15 marzo 2010

Dj Jad: la mia Havana hip hop


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Spesso nella sua musica ricorre l'idea del viaggio, come fonte d'ispirazione e come sogno. Dj Jad porta già nel nome d'arte un qualcosa di esotico: Jad in sanscrito vuol dire "pazzo". L'ex metà degli Articolo 31, al secolo Vito Luca Perrini, classe 1966, dopo un album da solista, "Milano-New York" concepito nella metropoli americana e realizzato con collaborazioni locali, è tornato in Italia. Il suo recente cd "Il Sarto", un mix tra soul e hip hop, racconta uno spaccato del nostro Paese anche grazie a molti artisti che hanno lavorato con lui. Fra questi Cor Veleno, Amir, Ensi e Dj Enzo. Dopo quattro anni di cambiamenti artistici e privati, Dj Jad si è quindi cucito addosso un'anima musicale che lo rispecchia totalmente. Nel suo curriculum anche un'altra produzione: la doppia compilation "Back on track" del 2005, realizzata con la collaborazione di firme come Missy Elliott, The Roots, Alicia Keys e Outkast.

"Io sono uno che ha sempre voluto viaggiare, perchè si impara di più andando nei posti che dai libri, che comunque servono. Partivo dal mio quartiere periferico di Milano alla volta di Londra o Parigi. Poi con il successo degli Articolo 31 è arrivata la possibilità di esibirci all'estero. In particolare, mi è rimasto nel cuore un concerto che abbiamo fatto all'Avana a Cuba nel 1999. Ci sono tanti aneddoti legati a quel viaggio che magari un giorno scriverò in un libro. È stato meraviglioso sotto ogni aspetto. Ho scoperto un popolo splendido che non ha niente; non muoiono di fame, ma non se la passano decisamente al meglio ed è comunque sempre allegro e sorridente. Ho cercato di capire questa loro caratteristica e ho scoperto che sta nel fatto che non conoscono né invidia né astio, sono sempre pronti ad aiutarsi tra loro, hanno una mentalità diversa dalla nostra che li porta a stare bene con sé stessi. Noi abbiamo fatto vita da turista: sei ai Caraibi non puoi non andare al mare. Dopo un tuffo in acqua, mi sono ritrovato circondato da belle ragazze, un paradiso per un uomo. Ma io, che sono un tipo fedelissimo, mi ero portato dietro la mia fidanzata di allora. Ovviamente abbiamo mangiato tantissimo pollo e aragoste, che però devo dire sono piene di carne ma poco saporite. Eravamo ospiti dell'Avana Libre, l'hotel che un tempo era il punto d'incontro degli americani.

Ho conosciuto il dj della discoteca che c'è al piano di sopra: gli ho regalato le mie cuffie e alcuni strumenti di lavoro, si è commosso, si è messo a piangere e io mi porto ancora nel cuore il suo sorriso che arriva oltre le orecchie. Abbiamo anche visitato una scuola di musica: era strano vedere questi ragazzi suonare in un posto senza porte e finestre, chi cantava, chi suonava le percussioni in un angolo, chi era chino sul pianoforte nel corridoio. Siamo anche stati ospiti della televisione cubana, ci siamo ritrovati in uno studio stile "Happy Days", molto colorato. Loro sono rimasti fermi agli anni Cinquanta, ma sta anche qui il fascino dell'isola. L'Havana è una città consumata, era la Las Vegas degli anni Trenta, qui venivano tutti i gangster dell'epoca come Al Capone, poi c'è stato l'embargo e tutto è cambiato. Ricordo che c'era molta attesa per il nostro concerto, avremmo dovuto suonare alle 10 in piazza Camilo Cienfuegos. Alle 8 avevo appuntamento con una persona che conoscevo e questo mi accompagna nel ghetto: povertà e miseria, case senza porte, gente 'tamarra'. Ma io non ho avuto paura, ero rilassato, anche se vestito propriamente da turista con i bermuda e il cappellino. Sentivo una vibrazione positiva, siamo stati a bere in una casa e all'improvviso mi sono reso conto che erano già le nove, avrei dovuto essere nel backstage del concerto.

Di corsa, sono arrivato in piazza e ho trovato i miei collaboratori preoccupati per me, me ne hanno dette di ogni. Ma la cosa strana era che nella piazza non c'era nessuno, era vuota e deserta. Ho chiesto a un custode, mi ha risposto che era l'ora della telenovela preferita e più famosa di Cuba. Così siamo tornati in hotel e abbiamo bevuto una dietro l'altra una serie di piña colada con il cocco fresco: e pensare che ora sono astemio! Alla fine, al momento di salire sul palco, c'è stata una sopresa: in piazza c'era una marea di gente, noi eravamo quasi ubriachi e sul palco abbiamo fatto di tutto, improvvisando parecchio. È stato un delirio. Un concerto strepitoso che mi è rimasto nel cuore, anche se la mia città preferita resta New York. Ci vado spesso, anche due volte l'anno, ci ho vissuto e lavorato, mi ha arricchito professionalmente e umanamente più del successo che ho avuto in Italia. Adoro New York perchè è il centro del mondo, un miscuglio di razze ed energie che trasmette emozioni inimitabili".

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