scenari da favola e piste di bellezza incomparabile. Il Sella Ronda è una gita turistica degna di un viaggio: molti, stranieri e italiani, partono e raggiungono il Trentino Alto Adige solo per fare questo tour lungo complessivamente 40 km, 26 dei quali sono piste da sci. Una giornata intera senza mai sciare sulla stessa pista! L'idea dello sci globale si fa realtà.

Si può tranquillamente partire da ognuna delle località poste sul percorso: le principali sono Canazei o Campitello in alta Val Di Fassa, Arabba, Passo di Campolongo, La Villa, Corvara, Colfosco in alta Val Badia, Selva di Val Gardena (e tutta l'alta Val Gardena) e fare il giro in entrambe le direzioni (senso orario e anti orario). Si sale e si scende sfruttando l'altimetria dei quattro passi che si toccano. Passo Pordoi, Passo Campolongo, Passo Gardena e Passo Sella (o viceversa dipende dalla direzione). Un consiglio: se vi fermate più giorni, fatelo in entrambe i sensi. Vale proprio la pena anche perché si scia su piste differenti (comunque mai difficili). I paesaggi sono stupendi con vista su Marmolada, gruppo del Sella, Catinaccio, Puez/Odle, Pale di San Martino, Tofane e molti altri gruppi dolomitici che ricordiamo sono recentemente stati inseriti nel Patrimonio Unesco.

Se il giro tradizionale e standard è di medio livello anche gli sciatori più esigenti troveranno però modo di soddisfare le proprie voglie tecniche con deviazioni: tra il Campolongo e Corvara è possibile deviare verso l'impegnativa pista Boe alle pendici del Sella (mozzafiato!) o ancor meglio dall'altra parte verso La Villa per una puntata su La Gran Risa (quella del Gigante di coppa del mondo. Emozionante!). A passo Gardena c'è da divertirsi dalla vetta del Ciampinoj con la Gardenissima o ancora meglio la Sasslong (pista di discesa libera di coppa del mondo della Val Gardena. Impressionate!) oppure salire sul versante opposto per la Dantercepies (dal passo Cir a Selva: pista - rossa - di coppa Del mondo Femminile. Spettacolare!). In ogni caso, ancor più se fate deviazioni, date sempre un'occhiata agli orari. Gli impianti a una certa ora chiudono e tornare con i mezzi non è proprio agevole (anche se non impossibile). I moderni e funzionali impianti d'innevamento garantiscono sempre (o quasi) buone condizioni di neve. Il Sella Ronda è un modo diverso d'intendere lo sci, un modo turistico, sciare e guardare è tutt'uno, godersi lo spettacolo della natura è il modo migliore per vivere questo viaggio. Chi lo fa lo porta nel cuore e mai nessuno resta deluso.

11 febbraio 2010

Il Senegal coloniale a Saint- Louis


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SAINT-LOUIS - No, non lasciatevi ingannare dal nome. Saint-Louis non assomiglia affatto alla città americana del Missouri anzi è decisamente dalla parte opposta dell'Oceano. Saint-Louis profuma di Africa, è Africa. Patrimonio dell'Unesco, Saint-Louis l'africana è solo a 265 km dalla frenetica capitale del Senegal, Dakar. Un antico fascino coloniale avvolge la città sarà anche colpa di antiche case, messe lì quasi a caso, come i giardini pensili di Babilonia. Lungo le strade polverose, il silenzio è rotto soltanto dalle voci dei muhezzin e dai bambini che corrono. Un tempo in città si arrivava solo con la piroga oggi si attraversa il ponte Faidherbe, testimone ogni giorno del transito dei venditori ambulanti che portano le merci al mercato centrale.

Le piroghe che scivolano dolcemente sul fiume. La nebbia, strano ma vero, che avvolge questa piccola e sonnolenta città è quasi un'aura magica che ben sposa il lento e vagabondo movimento delle barche lungo le rive del fiume che la sorprende e ogni giorno sorprende il visitatore. Lungo le rive del porto i pescatori mettono ad essiccare buona parte del pesce su impalcature di legno e cospargendo di sale il pesce. Saint-Louis o Ndar come è chiamata in lingua wolof non ha nulla delle caotiche città africane, sembra quasi una contraddizione e rimane lì immobile nel torpore di un tempo sulle rovine di un'antica e lunga storia. Basta inoltrarsi nel quartiere Kertian, come lo chiamano gli anziani, ovvero il quartiere cristiano, dove è ancora possibile ammirare i palazzi della vecchia e potente aristocrazia meticcia dei signares, e dove basta un niente per ritrovarsi in un dedalo di viuzze dalle quali sembra impossibile uscire senza una guida del posto. Una delle cose più belle da fare a Saint-Louis è svegliarsi al mattino molto presto sedersi sulle rive e osservare il pellegrinaggio dei commercianti che dal quartiere di Sor si dirigono al porto e poi alla place de Lille nella parte della città dove si svolge un pittoresco mercato.


Il mercato è vivace e animato, come tutti i mercati a queste latitudini, tuttavia sembra che qui la gente abbia un portamento regale, e il turista rimane affascinato dal modo con cui i venditori indossano i propri abiti, in una maniera quasi regale. I commercianti attraversano il ponte di Faidherbe che con le sue sette campate metalliche è l'unica via di accesso al cuore di Saint-Louis Nella fantastica fantasia delle leggende africane si narra che a costruire il ponte sia stato addirittura Gustave Eiffel ma che poi sia finito a Saint Louis per caso burocratico visto che in un primo momento doveva servire per attraversare il Danubio. Non perdetevi l'omonima piazza dove si può ammirare il palazzo del governatore, e poi perdetevi nello shopping in Rue Victor Schoelcher, dove tra l'altro potrete ammirare anche la più antica cattedrale dell'Africa occidentale, dove svetta la statua del patrono della città. San Luigi, naturalmente. Nonostante la povertà questo angolo di Africa resta vivo non solo per il suo fascino coloniale e i suoi paesaggi ma anche per un importante festival jazz. Tuttavia per capire bene Saint-Louis e forse l'anima dell'Africa sedetevi sulle rive del fiume ad ammirare le piroghe, poi senza far niente lasciatevi avvolgere dalle ombre della sera. Ma anche fuori città le attrazioni non mancano: a est, lungo la costa si estende la lunga lingua di sabbia che forma il parco nazionale della Langue de Barbarie, mentre verso nord, in una zona umida, gli appassionati di birdwatching non saranno delusi dal Parc des oiseaux de Djoudj.



Un po' di storia
Il punto di approdo dove ora sorge la città fu scoperto intorno al 1659 da una spedizione di colonizzatori arrivati dalla Francia. Saint-Louis-du-Fort è dunque il nome che gli fu dato in onore del re Luigi IX. Dopo un periodo in cui divenne un centro per la tratta degli schiavi e il commercio della gomma arabica, assunse il ruolo di capitale del Senegal nel 1840. Poco dopo le venne riconosciuto lo statuto di Comune di Francia e nel 1895 venne elevata a capitale dell’intera Africa Occidentale Francese (Aof). Il declino della città cominciò quando perse lo status di capitale prima dell’Aof (1902) e poi del Senegal stesso (1957).



La nostra scelta
Dormire
Hôtel Mermoz - BP. 426 - Saint-Louis - Senegal - Telefono: (00-221) 33-961-36-68
E-mail: hotelmermoz@arc.sn Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Sito web: www.hotelmermoz.com
Hôtel Résidence - Île Saint-Louis, BP. 254 - Saint-Louis - Senegal - Telefono: (00-221) 33 961-12-60
E-mail: hotresid@orange.sn Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Sito Web: www.hoteldelaresidence.com

Mangiare
La Terrasse - Quai Roume Nord Saint-Louis Sénégal. Sito Web: www.casinolaser.com/resto.htm
Sunu-Keur - Quai Giraud - BP. 696 Nord Saint-Louis Sénégal. Sito Web: www.sunu-keur.com

Come arrivare
Dall'Italia voli diretti su Dakar con Meridiana Eurofly. Voli con scalo sono possibili con Tap via Lisbona, Iberia e Air Europa via Madrid, Air Algerie via Algeri, Tunisair via Tunisi, Air France via Parigi e Brussels Airlines via Bruxelles. Da Dakar si raggiunge Saint-Louis con i mezzi locali. Esiste una ferrovia, che per coprire i quasi 300 km di tragitto non impiega meno di quattro ore. Più veloce è il trasporto su strada: dagli autobus ai taxi de brousse, vecchi pick-up Peugeot adattati al trasporto persone sul cassone posteriore.

Quando andare
Il periodo migliore per visitare la costa del Senegal è durante l'inverno europeo, che corrisponde qui alla stagione secca. In questo momento dell'anno è più facile avere cieli azzurri e luce limpida. I mesi fra novembre e aprile sono anche quelli della migrazione degli uccelli, che fanno sosta nelle zone umide a nord della città.

Cinque domande a... Enrico Brignano


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Enrico Brignano, nato a Roma nel 1966, si forma all'Accademia per giovani comici di Gigi Proietti. Il debutto nello spettacolo avviene nel ruolo di barzellettiere nella prima edizione del programma "La sai l'ultima?" su Canale 5. Entra poi nel cast della serie tv "Un medico in famiglia" dove dal 1998 al 2000 impersona il ruolo di Giacinto. Dal 2000 passa stabilmente al teatro e al cabaret, anche se nel 2007 si rivede in televisione con la conduzione su Rai Due del quiz "Pyramid", con Debora Salvalaggio e soprattutto in "Zelig". Fra gli ultimi spettacoli teatrali figurano "Brignano, con la O", "A sproposito di noi" del 2008 e "Le parole che non vi ho detto" del 2009. Negli stessi anni recita nei film "Un’estate al mare" e "Un’estate ai Caraibi" diretto da Carlo Vanzina.


Come si prepara per un viaggio?
Mi preparo psicologicamente cercando di informarmi sul luogo tramite internet, leggendo i resoconti di chi è già stato nel posto dove voglio andare e anche su cosa - eventualmente - si rischia. Di solito scelgo mete piuttosto comode, ma voglio che siano anche suggestive. Nel viaggio deve esserci un po' di scoperta.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
I soldi. Più contanti che carte di credito, visto che queste te le possono sempre clonare. Poi i contanti li divido fra vari posti strategici per averne solo una piccola quantità a portata di mano. Inoltre non manca mai un buon libro oppure una sceneggiatura. Leggere in viaggio è un'esperienza bellissima. Una volta ad esempio ero alle Maldive e mi ero portato una biografia di Mastroianni. Finito il libro, un'altra ospite italiana dell’albergo mi lasciò "Gomorra" di Roberto Saviano che aveva appena terminato di leggere. L'ho divorato in due giorni. E poi non manca mai un piccolo vocabolario della lingua del posto.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
I primi viaggi che ho fatto da giovane, quelli che definisco "della speranza". In Sardegna con i traghetti Tirrenia ad esempio: otto ore di nave più quattro di auto dormendo sul ponte col sacco a pelo. Avevo 19 anni e partivo da Roma con gli amici. Divertimento a go-go.

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
Per quel periodo in particolare tutta la vecchia produzione di Antonello Venditti. Ai viaggi di adesso associo di più un disco di Michael Bublé.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
Una volta per aver perso una scommessa mi è toccato mangiare un insetto enorme sull’isola di Mauritius. Non so nemmeno cosa fosse, sembrava un gigantesco scarafaggio.

10 febbraio 2010

I monumenti più strani del mondo


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Sono strani, questo sì. A volte colorati, a volte dissacranti, colpiscono non solo per la forma bizzarra, ma spesso per il loro significato o perché vengono da epoche da cui non ti aspetteresti strappi nella rappresentazione di qualcosa di pubblico. In una parola sono i monumenti, quelli che compaiono in strade, piazze o musei di tutto il mondo. C'è il condottiero famoso irriso con un copricapo ridicolo, quello in sella a un cavallo morto appeso per le zampe e quello alto come un palazzo di 15 piani. Ma c'è anche l'ammonimento, il messaggio terribile e raccapricciante di statue che divorano i bambini. In Europa e nel mondo sono oggi curiosità fotografate dai turisti e un messaggio in più che giunge dalla cultura che li ospita e che li ha generati. Di seguito una carrellata, davvero mondiale, dei più significativi.


Manneken-Pis, la statua del bambino che fa pipì - Bruxelles, Belgio
Si trova nel centro storico di Bruxelles, all'incrocio tra Rue de l'Étuve e Rue du Chêne, vicino alla Grande Place, ed è il simbolo della città. Il Manneken-Pis è una statua in bronzo, alta una cinquantina di centimetri, simbolo dell'indipendenza di spirito degli abitanti della città belga. La fontana rappresenta un piccolo ragazzo che sta orinando. Le parole "Manneken Pis" significano appunto il ragazzetto che fa pipì. L'origine non è accertata, ma sono numerose le leggende che circolano sulla figura che la statua rappresenta. Fra la tante, una racconta che durante un assedio un bambino avrebbe salvato la città spegnendo la miccia di una bomba con la pipì. Un'altra, narra di un bambino perso che sarebbe stato trovato da suo padre, ricco borghese, nella posizione che lo raffigura nella statua. È tradizione offrire al Manneken-Pis degli abiti in occasioni speciali, in particolare per onorare una professione (o la squadra di calcio locale, l'Anderlecht, come nella foto). Il guardaroba attuale comprende più di seicento costumi.


La Fontana di Calder Mercury - Barcellona, Spagna
Opera dello scultore americano Alexander Calder, la fontana, eretta nel 1937, è un tributo all'antifascismo. La particolarità di questa opera d'arte è che si tratta di una fontana al mercurio, elemento notoriamente velenoso. Ospitata nella Fondazione Mirò, della quale rappresenta una delle principali attrazioni, la fontana fu realizzata per il Padiglione della Repubblica Spagnola, all’interno dell’Esposizione Internazionale di Parigi, con mercurio proveniente dalle miniere di Almadén. La scultura si erge nel giardino ed è costruita in ferro e alluminio: il liquido tossico si dirama attraverso un canale che emerge in una fontana 'mortale' di forma circolare, all'interno di un padiglione adiacente alla scultura.


La Galleria sottomarina - Grenada
Si tratta di una serie di sculture sommerse nella acque basse dell'isola di Grenada, nei Caraibi. La particolarità è che l'insieme di opere è accessibile solo ai sommozzatori, sebbene - a dire il vero - le statue possano essere viste anche attraverso i vetri posti sul fondo delle barche turistiche. Il creatore di questa opera, che rappresenta una serie di figure umane in varie posizioni e raggruppamenti, è lo scultore Jason de Caires Taylor. Oltre a essere il primo parco di sculture sottomarine del mondo, la galleria subacquea di Grenada è anche una barriera artificiale per promuovere la conservazione di questo tipo di ambiente.



La statua del Duca di Wellington - Glasgow, Scozia
Arthur Wellesley, duca di Wellington, fu il comandante delle forze britanniche che sconfissero Napoleone nella battaglia di Waterloo. La famosa statua che lo raffigura esiste dal 1844, e si trova nella Queen's Street a Glasgow, in Scozia. Fin qui nulla di strano: semplicemente un'opera d'arte costruita per celebrare un grande condottiero. Tuttavia, negli ultimi vent'anni, la statua è diventata una calamita per i burloni, che la scalano e la coprono di... coni stradali! Gli abitanti affermano che i coni sono ormai diventati parte integrante della statua, così come dell'identità della città. Alcuni ritengono che il fatto, già assunto a tradizione, abbia a che vedere con lo spirito irriverente del popolo scozzese, che si prende gioco in questo modo dell'autorità - specialmente in questo caso, trattandosi di un militare inglese: molti scozzesi ritengono infatti che il loro paese sia 'occupato' dagli inglesi.

La statua di Gengis Khan a cavallo - Tsonjin Boldog, Mongolia
Genghis Khan (1162-1227), il cui nome significa "Signore di tutta la Terra", fu un conquistatore e un imperatore mongolo. La statua in questione, alta più di 40 metri e realizzata con oltre 250 tonnellate di acciaio, lo raffigura a cavallo. Situata a un'ora di macchina dalla capitale Ulan Bator, è stata inaugurata nel 2008. Si tratta senza dubbio della statua a tema equestre più grande del mondo: i visitatori possono prendere un ascensore per raggiungere la terrazza panoramica, situata sulla testa del cavallo, dalla quale ammirare la vastità della steppa mongola. L'opera fa parte di un parco tematico progettato con le comunità nomadi (?), fornito di ristoranti che servono carne di cavallo.



La Fontana Kindlifresser - Berna, Svizzera
Nonostante le molte leggende, non si conoscono con esattezza i significati di questa statua. La fonte, datata anno 1546, rappresenta la figura di un uomo vestito di rosso e verde, intento a mangiare la testa di un bambino. Nel suo sacco, altri piccoli aspettano il tetro destino. Alcuni ipotizzano che la statua servì come allerta alla comunità giudaica di Berna, forse per il cappello indossato dall'uomo, riferimento ai giudei. Altri sostengono che la figura rappresenti il titano Cronos della mitologia greca, che mangiò i suoi figli per impedire loro di usurpare il trono. L'ipotesi più probabile, però, è che la fontana sia stata eretta come una specie di 'uomo nero', per ricordare ai bambini della città di comportarsi bene. Non lascia dubbi il nome: Kindlifresser, in dialetto bernese, significa "divoratore di bambini".

Le Georgia Guidestones - Elberton, Georgia, Usa
Il monumento è considerato come un insieme di istruzioni per la ricostruzione della civiltà dopo l'apocalisse. Progettate e ordinate da un gruppo anonimo, le pietre-guida della Georgia sono composte da cinque lastre di granito alte quasi cinque metri, disposte a forma di stella. Il monumento funziona come bussola, calendario e orologio. Alcuni cristiani locali considerano le lastre come una creazione dei Dieci Comandamenti dell'Anticristo, data la loro natura inquietante. Tra gli ammiratori celebri dell'opera, si conta anche Yoko Ono.




La statua di San Venceslao su un cavallo morto - Praga, Repubblica Ceca
Svatý Václav, o San Venceslao, è conosciuto come il patrono della regione della Boemia, nella Repubblica Ceca. La statua lo raffigura montato su un cavallo morto, appeso per le zampe e con la testa penzolante. L'autore di questa scultura, David Cerny, nato nel 1967, ha voluto fare una parodia della statua originale, situata di fronte al Museo Nazionale di Praga, che raffigura - questa sì - il santo in sella a un cavallo. Per più di cento anni la statua originale è stata fonte di orgoglio nazionale per i cechi, anche durante gli anni bui del regime comunista. Con questa parodia, appesa nel Palazzo di Lucerna, sempre nella capitale ceca, la figura di San Venceslao ha acquisito un risvolto umoristico irriverente.


Il carrarmato rosa - Praga, Repubblica Ceca
Ancora un dono dall'est e dalla mente di David Cerny. Il tank in questione era stato piazzato dai sovietici in una piazza di Praga alla fine della Seconda guerra mondiale per commemorare il sacrificio dell'Armata rossa nella liberazione della Cecoslovacchia dal nazismo. Col tempo e con le mutate vicende politiche era però diventato un dono un po' ingombrante, tanto che nel 1991, l'artista, in un blitz notturno, lo dipinse tutto di rosa come una caramella. La reazione dell'esercito fu immediata e il carrarmato riacquistò il suo originale verde oliva già dal giorno dopo. Ma ecco il colpo di scena: a distanza di pochi giorni furono addirittura i deputati del Parlamento cecoslovacco che, armati di secchi e pennelli, ridiedero al veicolo il gentil colore. In seguito il carro fu spostato dal piedistallo di pietra alto cinque metri su cui faceva bella mostra di sé nel centro della capitale e portato al museo dell'aviazione, dove si può tuttora ammirare.

2 febbraio 2010

Variopinta Bucovina


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SUCEAVA – È uno degli angoli più remoti della Romania, si trova nel nordest del Paese, stretta fra Moldavia e Ucraina. La Bucovina, oltre a essere una delle regioni più verdi di questo angolo d'Europa è anche famosa per l'incredibile patrimonio storico e artistico rappresentato dai suoi meravigliosi monasteri dipinti. Dipinti sì, ma con una particolarità: le raffigurazioni si trovano anche sulle pareti esterne. In questa che oggi è un'oasi di pace sui monti, dopo che il passato ha visto transitare eserciti di ogni bandiera, dai turchi agli austriaci, dai nazisti ai sovietici, si possono ammirare come in nessun'altra parte del mondo edifici religiosi di tale ricchezza pittorica.

I monasteri risalgono a un'epoca compresa fra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento e le chiese furono edificate inizialmente in molti casi come luoghi di sepoltura per famiglie nobili. In seguito vennero anche dipinte e gli artisti, nessuno dei quali passato alla storia, cominciarono a rappresentare su commissione scene bibliche e le vite di Maria e Gesù Cristo. Inizialmente alle raffigurazioni vennero dedicate le pareti interne delle chiese, ma in seguito si decise di dipingerne anche l'esterno, fino a fare divenire tale pratica una vera tradizione locale. E questo assolveva un duplice compito: poteva contribuire a diffondere il culto ortodosso e forniva la necessaria educazione, la sola che servisse in una società agricola, cioè le sacre scritture, anche ai contadini. Le scene si ripetono seguendo uno schema canonico anche in monasteri distanti chilometri, ma ognuno ha sviluppato una peculiarità nel colore. Gli esperti parlano così di blu di Voronet, di verde e rosso di Sucevita, di giallo di Moldovita e di rosso di Humor.

Fra i più belli figura senza dubbio il monastero di Voronet, con la chiesa di San Giorgio, sulle cui pareti le figure spiccano su un fondo blu di particolare brillantezza. L'attuale chiesa in pietra risale al 1488 e ha sostituito una precedente in legno di incerta datazione. San Giorgio fu fatta costruire da Stefano il Grande in segno di ringraziamento dopo una vittoria sui turchi. Dopo pochi chilometri si arriva a Humor, non distante dal villaggio cui ha dato il nome: Manastirea Humorului. Qui si può ammirare un'altra caratteristica della regione: a eccezione dei grandi centri come Suceava o Gura Humorului, nelle valli si susseguono villaggi tipici interamente edificati in legno e in cui sopravvivono ancora forti le tradizioni contadine della regione. Humor risale al 1530 e la sua chiesa dell'Assunzione della Santa Vergine, pur non presentando una torre a differenza di molte altre qui, offre una serie di dipinti esterni fra i meglio preservati. Una visita la merita anche Moldovita, del 1532, monastero che presenta ancora oggi la cinta muraria di difesa in ottimo stato, così come in ottimo stato sono anche i suoi dipinti, sicuramente quelli conservati meglio.

A Probota i colori esterni sono quasi del tutto sbiaditi e il restauro non è stato ancora eseguito. In compenso i dipinti all'interno della chiesa di San Nicola (1530) sono ancora vividissimi. Anche qui la cinta muraria è in ottime condizioni. Si passa poi all'imponente complesso di Putna (1466-1469) che presenta anche numerosi edifici d'epoca inglobati nelle mura difensive. Un ideale giro dei monasteri della Bucovina si può completare con una puntata a Sucevita (1583) e alla sua chiesa della Resurrezione. Anche la regione in sé, si diceva, è senza dubbio degna di una visita. Si possono scoprire così la semplicità e la complessità al tempo stesso di una società rurale e delle sue tradizioni. Nelle innnumerevoli fattorie può capitare di vedere ancora uomini anziani con il costume tipico, composto dagli iţari, i lunghi pantaloni ripiegati più volte, indossati sotto una camicia bianca e un gilet chiamato bundiţă, spesso decorato a motivi floreali. Anche le donne indossano abiti tradizionali, in cui l'elemento che spicca maggiormente è la gonna variopinta. Si dice, proprio a richiamo delle pareti dei monasteri.

30 gennaio 2010

Vancouver accende la fiaccola


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VANCOUVER – Nel 2009 il centro studi del settimanale britannico The Economist l'aveva definita città più vivibile del pianeta, ora sotto i suoi grattacieli sta per accendersi la fiaccola delle ventunesime Olimpiadi e dei decimi Giochi paralimpici invernali. Non c'è dubbio che Vancouver, capitale della Columbia Britannica, nell'estremo ovest canadese, stia ponendosi sempre più al centro dell'attenzione mondiale, nonostante una posizione alquanto remota. Eppure è davvero una città tutta da scoprire, così come i dintorni. Vancouver sorge sul mare e conta poco più di seicentomila abitanti, che però passano i due milioni con la contea. Una città che fa rima con diversificazione, vera figlia del melting pot canadese. Non solo le razze, ma anche le parlate sono infatti le più varie: nonostante la Columbia Britannica sia nella parte anglofona del Canada, il 52% degli abitanti di Vancouver ha una lingua d'origine diversa da quella di sua maestà. Per conoscerla meglio, occhi puntati dunque al 12 febbraio e al 12 marzo, giorni di avvio dei Giochi olimpici e delle Paralimpiadi.


Il nome lo deve a George Vancouver, capitano della marina britannica nel XVIII Secolo e primo esploratore di queste coste. Si tratta sicuramente di una città commerciale: uno dei maggiori porti dell'Oceano Pacifico e terzo polo cinematografico del Nord America, dopo Los Angeles e New York, questo grande centro dell'estremo ovest è diventato col tempo una delle capitali di servizi del Canada. Oggi i vancouverites, come si chiamano da queste parti, possono godersi non solo una città davvero all'avanguardia per bellezze urbane, servizi e quantità di verde pubblico, ma anche uno spettacolare paesaggio circostante tra le profonde insenature, dove le Montagne Rocciose canadesi digradano verso il mare. Gay friendly come poche, la città canadese vanta inoltre strutture di accoglienza ed eventi all'avanguardia per le coppie e i single omosessuali. Il cuore di Vancouver può essere considerato Stanley Park, polmone verde di 400 ettari percorso da sentieri e vialetti in cui fanno bella mostra anche gli elementi culturali delle popolazioni originarie dell'area, come i totem dei nativi Salish e Nootkan. Nel parco si trova anche l'acquario cittadino, il più grande del Canada. Il parco si può inoltre percorrere in bicicletta o con particolari carrozzelle trainate da cavalli.

Da non perdere una passeggiata a Robson Street e una sosta in uno dei tipici caffè o per una cena nei ristoranti più trendy. A Granville Island, sul False Creek, invece si può passeggiare nelle strette stradine, visitare gli innumerevoli negozietti e ammirare il più pittoresco mercato della città. Ma da qui si godono anche le migliori vedute della skyline del centro. E a proposito di skyline, vale sicuramente la pena fare un salto in cima al Vancouver Lookout, la torre panoramica alta 130 metri da cui si spazia con lo sguardo sulla struttura della città, figlia dell'abbraccio fra acqua e terra. Un altro luogo dove perdere tempo passeggiando e - perché no? - abbandonarsi allo shopping è il quartiere di Gastown, con i suoi mille negozietti tentatori. L'anima multiculturale di Vancouver si può invece apprezzare con una visita al Dr. Sun Yat-Sen Classical Chinese Garden il primo vero giardino tradizionale costruito fuori dalla Cina e intitolato a uno dei padri della Cina postimperiale del Novecento. Il giro culturale della città si completa con la Vancouver Art Gallery che ospita collezioni di arte contemporanea canadese e internazionale, fra cui quella della pittrice locale Emily Carr (1871-1945).

Ma Vancouver è anche e soprattutto la magnificenza dei suoi dintorni. Bastano pochi chilometri infatti per ritrovarsi immersi nella natura selvaggia. Intorno alla città sono presenti più di una decina di parchi provinciali, fra cui il Pinecone Burke, o l'immenso Golden Ears. A Grouse Mountain si possono praticare sci e altri sport invernali, mentre d'estate questa diventa la meta ideale per il trekking e il parapendio. Da non perdere una visita al Refuge for endangered wildlife per vedere da vicino gli orsi grizzly. Un'altra meta imperdibile è il ponte sospeso di Capilano, una passerella immersa nella foresta che fa parte di un percorso... fra le cime degli alberi. E poi, volendo passare qualche giorno fuori città, la gita più suggestiva è quella sulla Vancouver Island, un lungo lembo di terra che protegge la città dall'Oceano Pacifico, mettendola al riparo nello Stretto di Georgia. Proprio all'estremità settentrionale dello stretto, che cambia il nome in Regina Carlotta, presso la cittadina di Port Hardy, è possibile avvistare centinaia di orche. L'osservazione dei delfinidi bianchi e neri si effettua fra maggio e ottobre, ma dà il meglio nel mese di luglio. Oltre alle orche, lungo le coste della Vancouver Island si possono anche incontrare megattere e balene grigie.

25 gennaio 2010

Città estreme: sulla via per Capo Nord


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CAPO NORD - E' la porta per il Polo Nord. Da qui si passa e si staziona prima di raggiungere Capo Nord, a 71° latitudine Nord, il top dell'Europa continentale. Honningsvåg è una cittadina tranquilla, immersa nella luce del sole a mezzanotte, durante l'estate e quando non è offuscato dalle nuvole. Da centro per la pesca a meta turistica, il capoluogo dell'isola di Mageroy si è rifatto il look dopo essere stato distrutto dai bombardamenti nella Seconda guerra mondiale. Il porto, uno dei più importanti del Finnmark, la regione norvegese al confine con la Finlandia, è ancora il cuore nevralgico di Honningsvåg: qui getta l'ancora anche l'Hurtigruten, il mitico postale che fa il giro dei fiordi, qui le navi che solcano il gelido Mar Glaciale fanno rifornimento, qui approda la maggior parte dei turisti diretti a Nordkapp, ovvero l'ultima propaggine di terraferma prima dell'immensità dell'Artico.

A Honningsvåg ci si arriva anche con l'aereo o via terra, essendo collegata da un tunnel sottomarino alla terraferma per circa sei chilometri. Curiosamente dista quasi gli stessi chilometri dal Polo Nord, 2110, e dalla capitale Oslo, 2119. Honningsvåg è ben oltre il Circolo Polare Artico, d'estate non vede mai tramontare il sole e d'inverno per due mesi e mezzo non lo vede sorgere mai. Per questo durante la stagione "calda" si anima di iniziative, concerti e spettacoli. I suoi alberghi si riempiono e i visitatori invadono le sue strade. Dominata dalla chiesa del 1884, unica risparmiata dalla guerra, la città ha una storia antica: i primi abitanti di quest'area risalgono infatti all'8000 a.C. Il mare è stato la principale fonte di cibo per questi prestorici antenati dei norvegesi e la pesca è tuttora una fonte determinante di guadagno, dato che le tempurature dell'acqua del mare sono più miti di quanto ci si possa aspettare a questa latitudine e in gennaio arrivano a una media di -4°C. Al contrario, a soffrire è la flora: tolta qualche specie rarissima artica e superprotetta, gli alberi raramente arrivano ad essere più alti di quattro metri e così i giardini delle villette di Honningsvåg appaiono brulli come tutta la natura circostante.

Dalla città partono le escursioni per Capo Nord, il promontorio roccioso di 307 metri a strapiombo sul mare che è stato chiamato così dall'esploratore inglese Richard Chancellor, nel 1533. Per arrivare a questa ambita meta si attraversa un'interminabile e desolata landa, resa viva solo da alcuni accampamenti lapponi e dalle renne che brucano i pochi cespugli. Alla fine appare una costruzione grigia come tutto quello che lo circonda: è il modernissimo Visitor Centre con un museo, una mostra storica, ristorante-bar e negozio. Fuori c'è l'attrativa più inseguita dai circa 200 mila turisti che visitano NordKapp ogni anno: un'enorme terrazza che dà sul Mar Glaciale Artico e al centro un mappamondo gigante che fa da sfondo abituale per le foto. Se si è fortunati e si riesce a vedere il sole di mezzanotte, l'impatto è eccezionale con tutto il mondo tinto di rosso e rosa. Se invece si trovano le nuvole o, peggio, la pioggia sferzante, non resta che ammirare la forza della natura e il vento gelido che soffia intorno. In qualsiasi condizione meteo, però, lo sguardo si perde, la mente va alle isole Svalbard, le ultime e remote terre prima dell'Artico, e agli esploratori dell'estremo nord come Umberto Nobile. E anche agli orsi bianchi, che lì vivono liberi e padroni, mentre a Honningsvåg sono diventati attrazioni per turisti, impagliati e fintamente aggressivi, pronti a dare il benvenuto nei tanti hotel e ristoranti.

21 gennaio 2010

Cuba, una volta non basta


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L'AVANA - Si rischia davvero di sacrificare l’imparzialità parlando di Cuba. Ma è un rischio che si può correre, oltretutto sarebbe impossibile non farlo perché questa meravigliosa isola ha così tanto da dare che non basterebbe un unico viaggio per conoscerla davvero. Un viaggio che vogliamo far iniziare dalla capitale, L’Avana, la cui struggente decadenza entra dentro il visitatore per restare impressa nella memoria, coi suoi colori e la sua vivacità. Nella parte vecchia, La Habana Vieja, la vita è fuori, nelle strade, nei vicoli poco illuminati la sera che alle nostre latitudini trasmetterebbero una sensazione di fastidio, paura, mentre qui sembra che nulla di male possa accadere.

Ben presto ci si sente quasi a casa, i suoni dei televisori e delle radio accese nelle case, quando queste, la sera, si illuminano e le strade si svuotano, diventano familiari, diventano un sottofondo a cui ci si abitua con piacere. Girando il centro storico ammirando i vecchi palazzi, si può visitare la cattedrale, la Plaza de Armas e il suo bellissimo mercatino all’aperto di libri usati, il Castillo della Real Fuerza e la calle Obispo, la via dei negozi che arriva fino al Capitolio, oggi sede di un museo. Obbligatoria una sosta all’hotel Ambos Mundos, dove visse Ernest Hemingway, per visitare la sua stanza, conservata intatta, e l’Hotel Florida, anch’esso frequentato dallo scrittore americano. Immancabile una tappa alla Bodeguita del Medio a sorseggiare un mojito. Per conoscere i segreti dei sigari cubani bisogna invece visitare la vecchia Fabrica de Tabacos, dietro al campidoglio, e approfittate dei prezzi accessibili per bere qualcosa o cenare sulle terrazze degli hotel di lusso, come il Saratoga, con vista proprio sul campidoglio, o l’Hotel Nacional, frequentato in passato anche da Fidel Castro. In taxi fatevi portare in Plaza de la Revoluciòn, la sera è molto meglio, a fotografare i due simboli rivoluzionari la cui enorme effigie campeggia su due grattacieli: il Che e Camilo Cienfuegos.

Per conoscere i cubani il consiglio è quello di alloggiare nelle casas particulares, le case dei cubani autorizzate dallo stato e aperte ai turisti. Il primo vantaggio è naturalmente il prezzo, uguale per tutti (ma dipende dalle zone di Cuba) e molto basso, attorno ai 22-25 euro per due persone in camera doppia. Per la colazione, abbondante, sana e ricca di frutta, si aggiungono al massimo tre euro a testa. Le case particular sono pulitissime e hanno spazi comuni che raccontano tempi lontani. Le porcellane e i cristalli radunati nei salotti, un po’ alla rinfusa, sono perfetti nelle sale ariose delle case coloniali, che fanno viaggiare nel tempo e con la fantasia. Per prenotare le case in tutta l’isola basta rivolgersi al proprietario, che si premurerà di chiamare altri proprietari nelle destinazioni prescelte. Nelle case si può inoltre cenare o pranzare, sentendosi dei veri re gustando aragoste preparate e servite dai componenti della famiglia, che se vorrete conoscere meglio scoprirete essere ingegneri, medici, architetti. Basta muoversi e vivere così per un paio di giorni e non ci si sente più semplici turisti. Molti turisti, visitando Cuba, scelgono le sue spiagge, il comfort dei lussuosi villaggi vacanze venduti in un pacchetto che include volo, soggiorno e la formula all inclusive, cioè hotel, buffet e bevande a volontà 24 ore su 24.

Ma si dovrebbe evitare di sacrificare l’isola e i suoi miti, la sua storia, solo per il relax sulla sabbia. Dalla capitale i collegamenti in autobus con Viazùl, verso l’ovest, sono molto frequenti e ben organizzati. Ci vuole tempo, l’autostrada non copre l’intera isola, ma vale la pena osservare i paesaggi e la vita nei campi e nei villaggi che scorre davanti mentre ci si sposta. Dall’Avana, verso ovest si raggiunge in poche ore la regione di Pinar del Río, dove ammirare la vallata di Viñales e la natura che caratterizza questa zona. Verso oriente invece, a circa cinque ore di viaggio, si arriva a Trinidad, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Questa città, un vero gioiello che racchiude dentro di sé secoli di storia - fu fondata infatti nel XVI Secolo - ha la particolarità di trovarsi tra le montagne, con la vicina Sierra dell’Escambray, e il mare, a pochi minuti di auto. Qui un’intera giornata andrebbe dedicata a girovagare senza meta per il centro storico di Trinidad, piccolo e magico. La sera, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, non cala il silenzio insieme alla notte, ma le luci fioche delle vie, sembrano avere ancora più vivacità grazie alla musica che risuona dalle case e dai locali. La vita sociale è molto importante per i cubani e basta poco tempo per accorgersene. Da Trinidad ci sono autobus che partono ogni giorno per Varadero, la popolare località turistica piena di grandi alberghi di lusso, oppure per Santiago, nella parte orientale dell’isola.

Sempre da Trinidad si raggiunge Santa Clara, dove si trova il mausoleo di Che Guevara. Per raggiungerlo però non ci sono autobus, ma solo tour organizzati o taxi e auto private, che attraversano la sierra dell’Escambray, lungo strade dissestate che tagliano la foresta. Da Camagüey e Holguin, a est di Trinidad, si raggiungono le località sulla costa settentrionale. Atterrano qui infatti i voli charter che portano i turisti verso i cayos (Cayo Coco, Cayo Guillermo e Cayo Romano), oppure a Santa Lucia e Guardalavaca. Il mare caraibico e la sabbia bianca sono un paradiso per gli amanti di immersioni e snorkeling, grazie alle meraviglie offerte dalla barriera corallina. Gli hotel della costa offrono, come a Varadero e sui cayos, la formula tutto incluso, mentre non mancano le case particular, assenti invece a Varadero. Santa Lucia è una località molto frequentata e ha il vantaggio di avere prezzi più bassi rispetto alle popolari destinazioni turistiche. Si raggiunge in taxi da Camagüey, un viaggio di circa due ore nella campagna quasi deserta, dove si vedono per chilometri e chilometri fattorie e allevamenti di bovini. Le province orientali di Cuba offrono località come Baracoa, che però resta fuori da un itinerario se il tempo è poco.

Questo villaggio tanto amato e dalla vita notturna molto vivace si raggiunge da Santiago o da Guantanamo, nota per la base militare americana. La coloniale Santiago protetta dalle montagne della Sierra Maestra (la rivoluzione è praticamente iniziata qui), accoglie il visitatore con un’esplosione di voci, confusione, motorini e auto continuamente in movimento. Non poteva che venire da questa città lo scatenato carnevale che si tiene in luglio, a suon di musica, un leit motiv che caratterizzerà tutto il viaggio a Cuba. Sempre a Santiago, nel centro storico, c’è la Casa de la Trova, il tempio della musica, e nelle sue vicinanze si trovano anche botteghe di vecchi libri e stampe. Per restare in tema, al cimitero di Santa Ifigenia si può a rendere omaggio a Compay Segundo e a José Marti, un altro grande rivoluzionario cubano ed eroe nazionale, che lottò per l’indipendenza dagli spagnoli alla fine dell’800. Vale la pena inoltre visitare la caserma Moncada, assaltata senza successo nel 1953 da Fidel Castro e dai suoi uomini nel primo tentativo di rivoluzione. Nonostante finì nel sangue, l’azione servì a far conoscere al paese la determinazione del líder máximo che, arrestato e processato, pronunciò nel suo lungo discorso di autodifesa la celebre frase "la storia mi assolverà".

Rovereto e la Vallagarina tra natura e buon gusto


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ROVERETO - Rovereto è un punto di incontro. Nel suo centro storico, ancora miracolosamente intatto, con i suoi palazzi, con i giardini all’italiana e con le sue corti, il turista ci passa per diversi motivi. Chi ama il Trentino trova nello splendido territorio della Vallagarina l’ambiente ideale per una vacanza full immersion nella natura. Le maestose Dolomiti svettano infatti poco più a nord e l’inverno brentonico non è solo sci, ma anche slittino, pattinaggio e passeggiate con le racchette da neve al chiaro di luna. Rovereto infatti dista solo 25 chilometri dalle piste del Monte Baldo e dalla località sciistica di San Valentino che, con le sue piste che guardano il lago, regalano al discesista uno spettacolo davvero emozionante. Il 23 gennaio l’Azienda per il Turismo propone la manifestazione Golosaveva 2010, sei chilometri di percorso con ciaspole o sci con cinque soste golose in malga che daranno la possibilità di assaporare cibi regionali (formaggi, canederli in brodo, stracot con polenta, strudel e torte) accompagnati dai loro famosissimi vini.

Per gli amanti della natura l’altopiano di Brentonico è conosciuto dai botanici di tutta Europa per la ricchezza delle sue specie floreali. La riserva naturale di Bes-Corna Piana è habitat naturale di centinaia di fiori e piante protette, tanto che nella stagione della fioritura si possono ammirare alcune antichissime specie endemiche sopravvissute alle glaciazioni. Il turista più curioso e accanito è invece quello che di Rovereto assapora il gusto storico-culturale. Prima tappa il Mart (Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto) inserito tra i settecenteschi palazzi di Corso Bettini e affacciato su una piazza completamente ricoperta da una cupola di Cristallo. I suoi 14.500 metri quadri sono suddivisi su quattro piani, con una collezione permanente di più di centomila opere a cui si aggiungono importanti esposizioni temporanee in grado di richiamare da tutta Europa pubblico e appassionati di arte contemporanea. C’è tempo fino al 25 aprile 2010 invece per la personale dedicata al pittore trentino Eugenio Prati, con opere dedicate al Simbolismo, al Verismo e alla Scapagliatura. Da non perdere per nessun motivo il Museo Storico della Guerra, oggi uno dei più completi in Italia per quanto riguarda materiali, armi, reperti e documenti video e fotografici sulla Prima guerra mondiale. Una chicca: sentire i cento ritocchi in memoria dei caduti della Campana della Pace, la più grande campana del mondo che oggi ha trovato dimora sul Colle Miravalle, a monte della città della Quercia.

C’è poi anche chi a Rovereto va per castelli percorrendo la Strada del Vino e dei Sapori. D’altronde tutto ciò che subito salta all’occhio del turista sono le mura merlate e i bastioni di qualche rocca, come quelle del Castello di Avio o quelle ancor più maestose di Castel Beseno o quelle della stessa rocca di Rovereto. Un giro all’interno di questi manieri è consigliato davvero, non solo per la posizione panoramica che occupano, ma per la storia che si vive al loro interno, caratterizzata da un passato intriso di drammatiche contese e affascinanti leggende. Binomio cultura e gusto anche per gli affiatati gourmet che avranno numerose occasioni per gustare i sapori raffinati e genuini dei prodotti locali, ma soprattutto dello Chardonnay, del Pinot, Cabernet, Merlot, Moscato e Müller Thurgau, rinomati vini per cui il Trentino è famoso. Una sosta merita l’azienda agricola De Tarczal per degustare il famoso Marzemino e la cucina tipica della stessa vineria. Un suggerimento per chi desidera godersi anche un fine settimane con coccole e relax: pernottare nel nuovissimo Hotel Nerocubo un "business and design hotel" dove ogni piano è dedicato a una mostra di pittura contemporanea, con camere eleganti, ma essenziali e un centro benessere che propone un particolare trattamento con impacco di arnica in Vasca Nuvola, oltre che sauna, bagno turco e una serie di massaggi dedicati alla rivitalizzazione di tutto il corpo.

I viaggi di Luca Jurman


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Arrangiatore e interprete dei venti brani contenuti nell’album "Live in Blue Note Milano" dal 4 dicembre in tutti i negozi, Luca Jurman ha fatto sold out nel jazz club milanese. L'artista è anche l’inventore del Vocal Classic, innovativo metodo di insegnamento di canto che sarà pubblicato entro l’anno. Inizialmente affermatosi come vocalist di artisti nazionali e internazionali, nel 2001 Jurman diventa direttore e arrangiatore musicale del tour mondiale di Laura Pausini, ricevendo la nomination ai Latin Grammy Awards 2002 per la produzione vocale nel disco antologico "The best of Laura Pausini". La sua carriera si evidenzia anche nel settore pubblicitario come autore e interprete di oltre 300 jingles, nel teatro, dove ha curato la direzione musicale del musical "Grease" con Lorella Cuccarini, in qualità di supervisore artistico insieme ad Arturo Brachetti del musical "Peter Pan", di Maurizio Colombi e come attore nel film "Ricordati di me" di Gabriele Muccino. Ma la sua vera passione resterà sempre la musica, tanto che, dopo il primo lavoro di sole cover arrangiate in chiave soul pubblicato nel 2004, esce nel 2008 con l’album "Back to" che ne evidenzia la spiccata predilezione verso il genere R&B, soul e motown. Nel dicembre 2009 esce il terzo doppio cd live le cui venti tracce sono state registrate nel tempio milanese del jazz e pubblicate da Nar International. Latitudine X lo ha incontrato direttamente al Blue Note.

Come si prepara mentalmente un musicista quando deve intraprendere un viaggio?
Ho sempre una valigia pronta da sdoganare in un altro territorio, ma, se non si tratta di un viaggio di puro piacere, la scelta cade d’inverno in una località sciistica e d'estate in una località marittima, dove comunque posso sempre dedicarmi ad attività come lo snorkeling o il nuoto. Mentalmente mi preparo al riposo mentale più totale, prediligendo mete turistiche e poco frequentate perché desidero vivere il viaggio come un momento di stacco dal mio lavoro, che comporta sempre un’intensa attività sociale.

Hai scelto una meta di viaggio dedicata alla musica?
Ho scelto la Cina, molti anni fa non tanto per apprendere un nuovo territorio musicale ma per superare impatti emotivi ed emozionali. Volevo provare a vivere un'esperienza completamente in solitudine. Ho fatto tutto il percorso della Muraglia Cinese. Cercavo la mia essenza e i profumi della vita. È chiaro che da quel viaggio ne è scaturita anche un'esperienza che poi ho applicato alla musica. Ma si è trattato comunque di un percorso interiore. Come confronto musicale per ascoltare e conoscere una diversa realtà musicale ho scelto invece New York.

Cosa non dimentichi di mettere nella valigia?
Il computer. Dentro c'è la mia vita, artistica e personale.

Un musicista può trovare fonti di ispirazione viaggiando?
Assolutamente sì. Una delle più forti fonti ispirazioni per la mia creatività è la natura e le sensazioni che da questa scaturiscono. Sono necessari degli stimoli esterni per poter vivere queste emozioni e trasformarle in musica. Il viaggio ti porta sempre alla creazione di un qualcosa di nuovo.

19 gennaio 2010

Il Partenone


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Mary Beard - Laterza, Bari 2006 - pp. 197

L’abbiamo visto per anni sui libri di scuola, studiato come esempio eccellente di tempio della Grecia del V secolo. L’abbiamo visitato sfidando il caldo e l’irregolarità dei gradini dell’acropoli e ci siamo fatti fotografare insieme a lui, proprio come tutti i turisti del mondo. Ma cosa ricordiamo del Partenone? Per rispolverare vecchie nozioni e incamerarne tantissime nuove si consiglia la lettura di quest’opera di Mary Beard, docente universitaria di Storia antica dell’Università di Cambridge e autrice di vari testi sulla cultura classica. Per quanto i titoli della studiosa siano particolarmente altisonanti e la trattazione notevolmente approfondita, il libro si presenta come lettura piacevole e accessibile a tutti, merito soprattutto del linguaggio semplice, condito, in molti casi, con una buona dose di ironia.

Nel volume viene ripercorsa tutta la storia di questo patrimonio dell’umanità, dalla fase del suo progetto a opera di Fidia su indicazioni di Pericle ("se dovessimo dar retta a Plutarco, Fidia starebbe a Michelangelo come Pericle al papa Giulio II"), fino all’ultimo, eterno, restauro, iniziato nel 1983. In questo arco temporale lunghissimo, il Partenone è stato adibito a tesoreria durante la guerra con i Persiani (479 c. C.), convertito in chiesa (Nostra Signora di Atene, 450), in moschea (1460), usato come deposito di munizioni dei turchi ottomani in guerra contro Venezia (1687) e, per questa ragione, bersaglio di rovinose cannonate. Quindi è stato privato di un numero impressionante di sculture (1799-1803), è stato smembrato, spogliato, ricostruito (inizio del XX Secolo) e demolito (1844).

La storia di Atene è stata da sempre molto movimentata. Tuttavia, nonostante il Partenone ne sia stato sin dall’inizio al centro dell’attenzione, ancora oggi permangono dubbi sulla sua funzione originaria, sull’interpretazione del fregio, sulla disposizione delle sculture nel frontone e sul fatto se sia stata la vergine (parthenos) Atena a dare l’appellativo a tempio, o il tempio alla dea. Il libro affronta anche l’antica e nota controversia tra il British Museum, che conserva gran parte dei marmi del Partenone e la Grecia, che li rivorrebbe a casa. Ma la particolarità del volume, l’ingrediente che lo differenzia dai numerosi altri sull’argomento, è l’indagine sulla ricezione del tempio nel mondo moderno e contemporaneo, che ci fa scoprire come, mentre Virginia Woolf, di fronte alla grandiosità del monumento si sentì quasi mancare, Winston Churchill "avrebbe desiderato vedere qualche colonna in più rimessa in piedi".

Palladio


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James S. Ackerman - Einaudi, Torino 1998 (I ediz.1966) - pp. 98

Considerata la monografia per eccellenza su Palladio (1508-1580), l’opera di Ackerman, agile (nemmeno 100 pagine), ma allo stesso tempo completa, è un vademecum prezioso. Prezioso non solo per gli specialisti del settore, ma anche per chi, in procinto di partire per o di ritorno da un viaggio a Venezia, Verona, Vicenza, Padova e l’area del Brenta, desideri conoscere meglio colui che, da più di cinque secoli, in quelle zone ha lasciato tracce tanto profonde da esserne diventato una sorta di sinonimo. Il testo, seguito da un corposo apparato fotografico, cui l’autore rimanda costantemente, è diviso in cinque parti: una parte biografica, che illustra le vicende che portarono il giovane Palladio dalla bottega di un lapicida di provincia fino ai circoli più esclusivi della Vicenza umanistica.

Seguono tre parti dedicate rispettivamente alle tipologie architettoniche che il maestro realizzò (ville, edifici pubblici e palazzi, architettura religiosa), e una finale in cui, riferendosi ai progetti realizzati e a quelli contenuti nei palladiani "Quattro libri dell’architettura", Ackerman spiega i principi architettonici del maestro. Quegli stessi principi che resero Palladio famoso, richiesto, immediatamente riconoscibile e presto imitato. Anche se mai eguagliato. Indubbiamente influenzato dallo stile del Bramante, dall’ordine rustico di Giulio Romano, da quello gigante di Michelangelo, forte dello studio di Vitruvio e intriso di suggestioni padane e lagunari, Palladio seppe creare uno stile nuovo allo stesso tempo antico, funzionale, ma anche armonioso. In una parola sola: originale ("il fatto di risiedere a Venezia non lo rese più veneziano; fu invece Venezia a diventare più palladiana").

L’acclamato architetto di Villa Barbaro (Maser), della Rotonda (Vicenza) e della serenissima chiesa di San Giorgio Maggiore ebbe anche lui una croce e delizia: il Palazzo della Ragione (o Basilica) di Vicenza, il cui ampliamento e consolidamento gli procurarono sì un successo improvviso e una pioggia di commissioni di palazzi, ma anche grattacapi e lungaggini che si protrassero ben oltre l’anno della morte del maestro. La frase: "L’armonia di Palladio fu soltanto un geniale prodotto dell’Umanesimo, che un architetto di grande sensibilità seppe usare con incomparabile efficacia; per il fatto di essere stata accettata da tante generazioni successive, quest’armonia ha assunto nella pratica dell’architettura un ruolo che appare ormai insostituibile".

Intorno ai sette colli


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Julien Gracq - Mattioli 1885, Fidenza 2009 - pp.137

Nel 1976, all’età di sessantasei anni, Julien Gracq (1910-2007) decise che era giunto il momento di visitare Roma. Da uomo di Lettere, il viaggio nella Città Eterna era per Louis Poirier (questo il suo vero nome) carico di aspettative. E, si sa, quando le aspettative sono tante, è raro che non si rimanga almeno un po' delusi. "Intorno ai sette colli" è un’opera sulla disillusione, sulla sottile malinconia che sopraggiunge quando si scopre un luogo diverso da come lo si era immaginato. Un sentimento che, nel caso dell’autore, rimase inalterato per tutti e dodici gli anni in cui questo diario di viaggio decantò in un cassetto prima di raggiungere la scrivania dell'editore, nel 1988. La lettura del volume è decisamente sorprendente. Un po' dispiace, è innegabile, constatare come la bellezza di Roma non abbia entusiasmato un animo sensibile come il suo, o leggere della marginalità e della timidezza provinciale dell’Eterna, eppure è difficile non amare questo libro.

E impossibile non sorprendersi di fronte alle sue metafore e confronti inediti, capaci di mostrarci Roma come non l’abbiamo mai vista. Più che descrivere la città, Gracq ha disegnato dei veri e propri quadri onirici, in cui il Colosseo non è tanto una rovina, quanto "un fossile monumentale smisurato" e nei quali "San Pietro è un colosso dalle spalle strette". Immancabili sono i paragoni con le bellezze di Francia, dai quali Roma esce quasi sempre perdente. Sebbene infatti la Colonna Traiana sia più nobile della colonna di Place Vendôme, via Margutta non fa pensare al Montparnasse di Picasso o di Pascin "ma ai versanti posteriori di qualche sobborgo Saint-Germain un po' sciupato" e Piazza di Spagna a un abbozzo in piccolo delle scalinate di Montmartre e della folla a passeggio per la Place du Tertre.

Parole non meno acide spettano al Tevere, che non merita neanche di essere chiamato fiume; al Vittoriano ("torta a più piani del re baffuto") e alla Piazza del Campidoglio, "fiera ma sfortunatamente avvilita dalla statua equestre priva di grandeur di Marc’Aurelio che cavalca a pelo come il garzone di un mugnaio". Fortunatamente, in questa città, "in cui tutto si accatasta, s’incastra e si contamina" qualcosa si salva: l’Aventino con la chiesa dei Cavalieri di Malta, le pose baudeleriane dei gatti sui tronchi delle colonne dei Fori e la superba Piazza Navona, il cui splendore riesce a fargli scrivere un appassionato: "mi estasiava sia caderci dentro quando non la stavo cercando, sia smarrirmi tutte le volte che vi avevo un appuntamento".

12 gennaio 2010

Rivers State, il forziere della Nigeria


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Rivers treasure base of the nation" ("Il Rivers State è il forziere della nazione"): è la scritta riportata sulle autovetture immatricolate in questo che è uno dei nove stati che compongono il Delta, una delle regioni più ricche della Nigeria. Più che a una nazione, per la Nigeria, bisogna pensare a un gigante dove vive quasi un sesto della popolazione di tutta l’Africa. Un paese grande circa tre volte l’Italia con 150 milioni d’abitanti, che per la maggior parte vivono sotto la soglia di povertà. Indipendente dal 1960 vanta una storia degna del peggio di questo continente: colpi di stato a ripetizione, brogli elettorali e corruzione endemica.
"Da quando la società civile è stata debilitata da decenni di governo militare, i nigeriani usano liberamente l’espressione 'colonialismo interno' come la più immediata per descrivere la perdurante soppressione della volontà popolare, una coordinata rimozione democratica che funziona grazie a una ristretta cricca egemone, determinata a mantenere il controllo della nazione" (Wole Soyinka, 12 luglio 2009). La "cricca" a cui fa riferimento il Premio Nobel per la letteratura è l'élite militar-civile che controlla oggi il potere politico ed economico di un paese che è il primo esportatore di greggio dell’Africa e l’ottavo al mondo. La quasi totalità del petrolio nigeriano arriva dalla regione del delta del fiume Niger, una zona dove l’inquinamento ha reso sterile una terra fertilissima e prive di vita acque pescosissime. Terre abitate da circa 30 milioni di persone, provenienti da 40 differenti etnie. Qui il business delle concessioni petrolifere alle grandi multinazionali, che vede protagonista anche l’italiana Eni, produce l’80% del Pil della Nigeria. Ma nel Delta, dei proventi di mezzo secolo di esportazione, non sono arrivati nemmeno gli spiccioli.

Girando per le trafficatissime strade di Port Harcourt, capoluogo del Rivers State impressionano le code mostruose nei pressi dei distributori di benzina, che spesso sono vuoti. È il paradosso nigeriano: producono petrolio, ma non sono in grado di raffinarne per il mercato interno. Quindi esportano greggio e reimportano benzina: inevitabile che i prezzi salgano alle stelle. Chibuike Rotimi Amaechi è governatore del Rivers State dal 2007. Dinamico, sicuro di sé, con un sorriso un po' alla Eddie Murphy, è dedito a quell’operazione che nel marketing si chiama rebranding: cambiare la nomea che il Delta ha acquisito in questi anni. Port Harcourt non deve più essere solo sinonimo di violenza (la città è tappezzata da una sorta di pubblicità progresso con cui 'si sconsigliano' rapimenti, violenze e affiliazioni a dubbie sette para-religiose). Un'operazione di pulizia che da una parte procede con le ruspe che, senza tanti complimenti, stanno radendo al suolo interi slum e dall’altra, cercando di mantenere una promessa, secondo cui lo sviluppo futuro passa attraverso l’istruzione e finanzia la costruzione di 50 nuovi istituti scolastici nella regione.

È nell’ambito di questo processo di rebranding che il governatore ha sponsorizzato lo Ion International Film Festival, celebratosi a Port Harcourt nel dicembre scorso. Un festival itinerante partito da Los Angeles, transitato da Dubai nel 2008, e arrivato un anno dopo nella capitale del Rivers State. Dal 2007 è gestito dal Farmani Group di Hossein Farmani, businessman iraniano trapiantato negli States e grande intrecciatore di charity, cultura e soldi. La mission ufficiale del festival era quella di promuovere il cinema indipendente e di costruire la pace (o almeno provare a farlo) attraverso l'arte. Obiettivo perseguito con successo grazie alla professionalità della squadra che ci ha lavorato. A partire dalla direzione artistica, affidata a Catherine Ruelle, francese, profonda conoscitrice del cinema africano. Pellicole provenienti dall’Europa, dall’America, dall’India, da tutta l’Africa, con ovviamente grande spazio alla cinematografia made in Nollywood, la risposta 'nera' a Hollywood e a Bollywood. Dopo il petrolio e il business religioso, con un fatturato di 250 milioni di dollari e 300 mila addetti, è la terza industria della Nigeria. Ogni settimana quasi trenta nuovi film fanno la loro comparsa nella giungla urbana nigeriana.

La base logistica di Nollywood è Lagos, la capitale economica del paese. In questa sorta di ragnatela umana di oltre 15 milioni di abitanti c’è spazio per una sorta di Beverly Hills tropicale: la penisola di Lekki, scelta dalle star per le loro residenze. Il quartiere di Surulere, invece, ospita le società di produzione e le nuove dinastie di Nollywood. Una geografia che ha nelle bancarelle e nelle stradine inestricabili di Idumota la macchina da soldi che diffonde ai quattro angoli del paese centinaia di film ogni anno. Qui la pellicola non esiste, si lavora solo in digitale e tutto viene diffuso tramite dvd: saltando completamente il circuito delle sale cinematografiche i produttori nigeriani sono stati capaci di raggiungere un pubblico sempre più ampio e variegato. Comprati ad Idumota, i film vengono poi rivenduti nei mercati di tutte le più grandi città del continente africano, superando in parte i conflitti linguistici ereditati dal passato coloniale e contribuendo a creare così un universo di riferimenti culturali comuni capaci di tagliare trasversalmente le frontiere tracciate dalla politica. L’incontro, a Port Harcourt, con registi e attori di Hollywood, come Giancarlo Esposito e Daryl Hannah, e Bollywood, come Adnan Siddiqui e Masumeh Makhija, ha consentito un interscambio e una possibilità di sviluppo a una cinematografia 'giovane' come quella nigeriana.

Il clima informale che favoriva approcci e incontri con registi, produttori e star cinematografiche, unitamente ad appositi workshop intelligentemente inseriti nel programma del festival, hanno consentito a mondi molto lontani - per mezzi economici e tradizioni culturali - di entrare in contatto e potersi, vicendevolmente, evolvere. Pescando tra le numerose sezioni in cartellone - corto e lungometraggi, documentari, video, lavori di animazione, più una sezione dedicata ai lavori di giovani studenti nigeriani - mi permetto una segnalazione per un paio di lavori, extra-nollywoodiani, che meriterebbero di arrivare quanto prima nelle nostre sale. La prima è per "From a whisper", del keniano Wanuri Kahiu, una pellicola - premiata per la categoria lungometraggi - che racconta una storia legata all'attentato di Nairobi dell’agosto 1998 all’ambasciata americana. La seconda è per uno strabiliante musical, firmato dalla regista senegalese Dyana Gaye, ambientato durante un viaggio in taxi tra Dakar e Saint Louis. L’elenco completo dei lavori premiati a Port Harcourt è su www.ionfilmfestival.com.

Cinque domande a...Enrico Vanzina


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Enrico Vanzina, classe 1949, forma col fratello Carlo un’inossidabile coppia di registi e sceneggiatori. I primi passi dietro la macchina da presa li ha mossi come aiutante del padre Stefano, meglio noto come Steno. Nel 1976 ha iniziato la carriera di sceneggiatore che lo ha portato a firmare più di ottanta film con molti dei più famosi registi italiani, fra i quali Dino e Marco Risi, Alberto Lattuada, Mario Monicelli e Nanni Loy. Insieme a Carlo ha realizzato alcuni dei maggiori successi degli anni Ottanta e Novanta, lavorando con un grandissimo numero di attori italiani, tutti molto quotati. Nel corso del 2009 ha firmato la sceneggiatura del film "Un'estate ai Caraibi", sempre insieme al fratello, che invece ne ha curato la regia.



Come si prepara per un viaggio?
In realtà non mi preparo mai, amo i viaggi casuali. A meno che non si tratti di lavoro, i miei viaggi veri sono last minute della mia coscienza. Non viaggio mai d’estate perché in questa stagione di solito lavoro, ma negli altri periodi sì e a volte sono capace di dire a mia moglie il venerdì: "Fai la valigia, si parte per il weekend". Il viaggio mi allunga la vita e per quando sarò più anziano voglio più bandierine piantate sulla mia mappa.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Per anni mi sono portato di tutto, all’insegna del "non si sa mai". Poi ho imparato il piacere di viaggiare leggerissimo.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Il primo viaggio fatto dopo l’esame di maturità. Avevo diciotto anni ed era un coast-to-coast negli Stati Uniti. Me lo regalò mio padre, per me allora una traversata mitica.

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
Sicuramente Bob Dylan. Qualsiasi cosa.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
È stato un trauma, ma in realtà e per fortuna non l’ho assaggiato. Mi trovavo a Hong Kong, dove mio padre stava girando con Bud Spencer un film su Piedone. Noi tre fummo invitati a pranzo da alcuni produttori locali. E la prima portata che ci servirono fu una testa di scimmia col cranio scoperchiato e il cervello da mangiare così, ancora al suo posto. Proprio come nel film di Indiana Jones. Scappammo!