18 marzo 2010

Suite dreams


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Camera, anzi, suite con vista su scenari naturali, archeologici, urbani, che catturano con forza per bellezza e suggestione. È il massimo dei sogni a cinque stelle per i viaggiatori extra lusso: amplificare il piacere della vacanza, vivendo la destinazione nel comfort (con vista) assoluto. Dalle vette andine di Machu Picchu, in Perù, alla Giordania, da Montréal al Marocco, fino a Firenze e alla Sicilia, ecco sette suite per sette differenti viste sul mondo. Alcune in città, altre immerse in una natura spettacolare. E tutte con un unico denominatore: l'eccellenza.

Machu Picchu Sanctuary Lodge - È l’unico albergo che si affaccia sulle rovine della mitica cittadella Inca. Per la sua posizione privilegiata, a 400 metri sopra il fiume Urubamba e a 50 dalla zona archelogica, il Sanctuary Lodge offre ai suoi ospiti panorami naturali d’impareggiabile bellezza, oltre al comfort di un ambiente caldo e accogliente. Dalle due suites, che sono arredate con gusto semplice e impreziosite con tessuti e legni dell’artigianato locale, si ha la vista migliore. Che oltre alle antiche vestigia comprende gli imponenti massicci del Machu Picchu e del Huayana Picchu.
Machu Picchu Sanctuary Lodge, Machu Picchu, Cuzco, Perù
Info: www.orient-express.com


Evason Ma’In Hot Springs & Six Senses Spa - Per raggiungere questo eco-resort di classe e tradizione, ultimo gioiello nato in casa Six Senses, bisogna percorrere la biblica Strada dei Re che attraversa la Giordania da nord a sud e conduce fra le più belle valli e siti del Medio Oriente. A un’ora d’auto da Amman, l’Evason Ma’In si trova incastonato in una conca rocciosa, a 264 metri sotto il livello del mare, fra le alture desertiche che dominano il Mar Morto. Dalle due royal suite, arredate con materiali naturali, legno e pietra locale, e colori caldi dall’arancio al marrone, la vista spazia fino alle luci di Gerusalemme, oltre il Mar Morto, e sulle cascate naturali di acqua termale che zampilla calda a 45°C
Evason Ma’In Hot Springs & Six Senses Spa, Madaba, Ma'In
Info: www.sixsenses.com


Lungarno Suites - Pensate per quanti vogliono provare il piacere di avere casa con vista su Ponte Vecchio e l’Arno, a Firenze, senza però rinunciare alle comodità e ai servizi di un grande albergo a cinque stelle. Le 44 suite di cui dispone il Lungarno Suites sono un’esperienza di luce e stile, dimore eleganti aperte sulle meraviglie della città: dalla terrazza-solarium della Suite Belvedere, ad esempio, si ammirano Palazzo Pitti, Forte Belvedere e San Miniato. A richiesta, un personal chef vi prepara la cena. Lungarno Suites, Lungarno Acciaiuoli 14, Firenze
Info: www.lungarnohotels.com



Caruso Hotel - Immaginate di fare un tuffo nell’infinito, sospesi tra cielo e mare. A Ravello, incanto d’arte e slow life della costiera amalfitana, il Caruso hotel offre molto di più. Ex residenza nobiliare dell’XI secolo, nel periodo del Grand Tour ospitò il gruppo di Bloomsbury. Oggi, nell’infinity pool, incastonata tra la Rocca del Belvedere e l’antica murazione che perimetrava l’acropoli di Ravello, si nuota a 350 metri sospesi tra cielo e mare, sul golfo di Salerno. Da mozzafiato la vista che si gode dalla terrazza privata dell’Exclusive Suite, tripudio di eleganza minimal e design mediterraneo, sul golfo e la costiera, tra piante di limoni e aranci.
Hotel Caruso, Piazza San Giovanni Del Toro 2, Ravello, Salerno
Info: www.hotelcaruso.com

Verdura Golf & Spa Resort - Inaugurato da pochi mesi, il resort cinque stelle, proprietà di Sir Rocco Forte, nostro signore italo-britannico dell’hotellerie di lusso, da solo vale la destinazione. Si trova lungo le coste siciliane di Sciacca, in una zona ancora preservata dal turismo di massa e prende il nome dal vicino corso d'acqua che sfocia nel Mediterraneo. Fiore all’occhiello, i due campi da golf, uno da 18 e uno da 9 buche, disegnati dall’architetto-principe del green Kyle Phillips. Dalla Ambassador Suite, un santuario di privacy, eleganza e stile, la vista infinita spazia tra cielo e mare.
Verdura Golf & Spa Resort, Contrada Verdura, Sciacca, Agrigento
Info: www.verduraresort.com



Dar Darma - A Marrakech, in Marocco, nel cuore della Medina, a due passi dalla celebre piazza Jemaa El-Fna, cuore pulsante della città, e dalla Scuola Coranica Medersa Ben Youssef. Il tuffo in uno degli eterni rendez-vous del bel mondo può iniziare da questo elegante riad di charme. In un palazzo del XVIII secolo, la dimora privata, un’oasi di eleganza ristrutturata da poco, oltre a due appartamenti dispone di quattro lussuose suite con terrazza-solarium e vista sul patio con piscina orlata di palme o sui tetti della città moresca. Superbi gli arredi, un tripudio di preziosi tappeti, lampadari e mobili d’arredo siriani, iraniani, marocchini, dispone anche di un hammam tradizionale.
Dar Darma, 11/12, Trik (rue) Sidi Bohuarba, Marrakech
Info: www.dardarma.com

Fairmont Queen Elizabeth - La suite 1742 del lussuoso hotel di Montréal non è una stanza d'albergo qualsiasi. Quarant’anni fa fu trasformato in uno dei più importanti palcoscenici della storia della musica e del costume per avere ospitato il famoso bed-in for peace di John Lennon e Yoko Ono. Per una settimana, la mitica coppia rimase a letto per promuovere la pace contro la guerra in Vietnam. L’happening calamitò l’attenzione dei media di tutto il mondo. Ogni giorno John e Yoko dal loro letto accoglievano decine di giornalisti, fotografi e intellettuali della controcultura americana che, come Allen Ginsberg e Thimothy Leary, parteciparono alla registrazione in suite dell’inno pacifista Give peace a chance. La camera-museo oggi è fra le più richieste dell’hotel.
Fairmont Queen Elizabeth, 900 Rene Levesque Blvd. W Montreal
Info: www.fairmont.com/queenelizabeth

15 marzo 2010

Orvieto, capitale del fantasy e dell'horror


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ORVIETO - Il terrore corre tra la Storia. Misteri, horror, avventura, paura non potevano trovare casa in un luogo migliore. Nella mistica e quasi esoterica Orvieto si svolge il primo Fantasy Horror Award, il festival dedicato al cinema dell'orrore che in questo periodo è in pieno fulgore. Dal 19 al 21 marzo 2010 si incontrano nella città umbra tantissimi ospiti, da Dario Argento a Carlo Lucarelli, da Brian Yuzna a Robert Englund. Tra anteprime, film in concorso, tavole rotonde, mostre, party, concerti e molto altro. Una tre giorni no stop per gli appassionati del genere che potranno vedere da vicino registi, attori e scrittori. Una full immersion dalle 10 di mattina sino alle 24 nell'horror e nel fantasy. Tutto finalizzato alla serata di premiazione durante la quale saranno consegnate 16 statuette, tra le altre, per miglior film, miglior sceneggiatura, miglior romanzo, miglior interpretazione, miglior serie tv, miglior fumetto, miglior sito web e via spaventando.

Le immagini del Festival saranno poi trasmesse il 24 e il 25 aprile in esclusiva su Fantasy, canale 132 di Sky, che ha organizzato la manifestazione insieme al Comune di Orvieto, la Provincia di Terni e l'APT dell'Umbria. Tra gli ospiti più attesi, ovviamente il re incontrastato del cinema horror italiano, Dario Argento. E poi Federico Zampaglione, neo regista di "Shadow", e la sua musa Claudia Gerini, il mitico Freddy Kruger di "Nightmare" Robert Englund, l'attrice di "Halloween" Kristina Klebe, il musicista Claudio Simonetti, l'autore di "Lost" e "Heores" Jeph Loeb, le nuove leve registiche Milan Todorivic e Nicolas Winding Refn. Non mancano le sezioni dedicate alla narrativa e al fumetto, mentre il premio alla carriera sarà consegnato a Brian Yuzna. Un Festival non tradizionale, che si può seguire anche su www.fantasyhorroraward.com, ma che vivendolo ad Orvieto mette un filo di terrore in più. Non a caso questa città millenaria, già famosa all'epoca degli etruschi, è sospesa quasi per magia tra cielo e terra, ancorata su una rupe di tufo. Uno degli aspetti che la rendono mistica è proprio il dedalo di grotte nascoste nell'oscurità silenziosa della Rupe.

Scavate pazientemente nel corso dei secoli dagli antichi abitanti, sono un immenso patrimonio archeologico e storico. Attraverso di loro si passa dalla Orvieto estrusca a quella medievale e rinascimentale, tra echi misteriosi e viaggi nel tempo. Del resto, Orvieto sembra essere un labirinto nella storia, tra pozzi e cunicoli, gallerie e grotte usate nei secoli per la produzione e la conservazione del tipico vino della zona. Un mondo sotterraneo che sembra essere uno spaccato di un film fantasy o horror come quelli proiettati al festival. A cominciare dal pozzo più famoso, quello che accoglie i visitatori all'entrata della città alta. E' il Pozzo di San Patrizio: a sezione circolare, profondo quasi 62 metri e largo circa 13 e mezzo. Il suo nome è legato al santo irlandese Patrizio, abituato a pregare nella profondità di un pozzo. La costruzione iniziò dopo il 1527, anno in cui il Papa Clemente VII Medici scappò dal Sacco di Roma e si rifugiò proprio a Orvieto. Il Pontefice, scottato dalle imprese drammatiche compiute dai lanzichenecchi, ordinò che venissero costruiti pozzi e cisterne per assicurare alla città un'autonomia idrica in caso di assedio.

Il progetto del pozzo che avrebbe dovuto servire la Rocca, la parte alta della città, fu affidato ad Antonio da Sangallo il Giovane che creò una struttura a doppia elica raggiungendo le sorgenti a oltre 50 metri di profondità e permettendo il facile trasporto dell'acqua in superficie per uomini e animali. I lavori finirono solamente una decina d'anni dopo, nel 1537, quando il Papa Paolo III Farnese ordinò un cilindro esterno al pozzo ornato di gigli, suo stemma di famiglia, per testimoniare la sua presenza a Orvieto. Tuttora due portoni diamentralmente opposti danno l'accesso alle due scale a chiocciola, una per la discesa e l'altra per la risalita, indipendenti tra loro e composte da 248 scalini. Sul fondo è collocato un ponte di legno sopra il livello dell'acqua. Il pozzo è illuminato da settanta finestroni, ma nonostante questo ha un'aurea di sovrannaturale. Altrettanto legato al mondo dei misteri è il Duomo, la principale attrazione di Orvieto, un gioiello dell'architettura gotica. La sua costruzione, avviata nel 1290, fu voluta da papa Niccolò IV per dare una collocazione al Corporale del Miracolo di Bolsena: nel 1263 il sangue sgorgò dal Pane Benedetto mentre un prete boemo celebrava la messa nella Basilica di Santa Cristina a Bolsena.

Il prezioso reliquario del miracolo, che riproduce la sagoma tripartita della facciata del Duomo, è conservato all'interno della chiesa, di una semplicità severa e toccante. Tra gli splendori imperdibili, il portale centrale rivestito di lastre bronzee, il rosone e la Cappella Nuova o di San Brizio affrescata dal Beato Angelico e da Luca Signorelli, con grandiose scene apocalittiche dedicate al "Giudizio Universale". Ma ad Orvieto non mancano le opere legate al passato pagano della città. Come la chiesa di San Giovenale, nata sulle fondamenta di un tempio etrusco dedicato a Giove: è una delle più antiche, risale al 1004 ed è situata sul bordo occidentale della Rupe. Oppure la chiesa di Sant'Andrea e Bartolomeo, costruita sulle rovine di un tempio pagano e di una chiesa paleocristiana. O ancora la Necropoli del Crocifisso del Tufo, con le tombe etrusche. Tra misteri, stradine affascinanti e panorami spettacolari sulla valle sottostante, Orvieto è degna sede del Fantasy Horror Award. Senza contare che i numerosi prodotti locali, dal vino al tartufo, dall'olio alla norcineria, dal pecorino al miele e alla frutta 'antica' come visiciole e sorbe, possono consolare gli spettatori atterriti dalle scene delle pellicole di paura.

Dal carbone all'arte, Ruhr capitale della cultura


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ESSEN - La chiamano la Torre Eiffel della Ruhr, l’imponente torre d’acciaio, icona del passato industriale del distretto minerario tedesco e, prima ancora, gonfalone della Zollverein: la monumentale miniera degli anni Trenta alle porte di Essen, che nel 2001 l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità. È stato inaugurato qui, con la cerimonia d’apertura intitolata "Gluck Auf" (il tradizionale saluto fra i minatori tedeschi), l’anno che vede la Ruhr capitale europea della cultura 2010. È la prima volta che questo titolo viene assegnato a un’intera regione. Fino a pochi decenni fa, il bacino metropolitano della Germania nord-occidentale era famoso per le miniere di carbone, le cokerie e le acciaierie.

Oggi, grazie a una radicale trasformazione, gasometri e siti minerari sono stati trasformati in straordinari palcoscenici culturali e centri per l’arte contemporanea che costituiscono un insolito quanto affascinante panorama in bilico tra archeologia industriale e progetti urbanistici avveniristici, firmati da archistar come Norman Foster, Herzog & de Meuron, David Chipperfield, Alvaar Alto. È di Rem Koolhaas, per esempio, il modernissimo RuhrMuseum da poco inaugurato nell’ex padiglione della Zollverein dove un tempo veniva lavato il carbone: l'ex rampa di scivolo del silos è stata trasformata da Koolhas in una spettacolare scalinata illuminata da neon color rosso incandescente, che si arrampica per oltre 30 metri e porta alla sala museale che ospita una ricca documentazione sul passato della regione. Mentre è una realtà ormai consolidata già dal 1997 il Red Dot Design Museum che Norman Foster ha ricavato nell'edificio 7 del complesso minerario, quello che un tempo ospitava la caldaia: una cattedrale dell’industria, dove il simbolo della sacralità è costituito da un'auto sospesa come un dio pagano.

Nei pressi di Essen, a Oberhausen, città gemellata con la sarda Carbonia, si può ammirare un altro esempio di spazio industriale recuperato a centro espositivo e palcoscenico per installazioni e mostre di architettura: l'ex Gasometro. Edificato nel 1929, con i suoi 170 metri di altezza e un diametro di 68, è il più grande d'Europa e ospita numerosi eventi in ambito di Ruhr 2010. Nel corso dei prossimi mesi, le 53 località prescelte della regione saranno palcoscenico per circa 2.500 eventi. Fra le capitali della cultura, Duisburg è la città con il porto fluviale interno più grande al mondo: negli ultimi anni è stato recuperato a nuova vita da Sir Norman Foster con la creazione di centri residenziali, locali, gallerie. Proprio sul water front si affaccia il Museo d'arte moderna e contemporanea Kuppersmuhle: ricavato nell'ex silos e magazzino di stoccaggio di cereali, sarà ampliato su progetto degli architetti Herzog & de Meuron.

Dj Jad: la mia Havana hip hop


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Spesso nella sua musica ricorre l'idea del viaggio, come fonte d'ispirazione e come sogno. Dj Jad porta già nel nome d'arte un qualcosa di esotico: Jad in sanscrito vuol dire "pazzo". L'ex metà degli Articolo 31, al secolo Vito Luca Perrini, classe 1966, dopo un album da solista, "Milano-New York" concepito nella metropoli americana e realizzato con collaborazioni locali, è tornato in Italia. Il suo recente cd "Il Sarto", un mix tra soul e hip hop, racconta uno spaccato del nostro Paese anche grazie a molti artisti che hanno lavorato con lui. Fra questi Cor Veleno, Amir, Ensi e Dj Enzo. Dopo quattro anni di cambiamenti artistici e privati, Dj Jad si è quindi cucito addosso un'anima musicale che lo rispecchia totalmente. Nel suo curriculum anche un'altra produzione: la doppia compilation "Back on track" del 2005, realizzata con la collaborazione di firme come Missy Elliott, The Roots, Alicia Keys e Outkast.

"Io sono uno che ha sempre voluto viaggiare, perchè si impara di più andando nei posti che dai libri, che comunque servono. Partivo dal mio quartiere periferico di Milano alla volta di Londra o Parigi. Poi con il successo degli Articolo 31 è arrivata la possibilità di esibirci all'estero. In particolare, mi è rimasto nel cuore un concerto che abbiamo fatto all'Avana a Cuba nel 1999. Ci sono tanti aneddoti legati a quel viaggio che magari un giorno scriverò in un libro. È stato meraviglioso sotto ogni aspetto. Ho scoperto un popolo splendido che non ha niente; non muoiono di fame, ma non se la passano decisamente al meglio ed è comunque sempre allegro e sorridente. Ho cercato di capire questa loro caratteristica e ho scoperto che sta nel fatto che non conoscono né invidia né astio, sono sempre pronti ad aiutarsi tra loro, hanno una mentalità diversa dalla nostra che li porta a stare bene con sé stessi. Noi abbiamo fatto vita da turista: sei ai Caraibi non puoi non andare al mare. Dopo un tuffo in acqua, mi sono ritrovato circondato da belle ragazze, un paradiso per un uomo. Ma io, che sono un tipo fedelissimo, mi ero portato dietro la mia fidanzata di allora. Ovviamente abbiamo mangiato tantissimo pollo e aragoste, che però devo dire sono piene di carne ma poco saporite. Eravamo ospiti dell'Avana Libre, l'hotel che un tempo era il punto d'incontro degli americani.

Ho conosciuto il dj della discoteca che c'è al piano di sopra: gli ho regalato le mie cuffie e alcuni strumenti di lavoro, si è commosso, si è messo a piangere e io mi porto ancora nel cuore il suo sorriso che arriva oltre le orecchie. Abbiamo anche visitato una scuola di musica: era strano vedere questi ragazzi suonare in un posto senza porte e finestre, chi cantava, chi suonava le percussioni in un angolo, chi era chino sul pianoforte nel corridoio. Siamo anche stati ospiti della televisione cubana, ci siamo ritrovati in uno studio stile "Happy Days", molto colorato. Loro sono rimasti fermi agli anni Cinquanta, ma sta anche qui il fascino dell'isola. L'Havana è una città consumata, era la Las Vegas degli anni Trenta, qui venivano tutti i gangster dell'epoca come Al Capone, poi c'è stato l'embargo e tutto è cambiato. Ricordo che c'era molta attesa per il nostro concerto, avremmo dovuto suonare alle 10 in piazza Camilo Cienfuegos. Alle 8 avevo appuntamento con una persona che conoscevo e questo mi accompagna nel ghetto: povertà e miseria, case senza porte, gente 'tamarra'. Ma io non ho avuto paura, ero rilassato, anche se vestito propriamente da turista con i bermuda e il cappellino. Sentivo una vibrazione positiva, siamo stati a bere in una casa e all'improvviso mi sono reso conto che erano già le nove, avrei dovuto essere nel backstage del concerto.

Di corsa, sono arrivato in piazza e ho trovato i miei collaboratori preoccupati per me, me ne hanno dette di ogni. Ma la cosa strana era che nella piazza non c'era nessuno, era vuota e deserta. Ho chiesto a un custode, mi ha risposto che era l'ora della telenovela preferita e più famosa di Cuba. Così siamo tornati in hotel e abbiamo bevuto una dietro l'altra una serie di piña colada con il cocco fresco: e pensare che ora sono astemio! Alla fine, al momento di salire sul palco, c'è stata una sopresa: in piazza c'era una marea di gente, noi eravamo quasi ubriachi e sul palco abbiamo fatto di tutto, improvvisando parecchio. È stato un delirio. Un concerto strepitoso che mi è rimasto nel cuore, anche se la mia città preferita resta New York. Ci vado spesso, anche due volte l'anno, ci ho vissuto e lavorato, mi ha arricchito professionalmente e umanamente più del successo che ho avuto in Italia. Adoro New York perchè è il centro del mondo, un miscuglio di razze ed energie che trasmette emozioni inimitabili".

9 marzo 2010

Philadelphia , la più amata dal cinema


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Non è Hollywood, non è la mecca del cinema, non ci sono neppure studi di registrazione. Eppure Philadelphia è una delle città più amate per girare film e telefilm. I suoi monumenti, le sue strade, le sue piazze sono diventate familiari allo spettatore medio proprio per averle viste in centinaia di pellicole. Tanto che nella capitale della Pennsylvania è organizzato un bus che porta nelle zone rese celebri dalle scene. Del resto, Philadelphia ha legato il suo nome ad uno dei film più premiati di sempre, "Philadelphia" appunto, con il premio Oscar Tom Hanks e con l'altrettanto Oscar alla colonna sonora con la canzone di Bruce Springsteen.

Una città elegante, storica e 'bene' come racconta "Scandalo a Philadelphia", indimenticabile film di George Cukor del 1940 con la viziatissima Katherine Hepburn divisa tra Cary Grant e James Stewart: un trio fantastico di attori, una sceneggiatura impeccabile presa da un testo teatrale e una villa faraonica a fare da scenografia. Tanto che lo stesso film venne ripreso molti anni dopo, nel 1956, e venne arricchito di musiche: era "Alta Società" con Frank Sinatra ma soprattutto con un vero simbolo della "Philly" bene", ovvero Grace Kelly, futura principessa di Monaco. Sua Altezza era nata proprio qui, come lo sono anche Richard Gere, lo scrittore Michael Connelly e Will Smith, che è partito dalla Philadelphia nera per diventare il "Principe di Bel Air". Ma l'immagine di Philly è tutt'uno con quella di Rocky. Qui infatti Silvester Stallone girò cinque dei film della serie e visitando il Philadelphia Museum of Arts non può non venir in mente la scalinata enorme dove il pugile si allenava, fino arrivare al vasto spiazzo in cina, alzare i pugni in alto in segno di vittoria e gridare il mitico "Adrianaaaa". A ricordo di Rocky, c'è una statua ai margini dello scalone, giusto per ribadire il concetto che Philadelphia è una città tollerante e aperta a tutto.

È proprio il Museo una delle tante attrattive culturali e artistiche della città. Non basta una giornata per visitarlo tutto con le tantissime sezioni, ha la collezione importante di Impressionisti, mentre intere ali sono destinate ai manufatti di India, Giappone e Cina. Tra Monet, Cezanne, Beato Angelico, Botticelli, una curiosità: il primo ritratto di una coppia afroamericana. Non mancano le mostre temporanee dedicate ai più grandi artisti del mondo: fino al 25 aprile 2010 ce n'è una dedicata a Picasso. Già la struttura stessa del museo è un esempio dell'architettura di Philadelphia. Ispirato alla Grecia classica, domina la parte terminale delle Benjamin Franklin Parkway, una delle più importanti arterie cittadine, a fianco del Fairmount Park. All'interno del parco c'è la succursale del museo, il Rodin Museum,c he ospita la collezione più vasta di opere di Auguste Rodin al di fuori della Francia. Inoltre, il museo ha il privilegio di avere una delle più belle panoramiche di Philly: dallo spiazzo sopra lo scalone l'occhio si perde sulla grande via dedicata all'illustre cittadino Benjamin Franklin e arriva fino al cuore della città, quello legato alla Storia degli Stati Uniti.

Fondata nel 1682 dal quacchero William Penn, è una delle città più antiche degli Usa. Sorge sulla riva occidentale del fiume Delaware, è attraversata da un suo affuente e il centro storico è compreso tra questi due fiumi. Qui, in questo fazzoletto di terra, si fece l'America, ispirata ai principi di libertà e tollerenza religiosa alla base delle intenzioni di Penn, che chiamò la sua città Philadelphia, ovvero in greco "città dell'amore fraterno". Costuita sulla planimetria a griglia, con tutte le vie che corrono in direzione nord-sud e in direzione est-ovest, ha il suo cuore nella City Hall, l'edificio più alto del mondo realizzato in marmo, lo stesso che fa spesso da sfondo alle inquadrature dei casi di omicidio irrisolti della serie tv "Cold case". La City Hall è il simbolo di Philly, con la statua di bronzo di 27 tonnellate che raffigura Penn sulla cima, che, fino agli anni Ottanta, prima che si cominciassero a costruire i grattacieli, dominava incontrastata la città. Proprio diripetto al municipio, si trova un vecchio tempio massonico: qui si tenne la prima runione di massoni nelle colonie nel 1732. Oggi è un museo con reperti storici di personaggi che hanno fatto l'America come George Washington, Andrew Jackson e Benjamin Franklin.


Dal Municipio parte la Market Street, la strada più commerciale di Philadelphia, anche questa unisce passato e presente serenamente. Tra centri commerciali sfavillanti, offre parecchie possibilità di sosta negli antichi mercati coperti dove assaggiare la gastronomia locale come la famosa "Philly's Steak" e i prodotti freschissimi provenienti dalle fattorie Amish nei dintorni. Una sosta rifocillante per chi vuole arrivare a piedi nella zona più storica della città. Per tutti gli altri c'è un comodo tram d'epoca che fa il giro delle attrazioni e porta alla Indipendence Hall. Costruita tra il 1732 e il 1756, è il luogo dove venne firmata il 4 luglio 1776 la Dichiarazione d'Indipendenza, la stessa che voleva rubare Nicolas Cage in "Il mistero dei Templari". Nella piazza dove sorge si respira davvero la Storia. Qui venne redata la Costituzione Americana, nelle aule venne ospitato il primo parlamento Usa. Sul lato opposto della Indipendence Hall si trova l'Old City Hall che fu teatro della prima corte Usa, la Corte Suprema. Davanti, nel Indipendence National Historical Park, detto anche il chilometro quadrato più storico d'America, c'è l'imperdibile Liberty Bell.

La campana venne fusa da una Fonderia di Whitechapel a Londra nel 1751, per celebrare l'anniversario della Carta dei Privilegi, redatta da William Penn. Una volta arrivata negli Stati Uniti, si scoprì una crepa e la campana fu di nuovo fusa. Posta in cima alla State House, come si chiamava ai tempi l'Indipendence Hall, faceva sentire i rintocchi in occasione dei maggiori avvenimenti pubblici: ad esempio chiamò i cittadini a raccolta per la prima lettura pubblica della Dichiarazione d'Indipendenza. L'ultima volta la campana ha suonato per il compleanno di George Washingston nel 1846, ma è rimasta il simbolo della libertà e dell'indipendenza per tutti gli americani. Sempre nel chilometro quadrato, c'è un altro palazzo consegnato alla Storia. È Carpenter's Hall che ospitò il primo Congresso Continentale che stipulò la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e che durante la Guerra d'Indipendenza americana divenne un ospedale. Ora è un museo dedicato al periodo coloniale. Finite le visite ai monumenti, è bello perdersi nelle stradine che delimitano la zona. Qui ci sono le case costruite quando gli Usa non erano ancora nati, il primo ufficio postale, molti spazi verdi con alberi e panchine dove ammirare gli scoiattoli, viuzze eleganti dove può sembrare di vedere il fantasma di Ben Franklin circolare liberamente tanto sembrano rimaste inchiodate in un'altra epoca.

Una sensazione riportata anche dal fatto che qui si svolgono tour per turisti con la guida vestita come nel Settecento. Un fantasma per fiction l'hanno davvero ospitato queste strade dei quartieri residenziali, con le case tutte tirate a lucido e i giardinetti perfetti. Era quello di Bruce Willis, psicologo per "Il sesto Senso". Philadelphia con la sua eleganza è stata pure una scenografia ideale per lo scambio di "identità" tra Eddie Murphy e Dan Aykroyd per "Una poltrona per due": in una via del centro si può vedere lo scalone doppio di un club per soli gentlemen, in stile inglese, dove rotolò il "povero" Aykroyd. Una delle mille anime di questa città ricca di storia, cultura, arte e sport: non a caso qui ci sono dodici squadre sportive professionali, i "Big 5" della lega di basket NCAA e si svolgono molti eventi. Mantenendo sempre vivi gli ideali di William Penn, che dall'alto del municipio continua a guardare sereno la sua città.

Mezzo secolo di fashion a Carnaby Street


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LONDRA - Cinquant'anni e non sentirli. Carnaby Street, la via probabilmente più famosa e sicuramente più cool di Londra, compie mezzo secolo, ma sembra essere più giovane che mai. Perché moda e stile, complice il revival Mod degli anni Novanta e la concentrazione di boutique, fashion designer internazionali e concept store d’avanguardia, stanno ancora oggi di casa in questo breve tratto di strada nel cuore di Soho, a pochi passi da Regent Street e Piccadilly Circus, dove nel XVI secolo i facoltosi lord inglesi si dilettavano nella caccia alla volpe proprio al grido di "Soho!", che ha finito per divenire il nome moderno dell’intero quartiere.

Carnaby Street e le dodici stradine contigue si animarono nel secondo dopoguerra, allorché East End bombardato non era più in grado di fornire spazi adeguati al commercio degli avanzi di stoffa. Vi si insediarono quindi le manifatture clandestine per i rinomati sarti e per gli atelier-uomo della vicinissima Savile Row, che diverrà poi altrettanto famosa per il leggendario "concerto sul tetto"dei Beatles nel gennaio 1969, l’ultima apparizione dal vivo dei Fab Four. Ma il punto di svolta per Carnaby fu a metà degli anni Cinquanta, quando Bill Green vi aprì la sua boutique per gay Vince. Fu una sorta di sdoganamento della zona dal tradizionalismo e il perbenismo dominanti, e preparò la strada alla rivoluzione dei costumi del decennio successivo, in cui Londra divenne la Swinging London e Carnaby street il suo cuore pulsante. La febbre modernista dei Mods, con la sua moda fatta di caschetti, stivaletti col tacco e gilet laminati, trovò casa fra i negozi di Carnaby, così come le boutiques più audaci. Mary Quant, la stilista che inventò la minigonna, vi si stabilì immediatamente, e la strada divenne luogo d’incontro per i personaggi più in vista del periodo, dagli idoli Mods per eccellenza, gli Who di Pete Townshend e i Kinks di Ray Davies, a Rod Steward e Jimi Hendrix. I club più alla moda del decennio nacquero intorno a Carnaby Street, dall’Ad Lib frequentatissimo da Beatles e Rolling Stoner al Bag O'Nails, dove Paul McCartney conobbe la prima moglie Linda Eastman.

Tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta divenne ovviamente il punto di riferimento del Flower Power britannico, in cui dominavano colori sgargianti, pantaloni a zampa d'elefante e psichedelia, mentre negli anni Ottanta la strada dello shopping per eccellenza conobbe un periodo di declino, piegando su un'immagine trasandata e spesso banale ad uso e consumo del turismo di massa. La "rinascita" si deve al revival degli anni Novanta, che sulla scia dei successi di Blur e Oasis ha restituito a Carnaby Street un'immagine ricercata e d’avanguardia, per quanto spesso patinata, in cui domina comunque l'effetto nostalgia per la Swinging London dell'epoca Mod. Non per niente hanno fatto fortuna qui i negozi di Ben Sherman, Lambretta e Merc. Non manca, all’estremo sud della via, un fornitissimo Football Corner per gli appassionati del calcio d’Oltremanica, mentre gli unici due pub, Firkin e The Shakespeare's Head, resistono all’estremo opposto, a due passi da Great Marlborough Street. A celebrare i 50 anni di Carnaby Street, dal 28 febbraio al 1 aprile, la mostra di immagini e memorabilia "Carnaby Street: 1960-2010" presso il numero civico 38, dove verrà presentato anche l’omonimo libro, con fotografie di Philip Townsend e interviste a Amy de la Haye e Judith Clark, curatrici della mostra.

Per info www.carnaby.co.uk

26 febbraio 2010

Basilea, città di frontiera


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BASILEA - Inguainata tra le acque del Reno, Basilea, è la città più estrema della Svizzera. Al confine tra il Baden-Württemberg tedesco e l'Alsazia francese, si apre al visitatore con un fascino tutto particolare. Stretta in un cantone grande quanto la città stessa (Basel Stadt), Basilea non solo è la capitale culturale della Svizzera, la città delle duecento fontane, quella della più antica università elvetica e di un carnevale notturno di grande fascino, ma affonda le sue radici nella storia più profonda. La sua fondazione risale al 44 a.C. con Augusta Raurica per opera del generale romano Lucio Munazio Planco, celebrato con una statua all'interno del cortile del pittoresco Rathaus (consiglio cittadino detto "Roothuus" nel dialetto locale) costruito tra il 1504 e il 1514, in pietra arenaria di colore rosso scuro, nella piazza del mercato (Marktplatz). Basilea entrò a far parte della Confederazione nel 1501 e divenne l'undicesimo Stato svizzero.

Nel periodo oscuro delle lotte di religione che divise e insanguinò l'Europa fra il XV e il XVI Secolo, Basilea non diede natali a grandi riformatori, a differenza di Zurigo o Ginevra, ma si trovò ugualmente coinvolta nella disputa e divenne sede del Concilio fra il 1431 e il 1437. Ma è soprattutto l'anima precedente della città, quella medievale a emergere ovunque. Dalla cattedrale ad esempio, il Münster, la cui costruzione fu avviata nel 1019 dall'imperatore Enrico II e terminata nel 1500. La gigantesca chiesa domina la collina sul Reno e sotto le sue navate riposano le spoglie del filosofo Erasmo da Rotterdam, che a Basilea si spense nel 1536. La religione ha sempre caratterizzato la storia di questa città. Governata dai principi-vescovi dal 999 al 1529, ancora oggi il bastone, simbolo dei prelati, è presente nell'emblema cittadino. Dall'altra parte del fiume, fra il 1225 e il 1226 venne fondata la testa di ponte che prese il nome di Kleinbasel (Piccola Basilea). Il disastroso terremoto del 1356 inflisse un duro colpo alla città, ma non impedì che numerose vestigia medievali giungessero fino ai nostri giorni, così che ancora siano il simbolo di Basilea accanto alla sua moderna anima industriale.

A passeggio per la città vecchia si possono ancora ammirare le pittoresche fontane, duecento in tutto, copie delle sculture originali conservate al chiuso, che contraddistinguono i quartieri e i mestieri che li caratterizzavano. Nei percorsi pedonali, l'amministrazione ne propone cinque, caratterizzati ognuno da un tema particolare, capita così che si aprano angoli di tranquillità che non sembrano nemmeno appartenere a una grande città. Uno di questi è la minuscola Andreas Platz, uno slargo che fino a due secoli fa ospitava una cappella (Sant'Andrea appunto) circondato ancora oggi dalle antiche case degli artigiani. Siamo nei quartieri delle arti e dei mestieri e ancora oggi i nomi delle vie richiamano le corporazioni di un tempo: come Imbergässlein, o via dello zenzero, nel quartiere degli speziali. Altri nomi restano evocativi: la centralissima Barfüsserplatz, o piazza degli scalzi, prende il nome dal vicino monastero francescano. Ma ritorniamo al Reno. La vera spina dorsale cittadina che se d'inverno è solcato in larghezza dai traghetti a cavo (ce ne sono quattro ad attraversare da punti differenti) d'estate si punteggia delle teste dei bagnanti. Sì, perché a Basilea si fa il bagno nel fiume, limpido e pulito.

E poi, inconsueto aspetto per una città svizzera, la skyline. Basilea ospita due edifici caratteristici per il loro profilo verticale: la sede della Banca per i regolamenti internazionali, vicino alla stazione delle ferrovie svizzere (vista la vicinanza con la Germania, in città ne è presente anche un'altra servita solo da quelle tedesche) e la Torre della Fiera, la Messeturm, che con i suoi 105 metri è il più alto grattacielo elvetico. All'ultimo piano si può ammirare il panorama cittadino dalle vetrate del Bar Rouge, uno dei locali più trendy della Basilea moderna. La stessa fiera è uno dei poli della nuova città e ospita la Baselworld, la più importante esposizione mondiale dell'orologio e del gioiello. L'edizione 2010 si terrà dal 18 al 25 marzo. E ancora, lo sport: a Basilea gioca l'omonima squadra di calcio che da qualche anno si è messa in luce anche nelle competizioni europee e che afronta gli avversari nel St.Jakob Park, il più grande stadio svizzero, rinnovato per gli Europei del 2008. La storia dell'FC Basel racconta anche che uno dei suoi primi campioni, Joan Gamper, si trasferì in Spagna e fondò nientemeno che il Barcellona, che infatti condivide i colori con il Basilea. Ma non c'è solo il pallone, da queste parti anche il tennis dice la sua. La città ha infatti dato i natali a Roger Federer e ospita annualmente i migliori campioni Atp nel Davidoff Swiss Indoor.

Dove mangiare
Non manca la scelta a tutti i livelli e per tutti i gusti. La migliore atmosfera basilese si respira tuttavia al Zum Braunen Mutz, in Barfüsserplatz al 10. Il locale al piano terra offre piatti della cucina locale in una tipica brasserie. Un profilo più elegante, ma ugualmente accogliente, caratterizza invece il Les Gareçons, all'interno della stazione Badischer Bahnof.

Dove dormire
Il quartiere fieristico offre vicinanza al centro mista a ottimi servizi e prezzi accessibili. Un'ottima scelta è l'Hotel du Commerce, in Riehenring al 91. Da qui passano anche numerose linee tranviare dirette oltre Reno.

Il carnevale protestante (di Claudio Agostoni)

Da Cordoba a Granada, magnifica Andalusia


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MALAGA - Se New York è la città che non dorme mai, la Spagna soffre d'insonnia. E questo non solo a Barcellona e Madrid, belle e magnificamente diverse, nella lingua e nello stile, dove dalla trionfale Gran Via alle Ramblas tutto ha un sapore magico. È infatti il sud della Spagna che colpisce per questa attitudine, in città che hanno nomi e sapori antichi, ricche di storia e cultura, in una parola, in Andalusia. Il viaggio comincia da Malaga, ma una volta atterrati affittate una macchina e dirigetevi verso la prima tappa: Gibilterra. Anche se questa non è più Spagna, ma si entra nel possedimento mediterraneo del Regno Unito, si passa da qui per soddisfare la curiosità di ammirare le coste africane sotto la Rocca, ovvero la montagna che rende famoso il panorama di questo luogo, e provare a contare le navi che dall'Atlantico entrano nel Mediterraneo. Percorrendo tranquille e comode strade, la successiva tappa obbligata è Cadice.

Una veloce passeggiata nella parte vecchia, dove le strettissime vie mostrano evidenti e affascinanti segnali di antiche civiltà che sono passate da lì. Prendete poi la strada in direzione Siviglia. La magica Sevilla, fa rimanere quasi basiti di fronte allo spettacolo offerto dalla campagna spagnola che ospita un grosso segnale di modernità: centinaia di gigantesche pale eoliche che non deturpano affatto lo splendido paesaggio naturale. Siviglia non finisce mai di stupire. Qui ci si può fare accompagnare nella visita alla città a bordo di una simpatica e accogliente carrozzella. Il conducente saprà svelare tanti piccoli e curiosi segreti che questa 'metropoli' nasconde. La cattedrale è monumentale, e gli amanti della storia della navigazione potranno ammirare la tomba di Cristoforo Colombo e il barocco spagnolo, molto presente anche nelle altre chiese. Le costruzioni monumentali, appena fuori dal centro, testimoniano ancora l'Expo del 1992. La Plaza de Toros con la statua dedicata al torero Manolete, fa rivivere le grandi corride e nel silenzio sembrano echeggiare gli ole della migliaia di spettatori. Prima di lasciare Siviglia è doverosa una visita attenta all'Alcazar, l'antico palazzo reale, originariamente fortezza dei mori.

Alzatevi di buon mattino e partite alla via alla volta del cuore dell'Andalusia, prima tappa Cordoba o Cordova, vecchia capitale della Spagna musulmana. Dalla maestosità alla semplicità all'austerità, Cordoba è la città dove più di ogni altra sono visibili i segni del passato arabo. Si può cominciare con una visita alla Mezquita, moschea dalle mille colonne tutte diverse una dall'altra con un fantastico chiostro ricco di aranceti. Anche questa incantevole città si offre con grande semplicità e facilità ad essere percorsa a piedi. Consigliamo di non perdere il quartiere della Juderia, con strade scoscese e acciottolate, arricchite dai colori verdi e arancio degli alberi in contrasto con le case tutte bianche. Da Cordoba si può partire alla volta di Granada, capoluogo della regione, molto vicina alla Sierra Nevada, caratteristica che la rende ancor di più affascinante. Passeggiando per il centro, spicca anche qui evidente il segno lasciato dalla dominazione araba. Anche visitandola in inverno l'Andalusia sembra accogliere il visitatore con un clima primaverile che da queste parti arriva quasi in anticipo. Basta una giornata di sole per girare in città anche in maniche di camicia.

Tuffatevi nelle viuzze e visitate l'Alcaiceria, l'antico mercato della seta all'epoca musulmana e ora trasformato in un semplice mercato di souvenir. La sera potete poi affacciarvi, attraverso un piccolo tour, nei quartieri popolari, dove la tradizione rispetta le vecchie usanze con ristorantini e locali. Qui il clima è davvero seducente e con un po' di audacia si può tentare di ballare le antiche danze gitane che animano le vie ad ogni angolo. Ciò che rimane è tutto il fascino e la bellezza di luoghi come Plaza Bib-Rambla con la fontana dedicata al Dio Nettuno; o come la piazza dedicata alla Regina Isabella la cattolica, con il monumento fatto erigere in onore a Cristoforo Colombo. Ma il fiore all'occhiello è l'Alhambra o Palazzo dei Sultani. Un'intera città capolavoro dell'architettura islamica dove bisogna rispettare orari precisi per entrare, ma la breve attesa è totalmente ripagata dallo spettacolo che si presenta dietro ogni particolare e ogni angolo. Si riparte da Granada alla volta di Malaga, ma nella mattina è assolutamente consigliabile un ritaglio di tempo necessario alla visita del quartiere musulmano dell'Albayzin. Bastano poche ore e nel primo pomeriggio si può ritornare a Malaga non senza prima aver programmato una cena sulla spiaggia al ristorante "El Tinero", cena a base di pesce freschissimo, messo in bellavista, cucinato all'istante. Motivo in più per tornare, anche fuori stagione.

25 febbraio 2010

Shanghai, la Cina di domani


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SHANGHAI - Futuro e passato insieme. Una metropoli tutta proiettata sulla tecnologia e lo sviluppo commerciale: se non fosse per i caratteri cinesi dei manifesti luccicanti sui grattacieli si potrebbe credere di essere in una qualsiasi delle città statunitensi. Ma per fortuna il cuore vero di Shanghai rimane legato alla tradizione, ai templi e ai giardini di una millenaria cultura. Tutto qui appare sfavillante sin dalla prima occhiata. Anche perchè i cinesi ci tengono a fare buona impressione con l'Expo, dall'1 maggio al 31 ottobre 2010. Il Centro Expo, costruito con un'architettura in linea con la tutela ambientale, è l'esempio di quanto Shanghai sia concentrata sul futuro. Dopo l'esposizione mondiale, dove confluiranno tutte le novità di idee umane e milioni di turisti, il centro riunioni per le celebrazioni, centro stampa e attività, diventerà uno degli stadi permanenti più grandi e importanti del mondo, un centro conferenze internazionale di primo livello adatto ad ospitare convegni e riunioni di ogni genere. Un classico di questa Shanghai che sembra mordere il freno e volersi imporre come metropoli all'avanguardia in tutti i sensi.


L'Expo sorge in un grande parco, nella zona più recente, sulla sponda destra del fiume Huangpu che divide in due la città. Da quelle parti c'è anche la Torre Televisiva Perla d'Oriente, diventata con i grattacieli che la circondano, il simbolo e il panorama stesso della Shanghai di oggi. Colorata, illuminata, tecnologica. Lo skyliner migliore per godere di Pudong, la zona nuova, è invece proprio l'altra sponda del fiume, costeggiata dal Bund. Uno splendido e lunghissimo lungofiume, meta ideale per una passeggiata, per prendere un caffè o assaggiare qualche specialità dai tanti chioschi che si incontrano sul lato pedonale. O per fare una foto alla statua del filosofo Cheng Yi. Ha un'aria retrò, il Bund. Sembra di essere trasportati negli anni Trenta, anni d'oro per la città cinese. Lungo il chilometro e mezzo del lungofiume, scorrono infatti edifici dagli stili diversi, molti dei quali affondano le radici in quel periodo storico. E poi negozi chic di grandi firme della moda italiana, alberghi di lusso, banche e club che in quell'epoca erano ritrovo di avventurieri e miliardari, re e ambasciatori. Un tempo il Bund era una riva fangosa, occupata dai pescatori che scaricavano la loro merce, ma tra il XIX e il XX Secolo si è trasformata nella strada più ambita della Cina. Durante la rivoluzione fu visto come un simbolo dell'occupazione straniera della città e soltanto negli anni Novanta è tornato piano piano all'antico splendore. Oggi è meta ideale per partire alla scoperta di Shanghai. Da qui, ad esempio, si può affittare una delle tante barche che fanno la spola sul fiume e godere la vista della metropoli dall'acqua. Sul Bund, proprio all'altezza della statua di Cheng Yi, sbuca Nanchino Road, ovvero la strada pedonale più trafficata e commerciale del mondo. Provare ad attraversare la via in mezzo ad una folla continua è una delle esperienze più elettrizzanti che possa fare il visitatore occidentale, senza rimanere travolto dalla multidudine umana.

Vanno tutti a fare shopping perchè questa è la Shanghai versione capitalista: un susseguirsi senza fine di negozi di abbigliamento casual, di grandi magazzini dove le commesse non spiccicano una parola di inglese ma ascoltano la musica pop straniera a tutto volume, di cartelloni formato gigante illuminati. Per fortuna, incastrato tra i grattacieli di cemento e metallo e i tanti schermi enormi, rimane qualche negozietto che vende tè e prodotti tradizionali. Altrimenti sembrerebbe di essere in una New York qualunque. Dall'altro lato della Nanchino rispetto al Bund, si trova un quartiere culturale e politico con al centro la piazza del Popolo, occupata da un grandioso parco dove la mattina gli abitanti vengono a fare pratica di Tai Chi all'ombra del Palazzo del Governo. La piazza è pure punto di ritrovo per gli appassionati di musica: qui si affaccia il Teatro dell'Opera, che spesso ha ospitato artisti italiani in concerto. Alle sue spalle, sorge il Museo di Shanghai, uno dei tre musei più belli della Cina, inaugurato nel 1997. Ospita collezioni di bronzi, di sculture e di opere risalenti alle varie dinastie, anche se la Galleria delle Ceramiche e delle Porcellane rimane il fiore all'occhiello della struttura. Il Museo, dopo tanto futuro e modernità, sarà per il turista una tuffo nel passato millenario del Paese e un'ottima base di partenza per calarsi nel cuore della città vecchia. E finalmente si respira aria di Cina, di tradizioni e solide radici. A due passi dal Bund e dal fiume, circondata dai viali Renmin Lu e Zhonghua Lu, rimane la città vecchia: una sorta di quartiere di case basse dai tetti ricurvi con le tegole rosse e le lanterne alle porte che sembra lontano anni luce dalla metropoli caotica. E' uno spazio abbastanza ridotto, comodo da visitare a piedi, un reticolato di strade e stradine da scoprire, arricchito da bazar e negozietti di ogni genere.

Da non perdere il Giardino del Mandarino Yu, splendido e immortale. È il classico giardino cinese, circondato da mura che sono serpeggiate da un drago. Fu disegnato nel 1578, su ordine del mandarino Pan Yun Duan, governatore della provincia del Sichuan, per onorare i suoi genitori. E' molto grande, ma passeggiando in un percorso prestabilito che tocca padiglioni, complessi di pietre e il laghetto con le anatre mandarine, non ci si accorge della sua vastità. Ci si perde, piuttosto, nel silenzio, nell'atmosfera capace di rilassare, nella composizione particolarmente studiata di fiori, piante e rocce. Qui è rappresentato il mondo in miniatura, secondo la tradizione cinese in un gioco di prospettive, colori, forme per dare vita all'armonia dell'universo. E' un luogo che trasuda magia e fascino: una sensazione che rimane a lungo, nonostante appena varcata l'uscita si è di nuovo immersi nel bazar e si ritorni allo spirito commerciale cinese. Anche il Tempio del Buddha di Giada ha il potere di portare in un'altra epoca. Si trova in un quarteire rumoroso e poco attraente, ma è una sosta necessaria per il visitatore alla ricerca della Cina che fu. In origine era un monastero, fu costruito nel 1882 per ospitare due statue del Buddha in giada bianca portate dalla Birmania. Chiuso fino al 1980, minacciato durante la Rivoluzione Culturale, deve la sua sopravvivenza al coraggio del bonzo che era a capo del monastero: bloccò le porte del tempio e le tappezzò di ritratti del presidente Mao, che sarebbe stato un sacrilegio violare. Così il tempio oggi è potuto tornare alla bellezza originale. Abitato e servito da monaci buddisti, è composto da tre sale centrali separate da cortili: in quella di sinista c'è il Buddha sdraiato di giada bianca lungo 96 centimetri. Finita la visita si ritorna al futuro, alla Shanghai super illuminata e dall'anima mercantile fino al midollo come nei tantissimi mercati delle pulci, brulicanti di vita e di cianfrusaglie.




Come arrivare
L'unico collegamento diretto lo effettua la compagnia di bandiera cinese Air China, che vola su Milano. In alternativa si può raggiungere Shanghai con uno scalo utilizzando le maggiori compagnie europee e asiatiche, soprattutto mediorientali.

Quando andare
Shanghai ha quattro stagioni distinte con estati e inverni lunghi e mezze stagioni brevi. Per quanto proprio primavera e autunno siano sempre i periodi migliori, la destinazione è visitabile tutto l'anno in virtù del fatto che le temperature non sono estreme neanche in estate o in inverno. Dalla fine di agosto a tutto settembre, i tifoni che passano più a sud portano sulla propria scia abbondanti precipitazioni.

Brasilia, 50 anni cercendo il futuro


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BRASILIA - Jurij Gagarin, il primo uomo nello spazio, quando mise piede qui dopo il suo storico viaggio, disse che sembrava di sbarcare su un altro pianeta. E Brasilia ancora oggi comunica quest'impressione. Capitale del Brasile dal 1960, la città ques'anno festeggia il suo primo mezzo secolo e fu costruita sul niente in soli tre anni (i precedenti tre anni) per volontà dell'allora presidente Juscelino Kubitschek, dai brasiliani meglio conosciuto come JK. Si trova nel desolato entroterra brasiliano, al centro dello Stato creato per ospitarla: il Distríto Federal. Brasilia, anzi: Brasília, con l'accento, come vuole la grafia portoghese, nasce dal desiderio di realizzare rapidamente una nuova capitale in alternativa a Rio de Janeiro e in posizione più centrale. Una città ideale, moderna e all'avanguadia, in grado di rappresentare la grandezza e il potere economico del Brasile che in quegli anni si stava affacciando come una promessa sulla scena mondiale. Una promessa ancora oggi non del tutto mantenuta.

Per la strana architettura, per la sua pianta, per la sistematica ripetizione delle zone abitative e per le soluzioni urbanistiche non convenzionali, Brasilia contrasta enormemente con il Paese di cui è stata chiamata a rappresentare il centro politico e amministrativo. Soprattutto contrasta con la concezione della vita dei suoi abitanti, quanto di più lontano possa esistere dalla rigida razionalità di un progetto. Eppure ancora oggi Brasilia è lì, amata, spesso discussa, sicuramente ammirata, figlia universale del mondo che si stava proiettando nell'era spaziale e avvertiva già allora che un giorno forse, tutte le città del pianeta le sarebbero state simili. Brasilia fu concepita dalla mente di tre brasiliani: Oscar Niemeyer, Lucio Costa e Roberto Burle Marx e nemmeno questi probabilmente pensavano che la loro creatura sarebbe entrata un giorno nei siti patrimonio Unesco. Le sue strade larghissime, progettate per snellire il traffico, l'hanno assorbito così bene che oggi sembrano deserte. E non sono solo le auto a mancare dal paesaggio. Le avenidas sono prive di marciapiedi e la quasi assoluta assenza di alberi e di ombreggiatura impedisce di fatto la fruizione degli immensi spazi agli abitanti. Così che vista in prospettiva, magari dall'alto della torre della televisione, sembra una città deserta.

A metà strada tra una meraviglia e un dipinto surrealista, Brasilia è una città pensata per il lavoro. La pianta del suo nucleo centrale, il Plano piloto, ricorda un aereo, ed è tutta un fiorire di simboli: in cima, nella cabina di pilotaggio, Camera, Senato, Congresso e ministeri. I primi due con le famose forme a scodella: una concava e l'altra convessa. Poi le ali, il sostegno, e qui sorgono i quartieri abitativi, uno uguale all'altro e distinguibili solo grazie a una complessa numerazione che fa assomigliare un indirizzo a una formula matematica. Si percepisce un senso di smarrimento nel visitare Brasilia, ma l'orientamento è aiutato dalla laguna artificiale Paranoá che si estende, ramificata come una radice, tutto intorno alla città, quasi ad abbracciarla. Su uno dei rami della laguna si lancia l'immenso e - inutile precisarlo - avveniristico ponte a tre arcate che, come tutto qui, porta il nome del presidente Kubitschek. Al centro dell'incrocio fra ali e fusoliera, si apre un altro edificio che sembra uscito da un film di fantascienza: si tratta del Centro Cultural da República, formato dal Museo nazionale Honestino Guimarães e dalla Biblioteca nazionale Leonel de Moura Brizola. Verso sud sorge la cattedrale, anche questa figlia di un salto spazio-temporale. La struttura visibile, di fatto un'immensa vetrata con la sua intelaiatura a costole, ne è solo la copertura: l'edificio vero e proprio si apre nel sottosuolo.

E a proposito di suolo, anche questo contribuisce a dare un aspetto 'marziano' a Brasilia, col colore rosso acceso delle argille che affiorano ovunque in questa parte di Planalto Brasileiro. La città è concepita come un falansterio e i suoi servizi sono tutti annegati nel tessuto urbano. Così in centro si trova anche l'autodromo Nelson Piquet e poco lontano, rispondendo alla logica dei distretti, lo stadio dove giocano i campioni locali della Brasiliense, squadra giovane come ogni altra cosa da queste parti e nata nel 2000. Sull'altra ala si apre il grande parco cittadino. Fuori invece dal disegno ideale dell'aereo, gli aerei veri, che atterrano, ovviamente, al Kubitschek e che da qualche anno collegano con voli diretti anche l'Europa. A nord poi, il tesoro naturale di Brasilia: l'immenso polmone verde del parco nazionale omonimo. Ma il Brasile si riappropria del concetto di città appena lontano dalla sua capitale. E così a pochi chilometri si aprono i centri satellite, disordinati agglomerati che non sono usciti dal tavolo da disegno. Taguatinga, Samambaia, Riacho Fundo, Sobradinho e Planaltina sono alcune di queste anti-Brasilia dove il Brasile torna riconoscibile. Come scrive Massimiliano Fuksas: "La città reale ha bisogno dell'alchimia della complessità, non può essere figlia di un disegno tracciato a tavolino". Visitare Brasilia, tuttavia, è una delle migliori esperienze da fare su questa Terra. Anche se sembra di essere su un'altra.



Appuntamenti per il cinquantenario
In occasione dell'anniversario, di Brasilia, BrasiliaTur (organo legato alla Segreteria dello Sviluppo Economico e del Turismo del Governo del Distretto Federale) ha avviato diversi progetti di ristrutturazione, dalla celebre Cattedrale Metropolitana alla panoramica Torre della Televisione, fino alla riqualificazione del lago Paranoá. La Zecca dello Stato ha invece annunciato il conio di una speciale moneta celebrativa in onore del cinquantenario. Il 21 aprile 2010 la Esplanada dos Ministérios (l’ampio viale lungo cui si sviluppano le sedi degli organi governativi, la Cattedrale, e altri palazzi imperdibili come il Museo Nazionale) ospiterà una grande festa per celebrare l’anniversario della capitale, cui parteciperanno artisti di spicco provenienti da tutto il Brasile.

Come arrivare
La compagnia portoghese Tap propone collegamenti diretti da Lisbona, gli unici che uniscano senza scalo Brasilia all'Europa. In alternativa, si può volare da Milano a San Paolo con la brasiliana Tam e continuare poi con questa verso la capitale.

Quando andare
Brasilia gode di un clima equatoriale ed è una classica destinazione da tutto l'anno. Ma il periodo migliore per visitare questa parte di Brasile è sicuramente fra giugno e agosto, nella stagione secca, quando le temperature scendono a un'accettabile media di 19-20 gradi e la pioggia concede un po' di tregua. I picchi delle precipitazioni si toccano a dicembre e gennaio, con un parallelo innalzamento delle temperature e dell'umidità.

24 febbraio 2010

Sul mare delle Eolie con Simone Cristicchi


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Simone Cristicchi, cantautore romano poliedrico, sempre pronto a dire la sua. Quest'anno è in gara al Festival di Sanremo con il brano "Meno male" che ha già suscitato polemiche per il verso dedicato alla First lady francese Carla Bruni.Oltre alla partecipazione sul palco dell'Ariston, Cristicchi è impegnato anche in uno spettacolo teatrale, la cui prima verrà presentata proprio durante il Festival, che si intitola "Li romani in Russia" un monologo sulla tragica campagna del 1941/43. Il suo nuovo album si intitola "Grand Hotel Cristicchi". "Adoro il mare e le isole in particolare, le ho visitate quasi tutte da Pantelleria a all'Isola del Giglio. E se c'è un viaggio che è rimasto nel mio cuore è proprio quello che ho fatto alle Eolie..."


"Avevo ventuno anni e sono partito da solo: per una serie di coincidenze le persone che avrebbero dovuto venire con me non hanno potuto più e io non ho voluto perdere la vacanza. Le Eolie non sono troppo lontane, ma sono un universo particolare. In particolare Alicudi, la meno abitatata delle isole, senza grandi strutture, con gli asini veri re del luogo. Per me è stato irreale ascoltare il silenzio rotto solo dai versi dei gabbiani. Ci sono rimasto un mese, era maggio e quindi senza turisti, il momento migliore per assaporare quei luoghi.

Eravamo io e i pescatori: una rarità anche loro, ormai. Sono andato a pesca di notte con loro, ho preso i totani e avevo con me il diario che scrivo sempre e la macchina fotografica. Ho girato tutte le Eolie: ho conosciuto persone meravigliose nella loro semplicità, artisti come alcuni scrittori che erano andati in cerca di ispirazione, ho visitato la casa di Salina dove Massimo Troisi ha girato "Il Postino", ho assaporato i cibi tipici, compresi molti pesci. Mi svegliavo alle cinque della mattina e andavo a dormire alle nove: lì si sposta il senso del tempo, tutto rallenta. E' un'esperienza da godersi appieno, dove l'unica colonna sonora è il silenzio. Alcune situazioni e immagini mi sono venute in mente quando ho scritto "L'isola", una canzone del mio primo cd. Parlavo di un altro viaggio, sempre un'isola, ma stavolta in Grecia, però alcune sensazioni si riferiscono proprio alle Eolie.

Cinque domande a...Noemi


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È stata una delle rivelazioni musicali del 2009. Noemi, vero nome Veronica Scopelliti, romana, è stata lanciata da "X Factor 2": dopo il talent show è stato un susseguirsi di successi per lei. Ha pubbicato un ep e un album, è arrivata prima in classifica, ha vinto un disco d'oro e uno di platino in pochi mesi e si presenta tra i big al Festival di Sanremo 2010. Noemi ha iniziato con la musica a sette anni, prendendo lezioni di piano e facendo parte del coro scolastico, ha continuato da grande facendo la corista in spettacoli teatrali e cantando in gruppi rock. I suoi demo hanno partecipato a parecchi concorsi, compreso SanremoLab, e nell'autunno 2008 è entrata ad "X Factor 2" nella categoria +25 seguita da Morgan. Una volta finito il programma, ha pubblicato "Noemi", un ep con cover e il singolo "Briciole", che è diventato una hit estiva. Ha preso parte al concerto benefico "Amiche per l'Abruzzo" e nell'ottobre 2009 ha realizzato il primo cd di inediti, "Sulla mia pelle" , il cui singolo, "L'amore si odia", è un duetto con Fiorella Mannoia che arriva altissimo in qualsiasi classifica. Ha scelto come nome d'arte Noemi perchè la madre avrebbe voluto chiamarla così alla nascita, è laureata con 110 e lode in Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo. In passato per mantenersi ha fatto anche la barista e la cameriera. Oggi al Festival di Sanremo presenta "Per tutta la vita".

Come si prepara per un viaggio?
Sono una persona abbastanza pigra, quindi per un viaggio non mi preparo mai con largo anticipo. Sicuramente però l'entusiasmo per le novità che potrei incontrare è un ingrediente importante nelle 24 ore che precedono la partenza. Visito inoltre molti siti internet dove si parla della mia destinazione, compro guide e cerco di informarmi sulla lingua. Sapersi esprimere all'estero è molto importante. Ma non cado negli stress pre-partenza, non è nella mia indole!

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
Non dimentico mai un buon libro e il pc con connessione wireless.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
Il primo viaggio a Londra da sola con mia sorella Arianna. Ci siamo divertite da matti e Camden Town è stata una vera e propria scoperta!!

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
"Bitter sweet symphony" dei Verve oppure gli Oasis. Aggiungerei anche i Beatles, so di cadere nell'ovvio ma sono irrinunciabili.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
In Inghilterra il cibo non è il massimo! Sicuramente la pasta scotta è un classico da provare.

Foto di Alessia Laudoni per no logo

12 febbraio 2010

Posta Zirm, feng shui in Val Badia


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CORVARA - Neve, divertimento e benessere. Tre caratteristiche di Corvara, in Alta Val Badia. Un paradiso per gli sciatori, a ben 1568 metri sopra il livello del mare, nel cuore delle Dolomiti in uno dei diciotto comuni che formano la "Ladinia", dove la maggioranza della popolazione è ancora di madrelingua ladina. Per esplorare le montagne, dedicarsi a piste impeccabili e a relax godurioso all'insegna del Feng Shui e della tradizione alpina, niente di meglio che il Posta Zirm Hotel, un albergo storico a Corvara.

Fu aperto nel 1908 da Franz Kostner, pioniere del turismo in Val Badia, alpinista di fama, eroe della Prima Guerra Mondiale, esploratore in Nepal e in terre lontane: una figura originale che rivive in ogni stanza dell'hotel, oggi diretto da Silvia Kostner, che è la quarta generazione di proprietari.Situato in un luogo di estrema comodità per gli sciatori, alla partenza della cabinovia del Colfosco (erede della rudimentale slittovia realizzata proprio dal mitico Franz e ancora oggi contrassegnata dal numero 1 di matricola), vicinissimo alle piste del Sella Ronda, uno dei caroselli sciistici più suggestivi delle Alpi, il Posta Zirm Hotel ha tante attrative da offrire. A cominciare dalla "Nepal Stube", le cui pareti sono decorate con le scene della spedizione nepalese di Kostner, rendendo omaggio alla vita avventurosa del fondatore, mentre la hall e le sale adiacenti sono un trionfo di fotografie d'epoca e quadri che raccontano la storia della Val Badia.


Un altro locale storico è "La Taverna", il club notturno più frequentato della valle, che si rinnova ad ogni stagione con un ricco programma di musica dal vivo e una vasta scelta di cocktail, piatti stuzzicanti e insoliti da gustare fino a tarda notte. Aperta sin dalla mattina, La Taverna di giorno offre appetitose proproste tradizionali e veloci spuntini ai buongustai del lugo, mentre già dal pomeriggio si svolgono parecchi "aprés ski" con dj, menu sostanziosi e dopo la 22 tutti in pista nella discoteca con serate a tema. Per gli amanti del vacanze all'insegna del benessere, ideale è la "Wellness Farm", aperta anche agli ospiti esterni. Ideata secondo i dettami del Feng Shui, è unica nel suo genere nelle Dolomiti. Circa 1000 metri quadrati di linee curve, essenze aromatiche che scorrono lugno le pareti, poche piante, colori tenui, molto silenzio, è il luogo perfetto per rilassarsi e ritrovare la forma fisica, in abbinamento con lo sci o con una camminata con le racchette da neve ai piedi.

In un ambiente minimalista e chic, discreto e accogliente, si possono sperimetnare i più moderni trattamenti cosmetici e quelli tradizionali dell'Alta Val Badia, come i bagni alpini (bagni curativi di fieno o di segatura di cirmolo), il bagno all'olio fossile tirolese, l'idromassaggio al latte o agli oli alpini essenziali. Una piscina con giochi d'acqua, varie saune e idromassaggi, bagni turchi, frigidarium e percorsi di Feng Shui di Fuoco, Acqua, Legno, Metallo e Terra sono tutti a disposizione degli ospiti dell'albergo. Il fiore all'occhiello di questa stagione 2010 è il trattamento al miele, che grazie alle ricche sostanze naturali, permette di rilassare il tessuto connettivo e di influenzare positivamente il sistema nervoso. Un trattamento ideale per eliminare le contratture muscolari della schiena. Gli altri trattamenti coniugano filosofie e tradizioni locali alpine con quelle orientali e sono tutti da provare, magari dopo una giornata trascorsa con gli sci ai piedi.

Quattro passi sulle Dolomiti


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Val di Fassa, Val Gardena e Val Badia, sono alcuni dei posto più belli (del mondo?) per lo sci e segnano il perimetro del gruppo del Sella, un panettone roccioso con un arido altopiano sommitale e impressionanti pareti a picco. Intorno a questa particolare, curiosa conformazione rocciosa si sviluppa un emozionate percorso sciistico alla portata di tutti. Sella Ronda come lo chiamano in lingua tedesca o "giro dei quattro passi" nella denominazione italiana è una delle attrazioni, il più rinomato dei tanti tour, dell'immenso e organizzatissimo comprensorio sciistico denominato Dolomiti Superski. Un'area vastissima in cui si concentrano scenari da favola e piste di bellezza incomparabile. Il Sella Ronda è una gita turistica degna di un viaggio: molti, stranieri e italiani, partono e raggiungono il Trentino Alto Adige solo per fare questo tour lungo complessivamente 40 km, 26 dei quali sono piste da sci. Una giornata intera senza mai sciare sulla stessa pista! L'idea dello sci globale si fa realtà.

Si può tranquillamente partire da ognuna delle località poste sul percorso: le principali sono Canazei o Campitello in alta Val Di Fassa, Arabba, Passo di Campolongo, La Villa, Corvara, Colfosco in alta Val Badia, Selva di Val Gardena (e tutta l'alta Val Gardena) e fare il giro in entrambe le direzioni (senso orario e anti orario). Si sale e si scende sfruttando l'altimetria dei quattro passi che si toccano. Passo Pordoi, Passo Campolongo, Passo Gardena e Passo Sella (o viceversa dipende dalla direzione). Un consiglio: se vi fermate più giorni, fatelo in entrambe i sensi. Vale proprio la pena anche perché si scia su piste differenti (comunque mai difficili). I paesaggi sono stupendi con vista su Marmolada, gruppo del Sella, Catinaccio, Puez/Odle, Pale di San Martino, Tofane e molti altri gruppi dolomitici che ricordiamo sono recentemente stati inseriti nel Patrimonio Unesco.

Se il giro tradizionale e standard è di medio livello anche gli sciatori più esigenti troveranno però modo di soddisfare le proprie voglie tecniche con deviazioni: tra il Campolongo e Corvara è possibile deviare verso l'impegnativa pista Boe alle pendici del Sella (mozzafiato!) o ancor meglio dall'altra parte verso La Villa per una puntata su La Gran Risa (quella del Gigante di coppa del mondo. Emozionante!). A passo Gardena c'è da divertirsi dalla vetta del Ciampinoj con la Gardenissima o ancora meglio la Sasslong (pista di discesa libera di coppa del mondo della Val Gardena. Impressionate!) oppure salire sul versante opposto per la Dantercepies (dal passo Cir a Selva: pista - rossa - di coppa Del mondo Femminile. Spettacolare!). In ogni caso, ancor più se fate deviazioni, date sempre un'occhiata agli orari. Gli impianti a una certa ora chiudono e tornare con i mezzi non è proprio agevole (anche se non impossibile). I moderni e funzionali impianti d'innevamento garantiscono sempre (o quasi) buone condizioni di neve. Il Sella Ronda è un modo diverso d'intendere lo sci, un modo turistico, sciare e guardare è tutt'uno, godersi lo spettacolo della natura è il modo migliore per vivere questo viaggio. Chi lo fa lo porta nel cuore e mai nessuno resta deluso.

11 febbraio 2010

Il Senegal coloniale a Saint- Louis


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SAINT-LOUIS - No, non lasciatevi ingannare dal nome. Saint-Louis non assomiglia affatto alla città americana del Missouri anzi è decisamente dalla parte opposta dell'Oceano. Saint-Louis profuma di Africa, è Africa. Patrimonio dell'Unesco, Saint-Louis l'africana è solo a 265 km dalla frenetica capitale del Senegal, Dakar. Un antico fascino coloniale avvolge la città sarà anche colpa di antiche case, messe lì quasi a caso, come i giardini pensili di Babilonia. Lungo le strade polverose, il silenzio è rotto soltanto dalle voci dei muhezzin e dai bambini che corrono. Un tempo in città si arrivava solo con la piroga oggi si attraversa il ponte Faidherbe, testimone ogni giorno del transito dei venditori ambulanti che portano le merci al mercato centrale.

Le piroghe che scivolano dolcemente sul fiume. La nebbia, strano ma vero, che avvolge questa piccola e sonnolenta città è quasi un'aura magica che ben sposa il lento e vagabondo movimento delle barche lungo le rive del fiume che la sorprende e ogni giorno sorprende il visitatore. Lungo le rive del porto i pescatori mettono ad essiccare buona parte del pesce su impalcature di legno e cospargendo di sale il pesce. Saint-Louis o Ndar come è chiamata in lingua wolof non ha nulla delle caotiche città africane, sembra quasi una contraddizione e rimane lì immobile nel torpore di un tempo sulle rovine di un'antica e lunga storia. Basta inoltrarsi nel quartiere Kertian, come lo chiamano gli anziani, ovvero il quartiere cristiano, dove è ancora possibile ammirare i palazzi della vecchia e potente aristocrazia meticcia dei signares, e dove basta un niente per ritrovarsi in un dedalo di viuzze dalle quali sembra impossibile uscire senza una guida del posto. Una delle cose più belle da fare a Saint-Louis è svegliarsi al mattino molto presto sedersi sulle rive e osservare il pellegrinaggio dei commercianti che dal quartiere di Sor si dirigono al porto e poi alla place de Lille nella parte della città dove si svolge un pittoresco mercato.


Il mercato è vivace e animato, come tutti i mercati a queste latitudini, tuttavia sembra che qui la gente abbia un portamento regale, e il turista rimane affascinato dal modo con cui i venditori indossano i propri abiti, in una maniera quasi regale. I commercianti attraversano il ponte di Faidherbe che con le sue sette campate metalliche è l'unica via di accesso al cuore di Saint-Louis Nella fantastica fantasia delle leggende africane si narra che a costruire il ponte sia stato addirittura Gustave Eiffel ma che poi sia finito a Saint Louis per caso burocratico visto che in un primo momento doveva servire per attraversare il Danubio. Non perdetevi l'omonima piazza dove si può ammirare il palazzo del governatore, e poi perdetevi nello shopping in Rue Victor Schoelcher, dove tra l'altro potrete ammirare anche la più antica cattedrale dell'Africa occidentale, dove svetta la statua del patrono della città. San Luigi, naturalmente. Nonostante la povertà questo angolo di Africa resta vivo non solo per il suo fascino coloniale e i suoi paesaggi ma anche per un importante festival jazz. Tuttavia per capire bene Saint-Louis e forse l'anima dell'Africa sedetevi sulle rive del fiume ad ammirare le piroghe, poi senza far niente lasciatevi avvolgere dalle ombre della sera. Ma anche fuori città le attrazioni non mancano: a est, lungo la costa si estende la lunga lingua di sabbia che forma il parco nazionale della Langue de Barbarie, mentre verso nord, in una zona umida, gli appassionati di birdwatching non saranno delusi dal Parc des oiseaux de Djoudj.



Un po' di storia
Il punto di approdo dove ora sorge la città fu scoperto intorno al 1659 da una spedizione di colonizzatori arrivati dalla Francia. Saint-Louis-du-Fort è dunque il nome che gli fu dato in onore del re Luigi IX. Dopo un periodo in cui divenne un centro per la tratta degli schiavi e il commercio della gomma arabica, assunse il ruolo di capitale del Senegal nel 1840. Poco dopo le venne riconosciuto lo statuto di Comune di Francia e nel 1895 venne elevata a capitale dell’intera Africa Occidentale Francese (Aof). Il declino della città cominciò quando perse lo status di capitale prima dell’Aof (1902) e poi del Senegal stesso (1957).



La nostra scelta
Dormire
Hôtel Mermoz - BP. 426 - Saint-Louis - Senegal - Telefono: (00-221) 33-961-36-68
E-mail: hotelmermoz@arc.sn Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Sito web: www.hotelmermoz.com
Hôtel Résidence - Île Saint-Louis, BP. 254 - Saint-Louis - Senegal - Telefono: (00-221) 33 961-12-60
E-mail: hotresid@orange.sn Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Sito Web: www.hoteldelaresidence.com

Mangiare
La Terrasse - Quai Roume Nord Saint-Louis Sénégal. Sito Web: www.casinolaser.com/resto.htm
Sunu-Keur - Quai Giraud - BP. 696 Nord Saint-Louis Sénégal. Sito Web: www.sunu-keur.com

Come arrivare
Dall'Italia voli diretti su Dakar con Meridiana Eurofly. Voli con scalo sono possibili con Tap via Lisbona, Iberia e Air Europa via Madrid, Air Algerie via Algeri, Tunisair via Tunisi, Air France via Parigi e Brussels Airlines via Bruxelles. Da Dakar si raggiunge Saint-Louis con i mezzi locali. Esiste una ferrovia, che per coprire i quasi 300 km di tragitto non impiega meno di quattro ore. Più veloce è il trasporto su strada: dagli autobus ai taxi de brousse, vecchi pick-up Peugeot adattati al trasporto persone sul cassone posteriore.

Quando andare
Il periodo migliore per visitare la costa del Senegal è durante l'inverno europeo, che corrisponde qui alla stagione secca. In questo momento dell'anno è più facile avere cieli azzurri e luce limpida. I mesi fra novembre e aprile sono anche quelli della migrazione degli uccelli, che fanno sosta nelle zone umide a nord della città.

Cinque domande a... Enrico Brignano


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Enrico Brignano, nato a Roma nel 1966, si forma all'Accademia per giovani comici di Gigi Proietti. Il debutto nello spettacolo avviene nel ruolo di barzellettiere nella prima edizione del programma "La sai l'ultima?" su Canale 5. Entra poi nel cast della serie tv "Un medico in famiglia" dove dal 1998 al 2000 impersona il ruolo di Giacinto. Dal 2000 passa stabilmente al teatro e al cabaret, anche se nel 2007 si rivede in televisione con la conduzione su Rai Due del quiz "Pyramid", con Debora Salvalaggio e soprattutto in "Zelig". Fra gli ultimi spettacoli teatrali figurano "Brignano, con la O", "A sproposito di noi" del 2008 e "Le parole che non vi ho detto" del 2009. Negli stessi anni recita nei film "Un’estate al mare" e "Un’estate ai Caraibi" diretto da Carlo Vanzina.


Come si prepara per un viaggio?
Mi preparo psicologicamente cercando di informarmi sul luogo tramite internet, leggendo i resoconti di chi è già stato nel posto dove voglio andare e anche su cosa - eventualmente - si rischia. Di solito scelgo mete piuttosto comode, ma voglio che siano anche suggestive. Nel viaggio deve esserci un po' di scoperta.

Cosa non dimentica mai di mettere in valigia?
I soldi. Più contanti che carte di credito, visto che queste te le possono sempre clonare. Poi i contanti li divido fra vari posti strategici per averne solo una piccola quantità a portata di mano. Inoltre non manca mai un buon libro oppure una sceneggiatura. Leggere in viaggio è un'esperienza bellissima. Una volta ad esempio ero alle Maldive e mi ero portato una biografia di Mastroianni. Finito il libro, un'altra ospite italiana dell’albergo mi lasciò "Gomorra" di Roberto Saviano che aveva appena terminato di leggere. L'ho divorato in due giorni. E poi non manca mai un piccolo vocabolario della lingua del posto.

Il viaggio che ricorda di più e che porta nel cuore?
I primi viaggi che ho fatto da giovane, quelli che definisco "della speranza". In Sardegna con i traghetti Tirrenia ad esempio: otto ore di nave più quattro di auto dormendo sul ponte col sacco a pelo. Avevo 19 anni e partivo da Roma con gli amici. Divertimento a go-go.

La musica che ascolterebbe per rivivere le emozioni di quel viaggio?
Per quel periodo in particolare tutta la vecchia produzione di Antonello Venditti. Ai viaggi di adesso associo di più un disco di Michael Bublé.

Il cibo più particolare che ha assaggiato?
Una volta per aver perso una scommessa mi è toccato mangiare un insetto enorme sull’isola di Mauritius. Non so nemmeno cosa fosse, sembrava un gigantesco scarafaggio.

10 febbraio 2010

I monumenti più strani del mondo


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Sono strani, questo sì. A volte colorati, a volte dissacranti, colpiscono non solo per la forma bizzarra, ma spesso per il loro significato o perché vengono da epoche da cui non ti aspetteresti strappi nella rappresentazione di qualcosa di pubblico. In una parola sono i monumenti, quelli che compaiono in strade, piazze o musei di tutto il mondo. C'è il condottiero famoso irriso con un copricapo ridicolo, quello in sella a un cavallo morto appeso per le zampe e quello alto come un palazzo di 15 piani. Ma c'è anche l'ammonimento, il messaggio terribile e raccapricciante di statue che divorano i bambini. In Europa e nel mondo sono oggi curiosità fotografate dai turisti e un messaggio in più che giunge dalla cultura che li ospita e che li ha generati. Di seguito una carrellata, davvero mondiale, dei più significativi.


Manneken-Pis, la statua del bambino che fa pipì - Bruxelles, Belgio
Si trova nel centro storico di Bruxelles, all'incrocio tra Rue de l'Étuve e Rue du Chêne, vicino alla Grande Place, ed è il simbolo della città. Il Manneken-Pis è una statua in bronzo, alta una cinquantina di centimetri, simbolo dell'indipendenza di spirito degli abitanti della città belga. La fontana rappresenta un piccolo ragazzo che sta orinando. Le parole "Manneken Pis" significano appunto il ragazzetto che fa pipì. L'origine non è accertata, ma sono numerose le leggende che circolano sulla figura che la statua rappresenta. Fra la tante, una racconta che durante un assedio un bambino avrebbe salvato la città spegnendo la miccia di una bomba con la pipì. Un'altra, narra di un bambino perso che sarebbe stato trovato da suo padre, ricco borghese, nella posizione che lo raffigura nella statua. È tradizione offrire al Manneken-Pis degli abiti in occasioni speciali, in particolare per onorare una professione (o la squadra di calcio locale, l'Anderlecht, come nella foto). Il guardaroba attuale comprende più di seicento costumi.


La Fontana di Calder Mercury - Barcellona, Spagna
Opera dello scultore americano Alexander Calder, la fontana, eretta nel 1937, è un tributo all'antifascismo. La particolarità di questa opera d'arte è che si tratta di una fontana al mercurio, elemento notoriamente velenoso. Ospitata nella Fondazione Mirò, della quale rappresenta una delle principali attrazioni, la fontana fu realizzata per il Padiglione della Repubblica Spagnola, all’interno dell’Esposizione Internazionale di Parigi, con mercurio proveniente dalle miniere di Almadén. La scultura si erge nel giardino ed è costruita in ferro e alluminio: il liquido tossico si dirama attraverso un canale che emerge in una fontana 'mortale' di forma circolare, all'interno di un padiglione adiacente alla scultura.


La Galleria sottomarina - Grenada
Si tratta di una serie di sculture sommerse nella acque basse dell'isola di Grenada, nei Caraibi. La particolarità è che l'insieme di opere è accessibile solo ai sommozzatori, sebbene - a dire il vero - le statue possano essere viste anche attraverso i vetri posti sul fondo delle barche turistiche. Il creatore di questa opera, che rappresenta una serie di figure umane in varie posizioni e raggruppamenti, è lo scultore Jason de Caires Taylor. Oltre a essere il primo parco di sculture sottomarine del mondo, la galleria subacquea di Grenada è anche una barriera artificiale per promuovere la conservazione di questo tipo di ambiente.



La statua del Duca di Wellington - Glasgow, Scozia
Arthur Wellesley, duca di Wellington, fu il comandante delle forze britanniche che sconfissero Napoleone nella battaglia di Waterloo. La famosa statua che lo raffigura esiste dal 1844, e si trova nella Queen's Street a Glasgow, in Scozia. Fin qui nulla di strano: semplicemente un'opera d'arte costruita per celebrare un grande condottiero. Tuttavia, negli ultimi vent'anni, la statua è diventata una calamita per i burloni, che la scalano e la coprono di... coni stradali! Gli abitanti affermano che i coni sono ormai diventati parte integrante della statua, così come dell'identità della città. Alcuni ritengono che il fatto, già assunto a tradizione, abbia a che vedere con lo spirito irriverente del popolo scozzese, che si prende gioco in questo modo dell'autorità - specialmente in questo caso, trattandosi di un militare inglese: molti scozzesi ritengono infatti che il loro paese sia 'occupato' dagli inglesi.

La statua di Gengis Khan a cavallo - Tsonjin Boldog, Mongolia
Genghis Khan (1162-1227), il cui nome significa "Signore di tutta la Terra", fu un conquistatore e un imperatore mongolo. La statua in questione, alta più di 40 metri e realizzata con oltre 250 tonnellate di acciaio, lo raffigura a cavallo. Situata a un'ora di macchina dalla capitale Ulan Bator, è stata inaugurata nel 2008. Si tratta senza dubbio della statua a tema equestre più grande del mondo: i visitatori possono prendere un ascensore per raggiungere la terrazza panoramica, situata sulla testa del cavallo, dalla quale ammirare la vastità della steppa mongola. L'opera fa parte di un parco tematico progettato con le comunità nomadi (?), fornito di ristoranti che servono carne di cavallo.



La Fontana Kindlifresser - Berna, Svizzera
Nonostante le molte leggende, non si conoscono con esattezza i significati di questa statua. La fonte, datata anno 1546, rappresenta la figura di un uomo vestito di rosso e verde, intento a mangiare la testa di un bambino. Nel suo sacco, altri piccoli aspettano il tetro destino. Alcuni ipotizzano che la statua servì come allerta alla comunità giudaica di Berna, forse per il cappello indossato dall'uomo, riferimento ai giudei. Altri sostengono che la figura rappresenti il titano Cronos della mitologia greca, che mangiò i suoi figli per impedire loro di usurpare il trono. L'ipotesi più probabile, però, è che la fontana sia stata eretta come una specie di 'uomo nero', per ricordare ai bambini della città di comportarsi bene. Non lascia dubbi il nome: Kindlifresser, in dialetto bernese, significa "divoratore di bambini".

Le Georgia Guidestones - Elberton, Georgia, Usa
Il monumento è considerato come un insieme di istruzioni per la ricostruzione della civiltà dopo l'apocalisse. Progettate e ordinate da un gruppo anonimo, le pietre-guida della Georgia sono composte da cinque lastre di granito alte quasi cinque metri, disposte a forma di stella. Il monumento funziona come bussola, calendario e orologio. Alcuni cristiani locali considerano le lastre come una creazione dei Dieci Comandamenti dell'Anticristo, data la loro natura inquietante. Tra gli ammiratori celebri dell'opera, si conta anche Yoko Ono.




La statua di San Venceslao su un cavallo morto - Praga, Repubblica Ceca
Svatý Václav, o San Venceslao, è conosciuto come il patrono della regione della Boemia, nella Repubblica Ceca. La statua lo raffigura montato su un cavallo morto, appeso per le zampe e con la testa penzolante. L'autore di questa scultura, David Cerny, nato nel 1967, ha voluto fare una parodia della statua originale, situata di fronte al Museo Nazionale di Praga, che raffigura - questa sì - il santo in sella a un cavallo. Per più di cento anni la statua originale è stata fonte di orgoglio nazionale per i cechi, anche durante gli anni bui del regime comunista. Con questa parodia, appesa nel Palazzo di Lucerna, sempre nella capitale ceca, la figura di San Venceslao ha acquisito un risvolto umoristico irriverente.


Il carrarmato rosa - Praga, Repubblica Ceca
Ancora un dono dall'est e dalla mente di David Cerny. Il tank in questione era stato piazzato dai sovietici in una piazza di Praga alla fine della Seconda guerra mondiale per commemorare il sacrificio dell'Armata rossa nella liberazione della Cecoslovacchia dal nazismo. Col tempo e con le mutate vicende politiche era però diventato un dono un po' ingombrante, tanto che nel 1991, l'artista, in un blitz notturno, lo dipinse tutto di rosa come una caramella. La reazione dell'esercito fu immediata e il carrarmato riacquistò il suo originale verde oliva già dal giorno dopo. Ma ecco il colpo di scena: a distanza di pochi giorni furono addirittura i deputati del Parlamento cecoslovacco che, armati di secchi e pennelli, ridiedero al veicolo il gentil colore. In seguito il carro fu spostato dal piedistallo di pietra alto cinque metri su cui faceva bella mostra di sé nel centro della capitale e portato al museo dell'aviazione, dove si può tuttora ammirare.

2 febbraio 2010

Variopinta Bucovina


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SUCEAVA – È uno degli angoli più remoti della Romania, si trova nel nordest del Paese, stretta fra Moldavia e Ucraina. La Bucovina, oltre a essere una delle regioni più verdi di questo angolo d'Europa è anche famosa per l'incredibile patrimonio storico e artistico rappresentato dai suoi meravigliosi monasteri dipinti. Dipinti sì, ma con una particolarità: le raffigurazioni si trovano anche sulle pareti esterne. In questa che oggi è un'oasi di pace sui monti, dopo che il passato ha visto transitare eserciti di ogni bandiera, dai turchi agli austriaci, dai nazisti ai sovietici, si possono ammirare come in nessun'altra parte del mondo edifici religiosi di tale ricchezza pittorica.

I monasteri risalgono a un'epoca compresa fra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento e le chiese furono edificate inizialmente in molti casi come luoghi di sepoltura per famiglie nobili. In seguito vennero anche dipinte e gli artisti, nessuno dei quali passato alla storia, cominciarono a rappresentare su commissione scene bibliche e le vite di Maria e Gesù Cristo. Inizialmente alle raffigurazioni vennero dedicate le pareti interne delle chiese, ma in seguito si decise di dipingerne anche l'esterno, fino a fare divenire tale pratica una vera tradizione locale. E questo assolveva un duplice compito: poteva contribuire a diffondere il culto ortodosso e forniva la necessaria educazione, la sola che servisse in una società agricola, cioè le sacre scritture, anche ai contadini. Le scene si ripetono seguendo uno schema canonico anche in monasteri distanti chilometri, ma ognuno ha sviluppato una peculiarità nel colore. Gli esperti parlano così di blu di Voronet, di verde e rosso di Sucevita, di giallo di Moldovita e di rosso di Humor.

Fra i più belli figura senza dubbio il monastero di Voronet, con la chiesa di San Giorgio, sulle cui pareti le figure spiccano su un fondo blu di particolare brillantezza. L'attuale chiesa in pietra risale al 1488 e ha sostituito una precedente in legno di incerta datazione. San Giorgio fu fatta costruire da Stefano il Grande in segno di ringraziamento dopo una vittoria sui turchi. Dopo pochi chilometri si arriva a Humor, non distante dal villaggio cui ha dato il nome: Manastirea Humorului. Qui si può ammirare un'altra caratteristica della regione: a eccezione dei grandi centri come Suceava o Gura Humorului, nelle valli si susseguono villaggi tipici interamente edificati in legno e in cui sopravvivono ancora forti le tradizioni contadine della regione. Humor risale al 1530 e la sua chiesa dell'Assunzione della Santa Vergine, pur non presentando una torre a differenza di molte altre qui, offre una serie di dipinti esterni fra i meglio preservati. Una visita la merita anche Moldovita, del 1532, monastero che presenta ancora oggi la cinta muraria di difesa in ottimo stato, così come in ottimo stato sono anche i suoi dipinti, sicuramente quelli conservati meglio.

A Probota i colori esterni sono quasi del tutto sbiaditi e il restauro non è stato ancora eseguito. In compenso i dipinti all'interno della chiesa di San Nicola (1530) sono ancora vividissimi. Anche qui la cinta muraria è in ottime condizioni. Si passa poi all'imponente complesso di Putna (1466-1469) che presenta anche numerosi edifici d'epoca inglobati nelle mura difensive. Un ideale giro dei monasteri della Bucovina si può completare con una puntata a Sucevita (1583) e alla sua chiesa della Resurrezione. Anche la regione in sé, si diceva, è senza dubbio degna di una visita. Si possono scoprire così la semplicità e la complessità al tempo stesso di una società rurale e delle sue tradizioni. Nelle innnumerevoli fattorie può capitare di vedere ancora uomini anziani con il costume tipico, composto dagli iţari, i lunghi pantaloni ripiegati più volte, indossati sotto una camicia bianca e un gilet chiamato bundiţă, spesso decorato a motivi floreali. Anche le donne indossano abiti tradizionali, in cui l'elemento che spicca maggiormente è la gonna variopinta. Si dice, proprio a richiamo delle pareti dei monasteri.